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Full text of "A Sinistra Nella Regione Rossa"

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A SINISTRA 
NELLA REGIONE ROSSA 


Interventi e progetti di legge 
di Carlo Coniglio (1975-1980) 


A SINISTRA NELLA REGIONE ROSSA 
Interventi e progetti di legge 
di Carlo Coniglio (1975-1980) (») 


(*) a cura del Gruppo Indipendente di Sinistra 
della Regione Emilia-Romagna 


PREFAZIONE 


Il gruppo che ha operato insieme a Carlo Coniglio, consi- 
gliere regionale dell’Emilia-Romagna, ha, si può dire, le 
sue prime radici in quei movimenti popolari del luglio 
del 1960, quando per la prima volta dopo un decennio di 
regime Degasperiano sostanzialmente incontrastato le 
«magliette a righe», con un'esplosione di piazza piuttosto 
inusitata, impedirono — a Genova, poi a Reggio Emilia, 
ecc. — che si celebrasse un congresso del MSI e che si 
consolidasse un tentativo di Governo appoggiato a destra 
(Tambroni). Dopo quei mati di piazza nacquero, con la de- 
cisa emarginazione delle destre estreme, il Governo delle 
«convergenze parallele» e, subito dopo, il centro sinistra; 
ma, ben più al di là di questo, nacque una consapevolezza 
delle forze giovanili decisamente nuova per il nostro pae- 
se che non le aveva viste direttamente impegnate 
nell’arengo politico dagli anni della resistenza, nella pro- 
spettiva di una saldatura fra operai e studenti, una consa- 
pevolezza che condusse parte dei giovani a militare nelle 
file del PSI, come «alternativa» alla DC, e successivamen- 
te a scegliere senza esitazione la scissione, pochi anni do- 
po, del PSIUP, come forma di protesta costruttiva contro 
un tentativo di stabilizzazione governativa di stampo 
moro-fanfaniano, basato sulla rottura della sinistra. 
Dopo gli anni '64 il fuoco covava sotto la cenere, fino 
all'incendio nel 1968, che portò alla luce del sole quelle 
braci ardenti, che introdusse certamente nel nostro mon- 
do giovanile, e non solo giovanile, nuovi costumi di vi 
re, che aprì molti più spazi di libertà di quanti non avesse 
erto aperto il centro sinistra con la nazionalizzazione 
ell'industria elettrica. Il '68 vide — in modo forse più 
he altro potenziale, ma assai accentuato — quella salda- 
ura fra operai e studenti che i primi anni '60 avevano 
reconizzato. 
dramma, di cui stiamo oggi vivendo le amare conse- 
uenze, fu che la classe politica della sinistra, ivi compre- 
so il PSIUP, non seppe accorgersi dell'importanza del 
movimento sessantottesco; è forse l’unica volta in Italia, 
dopo la resistenza, che si può parlare di un «riflusso mo- 
derato», in quanto contrapposto ad un precedente «flus- 
so progressista». Tutte le altre volte che ci si riferisce a 
questo frasario — e nella terminologia politica corrente 


ton 


Evo 


[tie] 


se ne fa un grand’uso — si adopera un luogo comune: 
tranne che nella resistenza e nel ’68 il flusso progressista 
non c’è mai stato, ed il leggendario Cipputi della vignetta 
di Altan lo mette efficacemente in rilievo. Oppure, andan- 
do più a fondo, è vero che «ci siamo persi il flusso pro- 
gressista», perchè quelle pochissime volte che c'è stato 
noi — classe politica — non abbiamo saputo avvederce- 
ne, e negli anni successivi al '68 abbiamo scambiato un 
grosso fenomeno sociale per un'estemporanea uscita di 
turbolenza giovanile, da assorbire senza nulla cambiare. 
Nel giugno del 1972 vedemmo con amarezza la fine del 
PSIUP, condannato — per il mancato raggiungimento del 
quorum parlamentare — da una politica subalterna che 
sso aveva adottato e della quale Lelio Basso aveva già da 
alcuni anni saputo rilevare l’inconsistenza. La maggio- 
ranza approdò al porto del PCI, mentre una minoranza, 
guidata da Vittorio Foa, pensò di poter continuare 
nell'esperienza di una politica autonoma a sinistra del 
PCI, costituendo il PDUP. È della fine di quell’anno la fu- 
sione del primo PDUP con l’MPL (il quale a sua volta na- 
sceva, per un fenomeno analogo a quello dei reduci 
psiuppini, da una scissione autonomistica dei giovani 
cattolici che — in parte — hon avevano voluto seguire Li- 
vio Labor nelle file del PSI). Fu, questa, fra PDUP e MPL, 
l’unica operazione «fusion-scissionistica» andata vera- 
mente in porto; almeno a Bologna, tant'è che ancora oggi 
il gruppo indipendente di sinistra della regione Emilia 
Romagna, che ha fatto riferimento al consigliere Coni- 
glio, si basa prevalentemente su forze provenienti dall'ex 
PL. 
A oramo così, attraverso l'unificazione fra PDUP e Ma- 
nifesto, alle elezioni amministrative del 1975, a quel gros- 
so successo della sinistra che non fu sfruttato, e così — 
nel piccolo della nostra esperienza — all'elezione in Con- 
siglio regionale di Carlo Coniglio, che già era stato pre- 
sente nel Consiglio provinciale di Bologna in rappresen- 
tanza del PSIUP, e nel Consiglio comunale prima per il 
PSIUP poi per il PDUP. Cominciano qui i cinque anni 
dell'esperienza di questo gruppo che ha portato un con- 
tributo, sia pur modesto ma consistente, nella costruzio- 
ne — da sinistra della sinistra — di qualche nuovo rap- 
porto politico in Emilia-Romagna. È 
Parte della esperienza è documentata in questo volumet- 
to, dal quale si può evincere l’attenzione per i problemi 


concreti di questa monorappresentanza consiliare, che 
prima si presentò come PDUP per il comunismo, poi co- 
me Democrazia proletaria e infine come Gruppo di Sini- 
stra indipendente, sempre nel filone dello stesso discorso 
unitario di una dialettica costruttiva da sinistra della si- 
nistra. In realtà, di fronte alla fantasmagoria delle sig 
partitiche con le quali, dal PSI degli anni '60 alla DP degli 
anni '77 — e degli ancora incompresi fermenti giovanili 
del marzo —, questo Gruppo si è presentato, va notat 
che non siamo stati noi a «trasvolare» i partiti, ma son 
stati i partiti a «trasvolare» noi, dal momento che le 
istanze di base sono sempre le medesime, e dato che la 
nostra scelta finale di una Sinistra indipendente non ha 
nulla a che fare con le vecchie scelte delle mosche coc- 
chiere della sinistra storica, poichè la nostra «indipen- 
denza» non significa certo l’ormeggio della barca in un 
porto relativamente tranquillo, ma il riconoscimento che 
oggi come oggi l’innegabile spazio politico esistente alla 
sinistra del PSI e del PCI non può essere colmato anche 
per il miope boicottaggio della sinistra, istituzionale e 
per la incapacità della nuova sinistra con esperienze di ti- 
po partitico. Siamo arrivati, in altre parole, a intravedere 
la probabile inconsistenza delle scissioni, anche se il giu- 
dizio non riguarda soltanto quelle del '64 e del '72, ma an- 
che quella di Livorno del 1921. : 

I pochi interventi e scritti raccolti in questo libro mostra- 
no dunque l'impegno, quasi sempre scaturito da un'’ela- 
borazione collegiale, di queste forze indipendenti di sini- 
stra, che nella regione Emilia-Romagna hanno ritenuto di 
poter fare dei temi della politica delle autonomie regio- 
nali un cavallo di battaglia delle forze progressiste. In tal 
senso sono illuminanti i contributi relativi alla politica 
regionale in generale e alla 382 in particolare, dove l’inte- 
resse per i problemi istituzionali si sposa con un’atten- 
zione alle esigenze delle masse. Si vedano poi i contributi 
relativi alla sanità, all'ordine pubblico e soprattutto i 
progetti di legge, che mostrano in una svariata serie di 
argomenti l'impegno del Gruppo indipendente di sinistra 
per un'unificazione delle forze proletarie (vedansi le pro- 
poste sul parco dell’Acquacheta, sulle case sfitte o 
sull'energia solare), e per una saldatura tra esse e le com- 
ponenti radicali della borghesia più avanzata (vedansi i 
progetti sul referendum, sugli handicappati, o — da ulti- 
mo — quello sul collegio per la difesa civica). Guido Pini 


Sul documento programmatico 
e la formazione della giunta PCI-PSI 
(22 luglio 1975) 


CONIGLIO: Signor presidente, colleghi consiglieri, il do- 
cumento programmatico presentato dal Partito comuni- 
sta e dal Partito socialista a base del governo della Regio- 
ne Emilia-Romagna parte, giustamente, da un giudizio 
sul voto del 15 giugno, sottolineando il significato che es- 
so assume nel paese, come esigenza delle masse di un 
profondo mutamento nei rapporti politici e sociali. 
Credo che ormai da ogni parte politica si sia coscienti di 
questo, salvo darne ciascuna forza una propria interpre- 
tazione cercando di collocare il risultato nel quadro di 
scelte politiche, di metodi, di contenuti che in grandissi- 
ma parte risultano ormai superati dalla gravità della cri- 
si economica e sociale che colpisce il paese, dalla crisi di 
egemonia, della Democrazia cristiana, dal profondo si- 
gnificato innovatore assunto dalle lotte del '68-'69 ad oggi 
tra le masse lavoratrici, i giovani, le donne, nell'esercito, 
nella magistratura, che hanno profondamente sconvolto, 
con i loro contenuti, vecchi modi di comportamento, vec- 
chi modi di pensare, a favore di nuovi modi di vivere, di 
lavorare, di partecipare e di lottare. 

Il voto del 15 giugno, che viene dopo la storica (e sottoli- 
neo storica) vittoria nel referendum sul divorzio e la 
sconfitta democristiana nel Trentino e in Sardegna sotto- 
linea questi aspetti. È un voto contro il sistema di potere 
della Democrazia cristiana, ha un forte contenuto antica- 
pitalistico, vuole esprimere l'esigenza di mutamento non 
solo di masse di lavoratori ma anche di strati intermedi 
colpiti dalla crisi di fondo del sistema, esprime l'esigenza 
di una alternativa di potere e di governo; apre per noi, di 
fronte alla sinistra, ed è come una sfida per la sinistra, il 
problema della transizione ad un sistema sociale diverso, 
ad un sistema socialista, per uscire da tale crisi profonda 
del sistema capitalistico. 

Il fatto che a beneficiare in grandissima parte dell’avan- 
zata a sinistra sia stato il Partito comunista e non il Parti- 
to socialista, dimostra, come già dicemmo ieri, che le 
masse non hanno voluto premiare chi per anni ha gover- 
nato in modo subalterno con la Democrazia cristiana. 


Il voto è andato in gran numero al Partito comunista ita- 
liano, al partito che viene visto dalle masse come il perno 
di una politica di alternativa, che affonda la sua storia in 
grandi lotte popolari e da cui le masse si aspettano ulte- 
riori lotte per vedere risolti i propri problemi con una ca- 
pacità di battere il sistema di potere democristiano. 
Non crediamo, a questo proposito, che le masse si riter- 
rebbero gratificate dal successo elettorale del PCI o da 
una sua legittimazione nella cosiddetta area di governo 
che sembra essere la preoccupazione prevalente della li- 
nea del compromesso storico; crediamo che vogliamo 
ben di più e non certo i piani di emergenza, ma concrete 
risposte sul terreno dei prezzi, dei salari e della occupa- 
zione. 
Nella complessità di voti di fiducia dati al Partito comu- 
nista la componente di massa che vive profondamente la 
crisi e che vuole cambiamenti sostanziali contro la politi- 
ca della Democrazia cristiana è per noi nettamente pre- 
valente. 

In questo quadro anche il nostro risultato, come Partito 
di unità proletaria, va valutato; è un risultato per noi im- 
portante, che vale doppio per una forza come la nostra, 
fuori dalle istituzioni, giovane, senza mezzi, attaccata a 
fondo sul terreno della dispersione del voto; è il primo ri- 
conoscimento ad una forza che si batte per l’unità fra la 
nuova sinistra e la sinistra storica sul terreno, per noi or- 
mai maturo, dell’alternativa di potere e di governo delle 
sinistre al regime della Democrazia cristiana. 

Anche il risultato del voto in Emilia-Romagna va valuta- 
to: la maggioranza assoluta al PCI, l'avanzata del PSI, 
l'affermazione nostra. Ciò rappresenta certo l’espressio- 
né di un giudizio positivo sul modo diverso di ammini- 
strare delle sinistre, ma anche la presa di coscienza ulte- 
riore, da parte dei lavoratori, dei giovani, di strati inter- 
medi, di un sempre più necessario mutamento politico 
generale nella direzione del paese. 

Una indicazione fondamentale, per noi, sul ruolo che le 
masse emiliano-romagnole vogliono esprimere ai fini di 
una trasformazione nazionale del sistema di potere e dei 
rapporti politici e sociali, ponendo, un problema di fon- 
do, quello di come utilizzare i livelli di potere e di massa 
conquistati in Emilia-Romagna, gli stessi livelli istituzio- 
nali controllati dalle sinistre ai fini di una linea alternati- 
va al potere padronale e democristiano e non di mediazio- 


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ne interclassista e di vertice con il governo e con la Demo- 
crazia cristiana. 

Nella nostra regione, infatti, la crisi del sistema e le scel- 
te padronali e governative cominciano a far sentire pe- 
santi effetti, il settore di piccole e medie aziende, nato nel 
periodo della crescita, sull'onda consumistica e con lo 
sfruttamento accentuato della forza lavoro, sta entrando 
in difficoltà, mentre la politica di restrizione del credito 
alla stessa piccola e media azienda, all'artigianato, alla 
cooperazione, in diversi comparti, ha rallentato l’attività 
produttiva, provocando un ricorso alla cassa integrazio- 
ne, a licenziamenti, al decentramento produttivo, con la 
crescita del lavoro a domicilio. 

È in pauroso aumento la disoccupazione intellettuale e 
giovanile. Da dati sindacali risulta un orientamento del 
padronato ad investire in alcuni settori che lavorano con 
’estero ma ristrutturando il processo produttivo con il 
ricorso a forme di decentramento, di lavoro a domicilio, 
non ampliando i livelli di occupazione e colpendo il pote- 
re sindacale e dei lavoratori. 
Una crisi pesante investe anche il settore della agricoltu- 
ra per l'alto costo dei macchinari e delle materie prime, 
per la mancanza di credito agevolato, di modo che non 
vanno avanti iniziative progettate nel campo della zootec 
nia, di altri settori agricoli e vi è abbandono dell'attività 
in alcune zone. 

Un notevole rallentamento vi è nel settore edilizio, in 
quello dei lavori pubblici, con crisi nei comparti delle 
piastrelle, del legno, eccetera. Il caro-vita ha tassi sempre 
elevati. La natura della crisi è quindi tale, e ormai lo rico- 
noscono quasi tutti, da colpire quella che è stata definita 
«la diversità positiva» dell’Emilia-Romagna; anzi, la 
struttura tipica emiliana composta di piccole e medie 
aziende è oggi soggetta, in diversi comparti, in modo più 
forte alla crisi e alla stagnazione per la riduzione di certi 
consumi. 

Si apre qui il problema di come rispondere, come sini- 
stra, a livello generale ed anche regionale, ad una situa- 
zione di questo genere, e ciò investe problemi di linea che 
riguardano il movimento, gli strumenti e le forme di lot- 
ta, la azione sindacale, di massa, le alleanze, l’unità città- 
campagna, tra nord e sud, il ruolo delle istituzioni eletti- 
ve a maggioranze di sinistra. . 
Ecco, sul ruolo delle istituzioni elettive a maggioranza di 


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sinistra noi, come Partito di unità proletaria, riteniamo 
non rispondente alla crisi di fondo del sistema, alla crisi 
della Democrazia cristiana e al risultato del 15 giugno la 
scelta politica delle cosiddette nuove intese democrati 
che, dell'apertura delle maggioranze di sinistra alla De- 
mocrazia cristiana, al Psdi e al Pri, privilegiando una 
scelta di vertice, di schieramento, ritenendo possibile 
una collaborazione a livelli di mediazioni riformistiche 
con tali forze politiche di fronte alla gravità della crisi in 
atto. 
Noi riteniamo che la risposta debba essere un’altra, che 
le maggioranze di sinistra debbano non solo saldarsi al 
lotte di massa, ma essere stimolatrici di tali lotte, con 
progetti di intervento realistici, che divengano obiettivi 
di lotta e quindi fatti crescere e costruiti dal basso, a li 
vello di zona, a livello di comprensorio, e non con vaghi 
progetti molto simili spesso alle enunciazioni governati 
ve nazionali; questi progetti, per la loro realizzazione, per 
i mezzi finanziari occorrenti debbono divenire terreno di 
lotta da parte delle forze sociali che sono colpite dalla 
crisi, partendo naturalmente dalle esigenze degli strati 
meno abbienti, costruendo una risposta all'attacco pa- 
dronale e governativo che viene portato prima di tutto 
sul terreno dell'occupazione e dell'aumento del costo del- 
la vita. Questo governo, in definitiva, è il principale ali- 
mentatore del carovita; in questi mesi sono state aumen- 
tate tutte le tariffe possibili ed immaginabili, e non a caso 
noi troviamo una rispondenza enorme nelle nuove forme 
di lotta che noi sollecitiamo, tipo quella dell’autoriduzio- 
ne delle tariffe, che è una forma di lotta, che assume se 
assunta dal sindacato, un significato quale quello che 
aveva lo sciopero nei primi anni del secolo, una lotta che 
paga. Non è possibile vedersi continuamente eroso 
dall'aumento delle tariffe, senza avere discusso e contrat- 
tato scelte di fondo, investimenti, il salario, le pensioni, 
come vedono oggi i lavoratori che scelgono appunto ed 
approvano tale forma di lotta con la quale, noi diciamo, si 
devono saldare anche gli enti locali retti dalle forze di si- 
nistra. 

Perchè non è possibile — ad esempio — che gli enti locali 
vadano ad aumenti delle tariffe del gas senza entrare e di- 
scutere nel merito la politica dell'ENI, della SNAM, e di 
quella che è la gestione di questa azienda per cui, se non 
ci si collega alle masse che rifiutano questi aumenti tarif- 


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fari, che chiedono una nuova politica dell’energia, noi 
non sapremo rispondere a quelle che sono le esigenze che 
oggi vengono avanzate a tali livelli. 

Quindi noi riteniamo che prima di tutto le intese debbano 
essere fatte con queste forze sociali che sono colpite dalla 
crisi, su questi contenuti, sui quali andare ad un confron- 
to, ad una lotta democratica con quelle forze politiche 
che hanno la responsabilità della crisi economica ed isti- 
tuzionale che colpisce il nostro paese, come modo per fa- 
re esplodere le contraddizioni dentro queste forze; per- 
chè la democrazia cristiana è in prodonda crisi; il Partito 
repubblicano vive anch'esso una profonda crisi e non 
parliamo della socialdemocrazia. 

Io credo che debbano essere incalzate queste forze politi- 
che per liberare veramente forze che sono disponibili ad 
una alternativa sul piano politico e di sistema. 

In questo senso allora, come partito di unità proletaria, 
riteniamo che debba anche mutare il modo di gestione 
degli enti locali e della regione da parte delle forze di si- 
nistra, attraverso appunto un più diretto rapporto con le 
masse colpite dalla crisi. Ecco perchè, per noi, ieri assu- 
meva significato politico il fatto che la presidenza del 
Consiglio, la presidenza delle commissioni venissero ri- 
solte in un certo modo, perchè l'ente regione, che è l'ente 
che ancora vive un maggiore distacco dalle masse, ha bi- 
sogno di diventare una realtà per i cittadini, per i lavora- 
tori. E quindi ha senso anche il modo come l'ente regione 
si colloca in questo quadro, favorendo quindi la crescita 
di un blocco sociale antagonistico alle scelte del padrona- 
to e della democrazia cristiana, che oggi sono le scelte 
della disoccupazione e del caro vita. Questo infatti è 
l’unico giudizio che si può dare sulla politica governati- 
va. 
E aprendo allora con il Governo, con il suo centralismo 
un vero e proprio scontro, senza il quale è illusorio pen- 
sare di modificare i rapporti di potere e avere i mezzi fi- 
nanziari per rispondere ai bisogni collettivi, basti pensa- 
re all'attuale situazione di sfascio del sistema fiscale. 
In questo senso io non condivido il discorso generico che 
si fa sul ruolo dell'ente locale; ormai è dai tempi del 
centro-sinistra, da quindici anni che ci sentiamo ripetere 
queste cose, che l’ente locale non si colloca nè pregiudi- 
zialmente a favore, nè pregiudizialmente contro lo Stato; 
bisogna fare una scelta rapportata alla situazione attua- 


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le. Oggi l'ente regione, soprattutto se diretto dalle forze 
di sinistra, non deve stare a fare il discorso del pregiudi- 
zialmente contro, del pregiudizialmente a favore, oggi de- 
ve dare un giudizio chiaro su che cos'è la politica dello 
Stato nei confronti delle autonomie e su questo fare un 
discorso chiaro, e quindi deve denunciare la politica go- 
vernativa, altrimenti non si rientra neanche in una dialet- 
tica politica. Ma lo Stato lo vogliamo trasformare, caro 
Cavina, non vogliamo accettare lo Stato che abbiamo og- 


gi... 


Allora bisogna denunciare la politica centralistica 
dell’attuale governo che rappresenta lo Stato centrale. 
Invece si sfugge a questa dialettica politica. 


(interruzioni) 


Noi riteniamo necessario questo, e le esperienze passate 
ce lo confermano, (perchè qui non siamo nuovi a queste 
esperienze oramai siamo tutte persone che abbiamo più 
anni di amministrazioni elettive). C'era il vecchio Alvisi, 
socialista dell’Amministrazione provinciale, che diceva: 
«è dal 1910 che sento parlare della riforma della finanza 
locale», ed è morto senza averla vista. Quindi sono cose 
che ormai conosciamo. 

Noi riteniamo, e le esperienze passate ce lo confermano, 
che sia illusorio ritenere di potere raggiungere tali risul- 
tati, che vengono enunciati nel documento (la nuova legge 
sulle autonomie, la riforma fiscale, la riforma della fi- 
nanza regionale, eccetera, un lungo elenco di problemi), 
con la linea delle nuove intese democratiche, dell’apertu- 
ra alla DC, cioè pensare di ottenere mezzi e. poteri (con 
l’esperienza di tutti questi anni che abbiamo alle nostre 
spalle), ottenere una trasformazione dello Stato (sì, Cavi- 
na, perchè noi non vogliamo fare del separatismo regio- 
nale) con le mediazioni verticistiche o con un fronte delle 
autonomie locali che comprende tutti, dal Partito comu- 
nista alla Democrazia cristiana al Partito liberale. Con le 
scelte, per intenderci, dell'ANCI, dell’UPI, con il gioco 
delle parti, dove tutte le amministrazioni locali si ritrova- 
no, fanno il pianto greco e poi, a livello nazionale, ammi- 
nistratori e governanti democristiani, socialdemocratici, 
repubblicani, con l'impotenza del PSI hanno sempre fatto 
la politica che hanno voluto... 

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CAVINA: Ti accorgi che la contraddizione è in loro? 


CONIGLIO: Sì, però la fanno pagare a noi; sarà in loro, 
ma la paghiamo noi 

Muoversi in questo modo significa non incalzare il potere 
democristiano nella sua crisi e, al limite, permettere nuo- 
vi anche se difficili equilibri, perchè io sono convinto che, 
per quanto ancora si commettano errori da parte della si- 
nistra, ormai voi democristiani siete in una crisi da cui 
non ne verrete fuori, in una situazione di crisi del paese 
che viene scaricata però sempre più sulle masse popola- 
ri. 

I risultati negativi di questi anni nel campo delle autono- 
mie dimostrano che i partiti di governo, con la democra- 
zia cristiana in testa, che è poi quella che conta nel gover- 
no centrale, perseguono un disegno di rafforzamento cen- 
tralistico dello Stato. Non a caso l'attuazione definita ri- 
voluzionaria delle Regioni avvenne nel momento in cui 
da parte della Democrazia cristiana e del governo si ac- 
centrava il sistema fiscale, del prelievo statale completo, 
andando verso un ulteriore centralismo dell'entrata e 
della spesa pubblica. Questo per dimostrare la volontà 
democratica e di decentramento, che animava le forze di 
governo e la Democrazia cristiana. Quindi con un tipo di 
rafforzamento centralistico che è stato fatto nell’interes- 
se dei gruppi padronali e dei gruppi di Stato, centri di po- 
tere della Democrazia cristiana. 
Perciò da parte di queste forze si tende sempre più ad as- 
segnare un ruolo subalterno e di ordinaria amministra- 
zione alle regioni e alle autonomie locali, a scaricare nel 
quadro della finanza pubblica la crisi del sistema sulle 
istituzioni pubbliche decentrate. 
Da tale situazione per noi si esce con una lotta a fondo 
contro tali scelte, a tutti i livelli in cui il movimento ope- 
raio e democratico e le forze di sinistra operano (dalle 
fabbriche, al territorio, alle istituzioni) costruendo gli 
strumenti di lotta in tali realtà, strumenti di lotta che i la- 
voratori vogliono darsi anche con larghe capacità di al- 
leanze, nelle fabbriche e nelle zone. È aprendo una ver- 
tenza di fondo con il sistema di potere democristiano, 
preparando le condizioni di una alternativa di potere e di 
governo, costruita dal basso, controllata democratica- 
mente, capace di rintuzzare manovre che venissero por- 
tate su terreni antidemocratici e autoritari. 


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In questo senso, come Pdup, ci batteremo per favorire la 
più ampia partecipazione delle masse alle decisioni e alle 
scelte, costruendo insieme risposte e lotte, attraverso il 
decentramento degli enti elettivi, con forme anche di ele- 
zione diretta, con la delega delle funzioni regionali verso 
il basso, con un confronto continuo, non formale, tra le 
strutture democratiche del movimento e delle organizza- 
zioni di massa ed i livelli istituzionali. 

Bisogna realizzare le condizioni perchè trovino risposta i 
bisogni delle masse sul piano sociale, economico e cultu- 
rale, per un nuovo modo di lavorare e di vivere. 

Per questo, secondo noi, è urgente costruire una risposta 
(è qui la dimensione del programma, su che cosa deve ca- 
ratterizzarsi il programma) che metta al primo posto il 
problema dell'occupazione. Ormai l’incompatibilità tra 
piena occupazione e capitalismo è palese, occorre mette- 
re al centro questo problema dell'occupazione in termini 
corrispondenti ai bisogni collettivi, con investimenti di- 
retti verso tali necessità e quindi anche con forme e stru- 
menti adeguati di lotta. 

Qui balza in primo piano il problema dell’utilizzazione 
delle risorse e qui c'è quel riferimento nel documento 
presentatoci della disponibilità della Regione a concor- 
dare di gestire la limitata finanza pubblica che mi sem- 
bra un discorso che non regge nell'attuale situazione. 
Altro che gestire la limitata finanza pubblica, o concorda- 
re sulla gestione della finanza pubblica che significa qua- 
si una accettazione delle compatibilità di cui parla La 
Malfa con il dibattito che oggi è in corso. Io credo che oc- 
corra andare con forza a mutare innanzitutto il sistema 
fiscale che oggi colpisce a fondo il lavoro dipendente e i 
pensionati e che permette larghissime evasioni. 

Anche su tale terreno ci appare vana una mediazione ver- 
ticistica con la Democrazia cristiana e il suo sistema di 
potere. Va riaperta sul fisco, da parte della sinistra, una 
lotta a fondo per mutare il rapporto fra imposizione di- 
retta e indiretta, per ridare una capacità impositiva ai co- 
muni e alle regioni, per attuare un controllo di base de- 
mocratico da parte dei consigli di quartiere e di zona, sul- 
le capacità contributive di ognuno, per colpire tutte le 
evasioni. Va messo insomma in discussione, aprendo con- 
tro di esso una lotta a fondo, l’attuale sistema di entrata e 
di spesa pubblica, che è poi l’edificio del malgoverno de- 
mocristiano, basato su un uso capitalistico e clientelare 


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della spesa pubblica, su carrozzoni inutili, dalle mutue 
alla federconsorzi, su partecipazioni statali che operano 
in modo rispondente alla logica privatistica ed avventuri- 
stica, dilapidando il danaro pubblico. 

Sulla casa, sulla difesa della salute, sui servizi sociali, in 
agricoltura e nei trasporti, è oggi possibile aprire verten- 
ze di massa, spostare in modo adeguato vaste quote di 
spesa pubblica, creando condizioni per una nuova occu- 
pazione per riconversioni produttive e per rispondere ai 
bisogni sociali della collettività. 

Colleghi «del Consiglio, con la spinta a sinistra del 15 giu- 
gno e la volontà di lotta delle masse, con il controllo dato 
alla sinistra di altre regioni e città si può favorire la cre- 
scita di tale linea dell’alternativa di potere e di governo 
alla democrazia cristiana. 

Questa è perlomeno la nostra linea, come partito di unità 
proletaria per il comunismo, che intendiamo fare avanza- 
re a livello di massa, nella sinistra, con un confronto 
aperto e non settario, teso ad una unità che incida, che 
cambi, che dia risposte vere. 

In questo senso l’asse strategico nostro è chiaramente di- 
verso da quello sul quale si colloca la Giunta Pci-Psi. In 
questo senso si spiega la nostra non partecipazion alla 
Giunta, del resto, proprio per questi fatti, neppure richie- 
staci; il nostro disaccordo con il patto sottoscritto dai va- 
ri partiti sull’Ufficio di presidenza e sulla presidenza del- 
le Commissioni. 

Ma tutto questo non ci porta a posizioni di chiusura: noi 
vogliamo l'unità a sinistra, lo diciamo anche troppo spes- 
so; per la gravità della crisi del sistema e della Democra- 
zia cristiana, riteniamo mature le condizioni per costrui- 
re una alternativa di sinistra. Noi lavoriamo per questo e 
questo vogliamo spiegare alle masse, perchè comprenda- 
no il significato e la volontà unitaria che ci anima. 

Per questo, pur con tali posizioni, voteremo la Giunta Pci- 
Psi, ma la incalzeremo a fondo, cercando di portare un 
contributo di idee e di azione sui programmi e ci sentire- 
mo pienamente liberi di esprimere critiche, oltre che alla 
linea generale, ai singoli provvedimenti, assumendonce- 
ne naturalmente tutta la responsabilità. 

Cercheremo di favorire, anche dall'interno dell’istituzio- 
ne, la crescita di un movimento di massa che la consideri. 
da un lato come una controparte e dall'altro come un 
punto di appoggio contro l’attuale potere centrale. 


17 


Dibattito sulla crisi economica 
(ottobre 1976) 


CONIGLIO: «Non si può non partire, nell'affrontare la te- 
matica posta dalla relazione di Cavina, da un giudizio 
preciso sulle scelte di politica economica precisate dal 
presidente del consiglio Andreotti nell'ultimo dibattito 
parlamentare che ha visto la riconferma della «non sfidu- 
cia» al governo. 

Il quale sta scaricando con il prelievo indiretto il costo 
della crisi sulle masse popolari, per ottenere un blocco 
sostanziale dei salari, tentando anche la strada della fi- 
scalizzazione degli oneri sociali finanziata con un prelie- 
vo indiretto, senza nessun impegno preciso di nuovi inve- 
stimenti per la ripresa produttiva. 

Nel quadro della scelta di astensione di PCI e PSI, An- 
dreotti e la DC tentano di mettere in discussione le con- 
quiste e gli obiettivi concreti (sviluppo dell'occupazione, 
nuovo sistema produttivo basato in buona parte sullo svi- 
uppo dei consumi collettivi) su cui in questi anni vi era 
stata una saldatura tra movimento di lotta e forze di sini- 
stra, pur di fronte a sbocchi politici inadeguati e ben veri- 
ficabili oggi. 
Quando si aumenta la benzina, le tariffe dei servizi pub- 
blici, si attua il prelievo indiretto e non si sceglie la via 
della tassazione diretta per i redditi medio-alti, dell'im- 
posta patrimoniale, o sulle rendite finanziarie, si com- 
prende bene su chi si vuole scaricare la crisi, non inciden- 
do sull’inflazione e non aggredendo i nodi di fondo del 
meccanismo in atto, con la premessa di nuove scelte pro- 
duttive e di riconversione. Così ad esempio aumentare la 
benzina è tariffe dei servizi pubblici, significa continuare 
ancora come prima, con la priorità data alla motorizza- 
zione privata e con il trasporto pubblico sfasciato, subor- 
dinato e reso più costoso per chi lo usa, non incidendo 
così sul deficit petrolifero e su nuove scelte produttive. 
Da qui nascono, come PDUP, le nostre proposte sul razio- 
namento della benzina e della carne, per risanare il defi- 
cit, difendendo i livelli minimi di consumo per tutti, par- 
tendo dai reali bisogni e non aumentando il prezzo; tale 
era la nostra proposta di prelievo diretto e patrimoniale 
iniziando sin da ora con gli accertamenti dal basso (cons 
gli tributari) per reperire i fondi degli evasori (che sono 
mi- 

18 


gliaia di miliardi) con i quali va coperta una buona parte 
dei costi dei servizi sociali (scuola, trasporti, asili, sanità, 
ecc.) che devono essere dati gratuitamente o a prezzo po- 
litico è che non possono essere gestiti in una logica di 
costi-ricavi, senza colpire le famiglie più bisognose, ri- 
cacciando indietro conquiste culturali, quali la liberazio- 
ne della donna dalla servitù famigliare, servitù contesta- 
ta giustamente dal movimento delle donne, non risolven- 
do lo stesso problema del deficit (es. trasporto pubblico). 
Ciò che ne viene dalle misure straordinarie è solo il 
ro contributo dato dal governo e dalla DC per saldare il 
proprio blocco imprenditoriale e di potere (Cefis, Agnelli, 
ecc.) 
È per questo che noi siamo con il movimento di lotta e 
con tutte le forze che dicono NO all'attuale linea governa- 
tiva ed è mai in questa linea che si collocano le nostre 
scelte per nuovi indirizzi rispondenti alle esigenze collet- 
tive, di diminuzione della dipendenza dall'estero, relati- 
vamente alla collocazione dell’Italia nel mercato interna- 
zionale (con nuove rinegoziazioni dei rapporti a livello 
MEC e mondiale). Combattendo la logica dei prestiti in- 
ternazionali, che toccano ormai 17 miliardi di dollari, e 
che sono legati alle attuali scelte di governo su un terreno 
antipopolare e antioperaio. 
Il PCI con la scelta di muoversi sul piano delle contraddi- 
zioni della crisi capitalistica per inserirvi elementi dina- 
mici di ripresa del meccanismo di accumulazione, accet- 
tando questa struttura produttiva così com'è, rischia di 
consumare fino in fondo un'ipotesi veramente economici- 
sta che, rispetto alla dimensione e alla qualità della crisi, 
non riesce a garantire una ripresa senza distorsioni del 
profitto, nonostante una dura restrizione dei consumi e 
dell'occupazione. Inoltre il blocco della spesa pubblica e 
la paralisi dei servizi sociali come conseguenza dell’ac- 
cettazione della linea Andreotti mette in discussione lo 
stesso «modello emiliano» anche se Cavina tende nella 
sua relazione, a negarlo. In Emilia viene portato un duro 
colpo non solo allo sviluppo delle piccole e medie aziende 
e dell'artigianato (restrizione del credito), ma al tipo di 
RE costruito dall'ente locale nel campo dei servizi 
sociali e collettivi un livello economico che aveva raccol- 
to parte delle esigenze che uscivano dalle lotte del '68. 
Ma la crisi attacca tale modello in un acuirsi di contrad- 
dizioni tra chi vuole razionalizzarlo ed espanderlo (al- 


19 


leando enti locali a imprenditori e partecipazioni statali) 
e chi pensa ad un ulteriore sviluppo dei servizi sociali, 
ma entrambi nel quadro di una linea che non punta ad 
una lotta al potere DC ALLA COSTRUZIONE DI UN 
BLOCCO ALTERNATIVO E DI SBOCCO UNITARIO A SI- 
NISTRA. 

Oggi invece la crisi creditizia e della finanza locale deter- 
mina l'allineamento della dinamica dell'economia regio- 
nale a quella nazionale, per quanto già in atto come si 
può rilevare dai dati occupazionali e produttivi. 

Infatti troviamo un allargamento più che proporzionale 
di occupazione nel terziario, un minimo aumento nel 
comparto industriale ed una caduta nell’agricoltura. Di 
converso abbiamo un aumento delle unità produttive, 
che dimostra un aumentato processo di disaggregazione 
della organizzazione del lavoro tesa a diminuire la con- 
flittualità operaia (lo statuto dei lavoratori non opera sot- 
to i 15 addetti) e favorisce la subordinazione dell’artigia- 
nato precedentemente autonomo al grande capitale, il la- 
voro nero e non solo nei settori tessile-abbigliamento. Nel 
contempo nessuno si muove seriamente per colpire la 
rendita bancaria che incide sui deficit degli enti locali 
per il 30% e su Bologna per il 27%. 
Questa ci sembra la situazione preoccupante in atto nel 
Paese. In tale quadro di politica economica e finanziaria 
governativa appare illusorio un discorso di rilancio eco- 
nomico regionale quale quello indicato nella relazione 
anche in un'ottica interna ancora al modello attuale e gio- 
cata su un terreno di razionalizzazione. È infatti puro ot- 
timismo dire che vi è coincidenza tra l’azione della Regio- 
ne e quella del governo nei settori dall’agroalimentare al- 
la chimica. Forse a livello di puri titoli. 

Per la chimica secondaria ad esempio la Montedison pun- 
ta ad una riduzione della base produttiva e, per l’attuale 
quadro di divisione internazionale, in tale campo occorre 
una nuova collocazione dell’Italia e nuove negoziazioni 
dei rapporti. Questo vale per l’elettronica, con i connessi 
problemi della ricerca e per il piano agroalimentare dove 
i condizionamenti della CEE sono di ostacolo ad uno svi- 
luppo dell'agricoltura che incida sul deficit alimentare, 
rilanciando anche come occupazione il settore agricolo, 
con beneficio sui prezzi e sui consumatori (lotta all’inter- 
mediazione). 

Alcune riflessioni ci vengono ad esempio per quanto ri 


20 


guarda il porto di Ravenna su cui la Regione ha preso im- 
pegni pesanti, con gli enti locali, e che nel quadro econo- 
mico regionale, ai fini delle esportazioni, favorisce pochi 
complessi (tubi, asfalti, l’ANIC solo in parte) e non certo 
la ortofrutta, la meccanica strumentale, ecc. Ci pare in- 
somma vi siano ampie contraddizioni nelle scelte locali, 
mentre le scelte nazionali del governo non assicurano 
nulla ai fini di un intervento serio in tali settori. 
Nei primi sei mesi del ’76, in Emilia, abbiamo visto una 
ripresa legata alle vicende monetarie, nei settori con 
espansione produttiva, dagli alimentari ‘alle ceramiche, 
ma con un calo dell'occupazione. Mentre in crisi sono al- 
cuni settori della meccanica strumentale (es. la stessa 
Minganti di Bologna). Per uno sviluppo di tali settori è ne- 
cessario riprendere le piattaforme sindacali di Rimini 
con una lotta per un controllo alternativo a quello della 
DC sugli strumenti fiscali e creditizi. 
In mancanza di tale controllo anche il piano di riconver- 
sione industriale sarà un modo per coprire la reale politi- 
ca governativa, ossia quella del blocco dei salari, la fisca 
lizzazione degli oneri sociali, il blocco della scala mobile 
e della contrattazione articolata. 
Nella relazione di Cavina poi non è giustamente valutato 
problema della disoccupazione giovanile, che è un fatto 
centrale in Emilia-Romagna. 
Risulta da una indagine che giovani dai 14 ai 18 anni lavo- 
rano per il 50% per una media di tre mesi all'anno. Quin- 
i abbiamo; negli ultimi anni della scuola secondaria un 
ato di occupazione massiccia con un dato di disgrega- 
zione evidente che tende a favorire quel doppio mercato 
el lavoro presente nel disegno di legge di Andreotti. 
dato di offerta di lavoro non qualificato viene molto 
spesso coperto in tale modo e possiamo prevedere come 
in regione la crisi accentui lavoro nero, part-time, forme 
diverse di sfruttamento. 
Inoltre vi è il dato della disoccupazione intellettuale che 
se è di 16.000 per l'Istat, risulta in realtà tre volte tanto. 
Ora il problema va visto nel quadro di una modifica e di 
un allargamento della base produttiva, non assumendo in 
modo subalterno alla attuale domanda lo stesso proble- 
ma della formazione professionale che va legata ad ipote- 
si di modifica produttiva. 
In questo senso la regione ha atteso Andreotti, senza pre- 
disporre niente, mentre si era impegnata alla creazione 


21 


di un fondo regionale da utilizzare nei settori di compe 
tenza. Fino ad ora non si è visto nulla di tutto ciò. 

Su tale terreno noi riteniamo debba andare avanti la pro- 
posta della FLM di un fondo triennale per l'occupazione 
giovanile, collegandone l’uso all'allargamento della base 
produttiva, alla riduzione dell’orario-di lavoro, ad espe- 
rienze integrate di studio e di lavoro». 


Sulla attuazione della legge 382, 
sui poteri alle regioni (seduta 26/1/1977) 


CONIGLIO: Le vicende di questi giorni relative all'uscita 
del decreto governativo per la finanza dei comuni, insie- 
me ai dati risultanti dalla riunione del Consiglio dei mini- 
stri sulla attuazione della legge 382 (e potremmo aggiun- 
gere le vicende del disegno di legge sulla riconversione 
industr iale) ci pare confermino le analisi da noi fatte sul 
governo Andreotti, sulla sostanza antipopolare e centr: 
stica della sua politica, che abbiamo definito di sacrifici 
per le masse popolari senza contropartite, e quindi sul 
dato — a nostro parere grave e denso di rischi — della 
strategia astensionista del Partito socialista e del Partito 
comunista. 
Non solo ci troviamo in tale materia (quella della cosid- 
detta riforma dello Stato) di fronte a ritardi politicamen- 
te manovrati (con costi pagati dalle masse popolari in ter- 
mini di spreco, di inefficienza, di mancanza di servizi), 
ma a ] momento dei provvedimenti del governo (decreti 
legge, quasi sempre, come è stato sottolineato da Ingrao, 
che se ne è lamentato) vediamo sostanzialmente eluse tut- 
te le belle richieste unitarie dei convegni di Viareggio, 
delle assemblee delle Regioni, delle proposte dei tecnici 
spesso avanzate (come nel caso della commissione Gian- 
nini). 
Il dato relativo al consolidamento dei debiti a breve dei 
comuni e delle province è esemplare della volontà politi- 
ca del governo DC (e in quale conto è tenuto l'appoggio 
esterno della sinistra storica, come la chiamiamo noi): 
niente vi è per aumentare le entrate, i mutui per il conso- 
lidamento avvengono al tasso del 15% con scadenza no- 
vennale, costringendo a quote di ammortamento pesan- 
tissime; in più si tolgono le garanzie per contrarre ulte- 
riori mutui per investimenti, obbligando a passare per 
una cassa depositi e prestiti non finanziata e a 
il blocco rigido delle assunzioni. 

Quando dicevamo che la D.C., dopo che le elezioni ammi- 
nistrative hanno portato le sinistre al governo delle città, 
sta manovrando per strozzare le autonomie e perchè il 
malcontento popolare si indirizzi verso i governanti loca- 
li, e ne accennava ieri anche il sindaco di Torino, Novelli, 
mi pare fossimo nel giusto. 

Ma tale politica è possibile, secondo noi, nel quadro di 


una debolezza della sinistra che, non vedendo prospetti- 
ve di alternativa a tale governo, nè lavorando per co- 
struirla sui bisogni popolari con una politica di giustizia 
sociale vera nel prelievo e nella spesa, è prigioniera di ta- 
le stato di cose e della manovra democristiana. 

Per non parlare, in tale quadro, delle uscite del segreta- 
rio del PRI, Biasini, che sulla «382» ha parlato di necessi- 
tà di ulteriori rinvii sino a che non è stata precisata la ri- 
forma di tutto l'ordinamento locale, come se tale batta- 
glia non fosse strettamente legata proprio a quella per il 
riordino dei ministeri, con tempestività, per non cagiona- 
re ulteriore spreco derivante dall'attuale struttura e dal- 
le incertezze e ritardi della normativa. 

Sappiamo, in una condizione già di inefficienza e di spre- 
co, quanto pesino le incertezze e i ritardi, le lotte politi- 
che e burocratiche per la conservazione dei poteri, oppu- 
re l'assenza e il disinteresse quando si pensa con certezza 
che questi poteri saranno persi. Possiamo pensare all’at- 
tuale situazione, ad esempio, di funzionamento delle mu- 
tue, in una prospettiva che dovrà vederle passare alle Re- 
gioni. 

Noi quindi crediamo che non sia il caso di dissertare 
troppo sugli schemi che abbiamo tuttora della commis- 
sione Giannini, anche se alcune osservazioni precise cer- 
cherò di farle. 

Dopo il decreto sulla finanza locale e il disegno di legge 
sulla riconversione industriale (che copre le falle enormi 
delle partecipazioni statali) e taglia fuori le regioni da 
ogni potere reale alla definizione delle scelte, siamo sicu- 
ri che in tale quadro politico il Governo eluderà (come già 
appare) le stesse proposte della commissione Giannini, 
come si evince del resto fra le righe della relazione stessa 
della commissione Giannini, laddove si legge — ad esem- 
pio — che «la commissione dà atto che le amministrazio- 
ni statali più interessate hanno di proposito evitato la di- 
scussione delle proposte contenute nel rapporto di lavoro 
e, considerando ciò pessimo esempio di costume non de- 
mocratico, ne fa segnalazione al Parlamento». In questi 
termini si concludono le considerazioni generali della 
commissione Giannini. Questo fattore, il silenzio degli 
apparati burocratici, è estremamente sintomatico. Le 
amministrazioni statali interessate non hanno parlato, 
l'apparato amministrativo ha dato poco o nessun peso 
agli schemi, pensando o di riuscire a non farli approvare, 


24 


o comunque di disapplicarli nella pratica, riconquistan- 
do le posizioni perdute in virtù della stessa sopravviven- 
za degli uffici statali titolari delle funzioni trasferite che 
resteranno in vita. E noi sappiamo che la burocrazia ha 
sempre uno stretto collegamento con il potere politico, in 
questo caso il potere politico centrale del Governo. 

Noi riteniamo sia sbagliato avviare un processo di regio- 
nalizzazione in chiave puramente amministrativa, quale 
è alla fine la ridistribuzione delle competenze correlative 
al trasferimento delle funzioni. Non è ammissibile che ci 
si appaghi dei risultati di questa operazione, senza consi 
derarla ancora niente altro che il primo momento di una 
trasformazione radicale e necessaria dell'ordinamento 
pubblicistico. 

Occorre anzi abbandonare decisamente questa linea am- 
ministrativa, rompere il guscio dell'ordinamento ammi 
nistrativo entro il quale si sono contenuti sino ad ora i 
trasferimenti di funzioni alle Regioni. 

È sempre passata un po' nel dimenticatoio la disposizio- 
ne dell’art. 6 della 1. n. 382, secondo cui «il Governo è de- 
legato ad emanare... (sempre entro il termine del 25-7 
1977, così prorogato dalla 1. n. 894 del 27-11-1976, pubbli- 
cata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 10-1-1977) uno o più 
decreti aventi valore di legge-ordinaria, diretti a provve- 
dere alla soppressione degli uffici centrali delle ammini- 
strazioni statali a seguito del trasferimento delle funzio- 
ni alle Regioni a Statuto ordinario operato con i decreti 
delegati previsti dall'art. 1, primo comma...». La questio- 
ne era stata affidata, pare (ma le informazioni al riguardo 
sono estremamente scarse), ai lavori di una commissione 
di studio di carattere burocratico-ministeriale). Sta di 
fatto, comunque, che di questi eventuali lavori non si sa 
niente. La cosa sarebbe stata, invece, estremamente im- 
portante. Il grave, gravissimo, insormontabile limite del- 
la 1. n. 382 del 1975 consiste nella scissione delle compe- 
tenze regionali da quelle delle amministrazioni statali 
centrali, nell’operare cioè sul solo versante regionale, 
nello stralcio della materia del riordinamento dei mini- 
steri dal progetto n. 114 del Senato (della scorsa legisla- 
tura) e da quello n. 3157 della Camera. La delega contenu- 
ta nella prima parte dell'art. 6 della 1. n. 382 consentireb- 
be, sia pure nella limitatezza, una certa operazione di 
riordinamento degli apparati centrali, inscindibile da 
quello delle amministrazioni regionali. La «soppressione 


25 


di uffici» ivi prevista è ben poco, non consente quel 
riorganizzazione globale che è necessario attuare conte- 
stualmente al trasferimento di nuove funzioni alle Regio- 
ni; tuttavia, attraverso una interpretazione eventualmen- 
te estensiva del concetto di «uffici» sarebbe possibile 
operare un inizio di riordinamento degli apparati centra- 
li che è assurdo pensare restino uguali a prima, dopo che 
quasi un terzo delle loro competenze passa alle Regioni. 
Nè, comunque, le due operazioni, quella del completa- 
mento dei trasferimenti e quella della soppressione degli 
uffici, possono andare disgiunte, ed essere anche solo 
studiate da due organi diversi. Di questo si è resa conto la 
stessa Commmissione Giannini la quale, mentre nella 
prima stesura degli schemi a cura del suo ufficio di presi- 
denza (aprile 1976) aveva parlato di soppressione di uffici 
soltanto nello schema dell'agricoltura, nell'ultima stesu- 
ra della sua relazione (dicembre 1976), dopo avere tratta- 
to dell'art. 6 della legge, sembra giustamente volersi dare 
carico anche dell'attuazione di tale delega, prevedendo 
nelle sue proposte normative una organica e sistematica 
soppressione di uffici. Si pensi, ad esmpio, alla Proposi- 
zione dello schema della Sanità, alle Proposizioni Norma- 
tive delle Attività Culturali, o in genere alle Proposizioni 
normative finali di ogni schema. 
È questo, dello stralcio della materia del riordinamento 
dei Ministeri dalla 1. n. 382, della settorializzazione del 
problema delle competenze regionali, della mancanza di 
un'ottica unitaria non risolvibile neanche col piccolo 
strumento della attuazione della lett. A) dell’art. 6, il no- 
stro punto critico, il grave ostacolo di oggi. Anche qualo- 
ra la legge delegata di attuazione dell’art. 1 della «382» 
fosse fatta nel modo tecnicamente e politicamente mi- 
gliore — il che non crediamo — finiremmo — comunque 
— per concludere ben poco. La parte finale delle Conside- 
razioni generali della relazione della Commissione Gian- 
nini, non a caso e nell'ultima stesura dice: «Certamente 
sarebbe stato molto meglio se giusta l'iniziale disegno 
della legge di delega, la Commissione avesse potuto tra- 
smettere i materiali di studio raccolti a quell'altro orga- 
nismo collegiale che si sarebbe dovuto occupare della ri- 
strutturazione degli apparati centrali statali. Così come 
invece è congegnata la legge di delega, la ristrutturazione 
degli apparati centrali è rinviata, puramente è semplice- 
mente, al futuro. La Commissione reputa di dover richia- 


26 


mare l’attenzione del Parlamento» (ma, annoto io, quale 
Parlamento, dato che il decreto verrà emanato dal Gover- 
no, e verrà solo esaminato, con parere soltanto obbligato- 
rio ma non vincolante, dalla Commissione parlamentare 
per le questioni regionali?) «su questa, a sua opinione, 
molto grave risultanza della legge delegata. Quale che sa- 
rà infatti il contenuto che alla legge medesima si dovrà 
dare, e quindi quale che sarà la dimensione della sop- 
pressione di organi e di uffici degli apparati centrali sta- 
tali, in ogni caso si avrà un risultato altamente imperfet- 
to». E queste sono notazioni fatte naturalmente da tecni- 
ci che però rappresentano un dato politico preciso edevi- 
dente. 

Quindi, pur non volendo attribuire agli schemi della 
Commissione Giannini quel valore mistificatorio e cari- 
smatizzante, pur volendo continuare, preliminarmente, 
ad esprimere le perplessità «a monte», che fino ad ora ab- 
biamo esposte; pur rilevando i limiti strutturali della leg- 
ge di delega n. 382, è. necessario rilevare gli aspetti positi- 
vi di alcune norme, spesso già in vigore, della legge stes- 
sa, quali il secondo comma dell'art. 1, che prevede le inte- 
se o le gestioni comuni fra Regioni finitime, o l'art. 4, che 
finalmente abroga la ottocentesca previsione dell'art. 62 
della legge Scelba e affida il controllo sulle deliberazioni 
degli enti locali nelle materie delegate e subdelegate ai 
Comitati regionali di controllo. Così come è opportuno 
sottolineare la positività delle previsioni normative della 
Commissione Giannini, nella versione della prima stesu- 
ra degli schemi, e comunque nel perfezionamento conte- 
nuto nell'ultima. Si pensi, ad esempio, ai «principi» in 
materia di attività culturali, che facendo esplicito richia- 
mo al concetto di «corpo sociale» di cui all'art. 1 della 1. 
n. 382, giustificano la previsione delle competenze regio- 
nali in materia non tanto — come era negli schemi prece- 
denti — con un piuttosto surrettizio richiamo alle norme 
in materia di polizia degli spettacoli, quanto con una con- 
clamata ed esplicitamente asserita necessità di amplia- 
mento del catalogo di competenze dell’art. 117 della Co- 
stituzione. In questo senso noi riteniamo che da parte 
delle regioni debba venire un discorso molto più preciso 
per quanto riguarda il trasferimento alle regioni stesse 
dei seguenti organi e istituti: gli organi di tutela, le so- 
praintendenze archivistiche alle gallerie, ai monumenti e 
alle antichità, nonchè le sopraintendenze statali e i beni 


27 


librari nelle regioni a statuto speciale, le competenze su- 
gli istituti culturali di interesse locale (accademie, archi- 
vi, biblioteche, deputazioni e società di storia-patria, pi- 
nacoteche e musei, con l'esclusione delle biblioteche uni- 
versitarie) e dei seguenti istituti centrali di interesse na- 
zionale: l'archivio centrale dello Stato, la biblioteca na- 
zionale centrale di Firenze, le biblioteche dei ministeri e 
dell’amministrazione autonoma dello Stato ed altri enti 
di questo genere, più l'ente nazionale per le biblioteche 
popolari e scolastiche, i centri di lettura e i centri sociali 
di educazione permanente, il servizio nazionale di lettu- 
ra. 

Noi crediamo che da alcuni punti evidenziati nella rela- 
zione della commissione Giannini vi siano le condizioni 
per avere questo tipo di gestione a livello regionale. 

Fra i molti miglioramenti degli schemi della Commissio- 
ne Giannini nella sua ultima stesura, possiamo indicare 
la presentazione degli enti da spogliare di funzioni o da 
scorporare, allegate allo schema della Sanità, tabelle che 
danno un senso a tutto lo schema, fino ad oggi sostanzial- 
mente monco; e anche ulteriori perfezionamenti de lo 
schema dell'agricoltura anche se a questo riguardo è 
molto importante il tipo di rapporto che si riuscirà a co- 
struire per quanto riguarda la partecipazione e il peso 
delle regioni, oltre che l'autonomia nei rispettivi territo- 
ri, riguardo alla politica comunitaria della CEE, che è poi 
l'elemento determinante della politica statale nel settore 
dell'agricoltura. Mentre invece non si può rilevare che 
una limitatezza delle previsioni in tema di credito da par- 
te della relazione della commissione Giannini, salvo un 
particolare riferimento al credito agrario che — secondo 
noi — è ancora limitativo. Manca, per quanto riguarda il 
credito, un quadro di riferimento organico, in particolare 
per quanto riguarda i poteri delle regioni nel credito in 
riferimento alla politica industriale e soprattutto alla 
piccola e media industria e al tipo di presenza e di peso 
che le regioni debbono avere nelle decisioni relative agli 
istituti di credito, sia alla politica finanziaria e del credi- 
to sia nella nomina degli organismi dirigenti che non può 
assolutamente continuare nel modo attuale che non è 
neanche, come diceva il consigliere Bartolini, una lottiz- 
zazione, una spartizione, perchè nel settore del credito la 
democrazia cristiana non ha mai spartito niente con nes- 
suno; vale a dire che degli incarichi dirigenti all’interno 


28 


. 


dei maggiori istituti di credito la Democrazia cristiana ne 
ha fatto monopolio proprio. 

Quindi, e mi avvio alla conclusione, noi riteniamo che al- 
tro punto critico della struttura della 1. n. 382 del 1975, 
oltre a quello in precedenza esaminato, relativo alla man- 
cata previsione del riordinamento dei Ministeri centrali, 
è quello della forma legislativa scelta all'uopo, la legge 
delegata. Non è un tentativo di escamotare il problema 
con vecchie osservazioni democraticistiche, il dire che 
queste cose, il riordinamento delle funzioni regionali, 
quello conseguente — anche se appena accennato — degli 
altre enti locali. il riordinamento dei Ministeri centrali, 
cioè la riforma dello Stato, devono essere fatti dal Parla- 
mento con legge. Il sistema della «sostanziale» delegifica- 
zione, attraverso i decreti-legge e i decreti legislativi, o 
leggi delegate, è piuttosto vecchio. Risale almeno al fasci- 
smo, quando affidava a Rocco la riforma dei Codici. Ma 
allora esso era conforme all’ispirazione antidemocratica 
dello Stato. Grave è che questo sistema sia continuato 
inalterato negli anni dello Stato repubblicano, e che con- 
tinui ancora oggi. 
Da questo punto di vista non posso che totalmente dissen- 
tire dalle conclusioni della parte finale delle considera- 
zioni generali della relazione Giannini, aggiunte nell’ulti- 
ma stesura, secondo cui «si ritiene che la legge delegata 
sia fondamentale e necessaria. Fondamentale per avviare 
il riassetto dei pubblici poteri globalmente considerati, 
necessaria perchè non esiste altro strumento che sia tec- 
nicamente più rispondente a questa finalità». Dove, gli 
esperti della Commissione Giannini, individuano la «ri- 
spondenza tecnica?». Forse nella circostanza che con la 
legge delegata è lasciato alla Commissione uno spazio 
maggiore? O forse — ma non voglio crederlo — nella con- 
vinzione che il Parlamento non sia capace di fare leggi 
impegnative di riforma dello Stato, meglio affidabili agli 
addetti ai lavori quando poi sappiamo che il parere e il la- 
voro spesso viene disconosciuto da parte del governo. 
Avviandomi alle conclusioni, mi sia lecito ricordare alcu- 
ne frasi dell'intervento del prof. Berti al Convegno bolo- 
gnese di maggio sulla 1. n. 382. 

«Quale è il peso che la legislazione statale, conservata 
pressochè intatta nei presupposti, nei principi informato- 
ri, nei riferimenti organizzativi, ha esercitato ed esercita 
sulla riforma regionale? È da credere che non ci possa es- 


29 


sere riforma se le leggi permangono quali erano, se da es- 
se continuano a dedursi le funzioni e tali funzioni debbo- 
no esercitarsi secondo principi che promanano da quelle 
leggi. Di fronte a ciò è chiaro che gli apparati statali si- 
gnoreggiano negativamente la situazione complessiva e 
riescono sempre a riprendersi ciò che hanno momenta- 
neamente perduto. In altri termini, la sede del potere non 
cambia. Infatti, i trasferimenti di funzioni allargati con le 
deleghe divengono poco alla volta un mezzo di conservi 
zione, una rivincita della burocrazia statale o di quella 
nea di conservazione alla quale aderiscono insieme, nella 
continuità di un antico patto, le forze politiche conserva- 
trici ed i registi degli apparati». 
«In nome dell'interesse nazionale sarà sempre agevole, 
come lo è stato nel passato, ripristinare per materie, o 
per determinati gruppi di materie, i punti di forza 
dell'amministrazione statale, i rapporti tradizionali e 
fondamentali su cui questa si è sin dall'inizio rialzata giu 
stificando continuamente la sua necessità. Il punto di vi- 
sta dell'interesse è ambiguo e si risolve in decisioni arbi- 
trarie: senza togliere nulla alla sua legittimazione e al 
suo utilizzo, può dirsi bene che esso è divenuto l’espres- 
sione aggiornata della supremazia statale». 
E, ancora: «la strada dei trasferimenti, proprio nel mo- 
mento in cui sembra essere percorsa fino in fondo ed 
esaurire tutte le sue utilità, mostra chiaro il limite della 
riforma regionale che non ha saputo o voluto diventare 
riforma dello Stato». 

Da tutto quanto detto, e particolarmente in relazione alla 
mancata previsione nella legge delegante del riordina- 
mento dei Ministeri, alla forma strutturale della legge de- 
legata che taglierebbe fuori il Parlamento dalla riforma 
regionale si deduce ancora una volta che noi abbiamo 
ben poca fiducia nell'attuazione o, comunque, in una vali- 
da attuazione della 1. n. 382, nel quadro politico attuale e 
con i riferimenti che abbiamo per quanto riguarda altri 
aspetti che citavo prima sulla finanza dei comuni e delle 
province e sui poteri delle regioni nel campo della ricon- 
versione industriale. 

Una attuazione che, oltre tutto, difficilmente potrà aver 
luogo nei termini della proroga della 1. n. 894 del 1976, 
approvata dal Parlamento il 22-1 1-1976 e pubblicata sulla 
Gazzetta Ufficiale il 10-1-1977 con uno scandaloso ritar- 
do. È 


Noi avremo ancora una volta il non rispetto dei termini. 
In ogni caso, crediamo che le osservazioni che abbiamo 
qui portato riguardino soprattutto un tipo di intervento-e 
un tipo di scelta che oggi viene fatto a livello del Governo 
che, secondo noi, non porterà ad una effettiva riforma 
dello Stato secondo quelle che sono le esigenze e le aspet- 
tative delle masse popolari e che quindi sia necessario 
anche, come forze di sinistra, riflettere a fondo sui risul- 
tati dell’attuale strategia politica. 


Sui fatti di Marzo del 1977 a Bologna 
(seduta del 14/3/1977) 


CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, quanto è acca- 
duto in questi giorni a Bologna, oltre ai fatti di Roma, 
non può non essere oggetto di attenta analisi da parte del- 
e forze di sinistra e democratiche, da parte della classe 
operaia, non solo per evidenziare responsabilità, ma per 
capire il disegno che sta alla base di tali avvenimenti, gli 
obiettivi a cui si vuole giungere nel paese, gli errori pro- 
‘ondi e i limiti gravi di una strategia politica attuale della 
sinistra. Credo che dobbiamo stare ai fatti e non ai polve- 
roni generici che tendono, alla fine, ad avallare la tesi di 
chi vuole fare credere che nel nostro paese oggi vi sia un 
disegno eversivo che è opera di quei gruppi di giovani che 
hanno compiuto nelle manifestazioni atti di teppismo o 
vandalismi; atti certo da condannare, da evitare, ma che 
sono la conseguenza della divisione che si cerca di fare 
passare, tra gli operai, gli studenti, i disoccupati, gli stra- 
ti più emarginati, da parte del padronato e del potere de- 
ano e che sono anche la conseguenza di un vuoto 
di direzione politica della sinistra. Sarebbe infatti come 
dire — c'è qualcuno che l’ha fatto in questo periodo — 
che nel '19 e nel '20 il fascismo passò per intemperanze 
dei dimostranti, per lo sfascio di qualche vetrina o per- 
chè, come mi dicevano quando ero ragazzo, c'erano dimo- 
stranti che strappavano i gradi ad ufficiali reduci dalla 
guerra '15-'18. Queste sono spiegazioni «ad usum Delphi- 
ni» che autorevoli storici ed uomini politici, da Gramsci, 
Togliatti ed altri, ci hanno chiarito a fondo; questi sono 
fatti secondari e non primari: il fascismo fu opera di un 
disegno padronale, con il concorso dello Stato e altre co- 
responsabilità e altri elementi di provocazione vi furono 
nel vuoto della strategia della sinistra, ma sono aspetti 
secondari di un disegno padronale e reazionario che co- 
nosciamo molto bene. 
Innanzitutto, per stare ai fatti di Bologna, va detto che un 
giovane studente, Francesco Lorusso, militante di Lotta 
continua, è stato ucciso dalle forze dell'ordine; da alcuni 
delle forze dell'ordine, perchè io non accumuno tutte le 
forze dell'ordine; hanno sparato e si sa per certo che han- 
no sparato da distante e ad altezza d'uomo, colpendo sen- 
za uno stato di necessità, senza pericolo per di chi ha spa- 
rato. È la prima volta che questo succede a Bologna dalla 


33 


Liberazione ad oggi. La p' 


versità, oltre che dal 
te, soprattutto da Cor 


gli autonomi «massacravano” 
berazione. Quando poi di tali mass 


lutamente traccia. Si 


cazione di Comunione 


dere tale fatto, denunci 
dato da valutare attentamente. Dopo la no- 


ma certo è un 


tizia della morte del giovane, 
in piazza Verdi, dopo avere f 


della mensa; il raggr 


di tomba, di cordoglio 
pagno. Montava anche 
risposta di massa a quanto er: 
tato lì in quei moment 
sposta doveva venire s' 
la sinistra, dal sindacato, 


gni: «è urgente che | 


dannare dal sindaco, 
della polizia». Solo così, dice 


gli operai il movim 


del proletariato e occorre fare 


è uno strato del proleta 
dell'avversario di classe che 


alla politica 

e produttiva e dim 
vano, si può contri 
possono isolare col 
e di danneggiamen 
sposta p 
visto tutti, 8/10 mi 
In tale quadro ha 
protesta di gruppi, 


che si sono abband 


si concentra tutta 


dannabili, non fossero conseguenza pro. 


tacco che viene po 


ri politici gravi de 


gno di tale divisione lo si è verifi 


dente ha parlato a 


no f 
saldatura andava 


rinvia in politica dopo le 


ficili. Era più fac 


34 


olitica non vi è stata e gli t 


atti cordoni per non farli entrare 


olizia era stata chiamata all’Uni- 
rettore che ha sbagliato gravemen- 
munione e liberazione, dicendo che 
aderenti di Comunione € li 
acri non si è vista asso- 
è parlato, in questi giorni, di provo- 
e liberazione. Io non voglio ripren- 
ato anche dai compagni socialisti, 


gli studenti si sono radunati 
atto una barricata con tavoli 
uppamento avveniva con un silenzio 
e sgomento per la morte del com- 
la rabbia e l'esigenza di dare una 
a accaduto. Per essere capi- 
i, i compagni dicevano che una ri- 
subito, dalla città democratica, dal- 
dagli operai. Dicevano i compa- 
e masse vengano in piazza a fare con- 
dai partiti ‘democratici questo atto 
vano, è possibile saldare con 
ento degli studenti (che è uno strato 
e un'analisi precisa, perchè 
riato senza prospettiva, di fronte 
restringe la ba- 
inuisce l'occupazione). Solo così, dice- 
ollare la situazione politicamente, si 
oro che pensano a gesti di distruzione 
to. Ma questo non è avvenuto. Tale ri- 
i studenti che abbiamo 
a, sono stati la jati soli. 
trovato spazio nella disperazione la 
forse anche con provocatori in mezzo, 
nati a distruzioni, ad atti su cui oggi 
l’attenzione, come Se questi fatti, con- 
prio di questo at- 
rtato, un attacco gOVeI nativo e di erro- 
la sinistra. In più sabato mattina il se- 
cato quando nessun Stu- 
la manifestazione dei sindacati, e si so- 
in piazza. Certo la 
fatta la sera prima, perchè quando si 
cose si ritrovano sempre più dif- 
nche il sabato si 


ile la sera prima, ma 4 


doveva fare ogni sfor. î 
stiamo - = per cercare di fare questo. Ma 
oi riteniamo che l’uccisio 
Regioni DIRE one del compagno Loruss i 
parte di un a del Govern e 
proletàriato — in ai azioa > idere î 
passio sto sono d'accordo anche S 
CE cai compagni socialisti -. Si cerca di “a 
I Sense = movimento degli studenti, ogg Do 
Eisaza si gno nel Mezzogiorno, a eso 
prole ne che si ribellano alla loro condi: 
DE ne Izza a Bologna sono state alnienate 
Sea aanesta posizione si tenta di Coimvolscioi 
Pie sn storica. Qual è il nodo ver "E su 
que { orre che rifl pat 
SERE e riflettiamo. Il nodo vero è che 1 
ina np onesso storico e il quadro politi La 
goal dopo eoelao ha sottratto all'opposizione S 
insufficienze, che Sr ; o E con gravi 
pane, pi abi 9 criticato, il Parti © 
Teaser a in serie difficoltà ara 
e enizzione e qual era nel suo in sie 
acta "3 2 die imposto la logica dei sacrifici 
neo La Jac oli, I imposizione fiscale hora 
pe cliazion no che conosciamo bene 
f ace one iii 7 del 
ell’occupazione. Vuole dI ire SLI 
crripazio: role colpire le conquiste operaie 
Ran dobiicalla contrattazione articolata tO 
pe scorincn aio di Gui, vuole dimostrare di 
rare gncore le coE he con il 38%, ad avere tutto ii ot o 
CHEN fotti di questi giolni, l'ucci dn 
RT questi g i, l'uccisione dello studente 
Sasa ccdio, con momenti d'intervento e 2 
contro Cascine tranquilli, NE sera) 
301 M0EE ] , siano accez i RE 
esemplare di un preciso disegno; paci 
razione di 


forza 
za nella zona tradizi 
CE adizionalm 
ente rossa per 
r fare passa 
sare 


tutto l'arco 
della propri: sii 
sociale na a politic È 
ale e dell'ordine SSBECO ‘a sul piano economico, 
ggi quindi si colpis AG 
Salone piccone gli studenti, domani i disocc 
lo sappiamo ta trae colpire la classe SO 
S . Bisogna fare capi - ae 
nel suo comples gna fare capire che è la sini 
plesso che si vuole Li è la sinistra 
un primo te 9 che si vuole colpire, coinvolgendola i 
fatti CR anche in tale logica di OTO AL) 
ano processi come la democrati I 
zzazione e la 


35 


_< 


sindacalizzazione delle forze dell'ordine. Non a caso il go- 
verno ha disposto nei giorni scorsi aumenti senza però 
parlare del sindacato e del riordinamento interno delle 
forze di polizia. La divisione degli strati sociali colpiti 
manda allo sbaraglio gruppi sempre più consistenti di 
giovani e mette in primo piano la risposta violenta e le 
teorie della lotta armata. Questi sono anche i vuoti che si 
lasciano come sinistra. Se questo disegno non viene fer- 
mato, noi pensiamo che un ben triste avvenire ci aspetta, 
in una società dove la violenza, prima di tutto quella del 
potere, sarà destinata ad aumentare a tutti i ivelli, se- 
tondo modelli della società americana, del consumismo 
americano, dei ghetti americani, ma anche secondo mo- 
delli sud-americani, per la subalternità del nostro paese e 
gli squilibri tragici che abbiamo, aprendo il varco alla 
sconfitta della sinistra e a prospettive autoritarie. 

Questo, cari colleghi, a nostro parere, emerge d rammati- 
camente dai fatti che accadono in questi giorni nelle Uni- 
versità e nel paese. Non quindi la contrapposizione al mo- 
vimento degli studenti, ma solo una nuova unità tra clas- 
se operaia occupata e strati sociali privi di prospettiva ed 
emarginati come sono gli studenti, può portare il paese 
fuori dalla crisi, facendo pagare chi più ha, costruendo 
una società sui valori della giustizia sociale, dell’eguali- 
tarismo, della dignità umana, fuori da lo sfruttamento, 
dal consumismo e dallo spreco. Una società a costruire la 
quale partecipino le grandi masse popolari laiche e catto- 
liche, che è cosa ben diversa dal compromesso con la De- 
mocrazia cristiana, partito del potere padronale e dello 
spreco di Stato. Solo l'unità tra classe operaia, studenti e 
disoccupati può aprire una strada nuova, impedire in ta- 
le situazione la disperazione e fatti di violenza che vanno 
condannati ed isolati, ma che sono il frutto di un vuoto 
profondo di direzione e di strategia della sinitra storica. 
Ecco perchè noi non partecipiamo alla manifestazione, 
perchè noi riteniamo che occorra fare chiarezza, occorra 
lavorare per saldare questa unità tra le forze della sini- 
stra, il movimento operaio e il movimento degli studenti. 
Io credo che negli slogans che sentivamo in piazza sabato 
mattina vi sia la possibilità di trovare questa unità. Dice- 
vano gli operai del sindacato, agli studenti: «la lotta di 
classe si fa con gli operai». Ebbene, gli studenti risponde- 
vano: «con gli operai sì, ma contro la DC», perchè la lotta 
di classe bisogna farla contro il padronato e le forze che 


lo rappresentano, se no finisce che la lotta avviene fra gli 
operai e gli studenti e altri strati sociali colpiti nell’inte- 
resse così della Democrazia cristiana e del padronato Su 
questo come sinistra occorre riflettere, prima che passi il 
disegno di provocazione dell'avversario di classe. 


Sul bilancio 1977 


Diamo, qui di seguito, un sunto delle motivazioni del voto 
di astensione del PDUP sul bilancio 1977, espresse dal 
consigliere Carlo Coniglio nel suo intervento. 
«La situazione della finanza locale e delle autonomie, nel 
quadro della crisi, appare di una gravità senza preceden- 
ti, per la mancanza di entrate, per il fatto che si delegano 
alle regioni nuove funzioni (es. ospedali, ONMI) senza le 
coperture finanziarie adeguate. 
L'attacco alle autonomie — da parte del governo — va di 
pari passo con la tendenza a scaricare sulle masse popo- 
lari il costo della crisi con il prelievo indiretto, l'aumento 
delle tariffe e l'attacco al potere dei lavoratori (scala mo- 
bile) e del sindacato. Le masse popolari non capiscono ta- 
le situazione (di appoggio del PSI e del PCI al monocolore 
DC che fa tale politica) mentre non riusciamo a cogliere 
dove stia il progetto in positivo del PCI; non di certo, cre- 
diamo, in una linea che mentre, ad esempio, riduce o 
blocca a livello locale spese sociali valide e aumenta le ta- 
riffe dei servizi, lascia poi il governo centrale alla DC che 
opera con la sua struttura clientelare e di potere (di sper- 
pero di risorse). È 
Il dato di tale contraddizione comincia a notarsi a livello 
di massa in un duplice modo, con la sempre più ferma vo- 
lontà di lotta e di alternativa, ma anche con scoramento, 
senso di delusione e rabbia, su cui occorre riflettere, per 
recuperare tutto ciò sul piano di obiettivi validi di uscita 
dalla crisi, con la giustizia del prelievo fiscale l'elimina- 
zione degli sprechi, il controllo popolare sull’uso delle ri- 
sorse a fini produttivi e occupazionali con una alternati- 
va sociale e di governo che le sinistre devono costruire 
partendo da un progetto complessivo da definire in tempi 
brevi (programma comune) spostando forze laiche inter- 
medie e aprendo una crisi dentro la DC. 
Non è infatti arretrando da scelte giuste (es. ser socia- 
li in Emilia-Romagna) che si assume come sinistra una 
funzione di governo, ma aprendo sui bisogni che a tali 
scelte hanno portato una lotta nazionale che oggi diventa 
immediatamente alternativa di governo e di potere, cre- 
dibile per le masse, che si assumono la crisi nella sua gra- 
vità, ma che vogliono avere e vedere modifiche reali. 
Sul preventivo ordinario 1977 che si riferisce prevalente- 
mente alle spese correnti e a stanziamenti su leggi in atto 


38 


mi pare si possa dire che il contenimento per il funzion 
mento è stato drastico con punti di esagerazione in STR 
casi. Mentre non viene avanti un discorso sulla organi ; 
zazione degli uffici, con disagi dei dipendenti, non fu dio: 
a della regione, crisi della professionalità. al 
Sano ad una situazione preoccupante per gli istituti re- 
gionali (studi giuridici, pedagogia dell’apprendiment 
beni culturali, l'istituto Ramazzini per i problemi d Ia 
sanità), e per le attività culturali. Tu 
Gli istituti regionali non danno sino ad ora i risultati s 
rati, per cui gli stanziamenti sono ridotti al puro ap "a 
rpeocratico o poco più; il che per quello dei beni cale 
se cui crediamo, sa fatto grave in rapporto ad 
SSA ‘genti in tale settore, con possibile impiego di 
Mentre va ripensato tutto un intervento della regione per 
promuovere Iiiage di base, rispondere E 
genti nel campo della cultura, d i izion 
Per battere una disgregazione in atto Fn alni 
Altro che bloccare si ri i i 
saro che ra spesa culturale come diceva il demo- 
Così per quanto si riferisce sempre al bilancio «ordina 
rio» riteniamo che vada potenziato l'intervento a coste 
gno degli enti locali nel campo della gestione e cortuzio! 
ne degli asili-nido, della prevenzione attraverso i cons = 
E oenitari. Per gli asili-nido occorre la nuova legge 
SEO cala con una contribuzione maggiore a carico dei 
ri di lavoro rispetto a quella precedente, mentre, pur 
valutando aspetti relativi alla gestione, deve essere - 
pre prevalente il dato del servizio sociale e del ne 
litico, come struttura valida ai fini produttivi, a Tee 
la donna, ad occupare forze giovanili. Lo stesso per i co; 
sorzi socio-sanitari che devono favorire un controllo Si 
polare sulla gestione sanitaria con riferimento “e 
pericalla prevenzione, divenendo un filtro rispetto agli 
E edera dai consorzi, perchè 
, non a g i di sanitari, attraversi 
paoro Ragporto con ] università, andando a EPTERORTE 
; incidendo sugli sprechi, sui privilegi, non con razio- 
Eoizzazioni che non toccano i nodi veri. La simazionee 
ESE: 
O 5 ue). 
lotta nazionale, coinvolgendo le SS oa 


39 


ratori, si può andare a una situazione che rappresenti 3a 
passo avanti, (controllo sui farmaci, adeguamento A 
fondo ospedaliero, controllo dal basso dei consorzi sulla 
spedalizzazione ecc.). È ; ; 
Sui trasporti pubblici occorre un maggiore On 
a pubblicizzazione delle aziende, sull'acquisto x Do Sa 
andando ad una politica integrata che, attraverso a chiu 
sura dei centri storici, il potenziamento del ao 
extra-urbano, il prezzo politico, faciliti non solo la mo i- 
ità, ma sia tale da incidere sul deficit petrolifero crean- 
do le condizioni per una nuova produzione. 2a 
Sull’agricoltura occorre un bilancio al più presto di e 
cosa si è fatto, dalla zootecnia, il cui stanziamento cala 

"77, alla forestazione. ; Si 
ae è, anche per i vincoli CEE, quello dell RR 
un discorso sulle terre incolte e la cooperazione, in tal e 
— direzione prevale la logica selettiva LESS Che 
passa anche a livel ie nostra regione, con esodi e di- 
sgregazi di parti del territorio. , : 
BOriLIOrTI ion politici da sciogliere restano gli see 
senza tempi lunghi davanti. Per questo importante sarà il 
piano poliennale che verrà in discussione nei pi ca 
che, a nostro parere, dovrà dare un giudizio sug RO 
venti settoriali di questi arini, sulla crisi in regione, > i- 
nendo i programmi che, specie nei settori dell agrico tu: 
ra, artigianato, trasporti pubblici, casa, sanità, serv izi so 
ciali, dovranno avere un rilievo ed una organicità adegua- 
ta. 


Certo, se il condizionamento della DC e del governo ui 
nueranno nei termini attuali, non ci facciamo molte illu- 


sioni sulla validità e novità di tali scelte. "Re : 
Noi per parte nostra ci batteremo perchè SI A 
spondenti ai bisogni popolari, ad una uscita dalla È c 

pace di incidere sui nodi di fondo, costruendo una aliene 
tiva sociale e politica di governo delle sinistre nel Paese. 


(da Alternativa Socialista) 


Sugli accordi di governo del luglio 1977 
(seduta 13 luglio 1977) 


CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, un brevissimo 
intervento in quanto sui problemi posti dalla «382», in 
connessione alla situazione politica generale e alla crisi 
della riforma dello Stato, abbiamo già più volte parlato 
in questa sede. Si tratta, nella sostanza, di intervenire nel 
merito del processo in atto a livello parlamentare e go- 
vernativo che vede le proposte della commissione inter- 
parlamentare largamente stravolte dalla proposta di de- 
creto del Governo che, a quanto si dice, ma data anche la 
lunghezza delle discussioni in quella sede gli elementi 
che trapelano sembrano essere veritieri, si dice che il te- 
sto è stato ampiamente stravolto, soprattutto in quei 
punti che tendono a salvaguardare un sistema di potere e 
clientelare del partito dominante, del partito che ha go- 
vernato e governa da solo il paese, cioè la democrazia cri- 
stiana. È la questione relativa agli enti inutili, ai proble- 
mi del credito, ai problemi posti da vari enti che, ad 
esempio, sono collegati a strumenti di potere che doveva- 
no addirittura essere smantellati ai tempi del primo 
centro-sinistra (mi riferisco alla Federconsorzi). Io credo 
che quindi qui appaia chiaro (del resto è stato già detto 
dal consigliere Bartolini), che, come socialista, dei rap- 
porti di collaborazione e di accordo con la democrazia 
cristiana se ne intende, siamo di fronte al solito gioco che 
ho più volte denunciato in quest’aula, che vede la demo- 
crazia cristiana mantenere una egemonia nei compro- 
messi, negli accordi che svolge con le forze di sinistra, ti- 
pi di accordo che vengono gestiti dal gruppo dirigente de- 
mocristiano sulla testa del paese contro gli interessi dei 
lavoratori e della collettività. 

In questo senso credo che il nodo di fondo che mi porta a 
respingere il testo di mozione che ci viene sottoposto è 
proprio nel giudizio che si dà sull’accordo di governo e 
sul fatto che questo accordo, come dicono i compagni co- 
munisti, sarebbe in grado di portare il paese fuori dalla 
crisi economica e di portare a risultati positivi il proble- 
ma della riforma dello stato. Non ci pare assolutamente 
(i fatti parlano chiaro); l'accordo di governo viene attuato 
nelle parti, ad esempio, che rafforzano il potere autorita- 
rio di questo Stato (lo dimostra tutta la parte sull’ordine 
pubblico, sul fermo di P.S., sul peggioramento della legge 


41 


Reale) e ho già detto qui che non a caso vi è questo poten- 
ziamento del sistema in senso autoritario, proprio perchè 
la democrazia cristiana e il padronato non hanno nessun 
interesse e non ce la fanno a portare il paese fuori dalla 
crisi, allargando la base produttiva e sviluppando l’occu- 
pazione, ma il disegno (e la crisi che sta venendo avanti, 
lo vedremo in autunno, ce lo renderà molto chiaro) il di- 
segno è quello della riduzione della base produttiva, è 
quello dell'attacco ulteriore ai livelli di occupazione nel 
nostro paese. In questo.senso, quindi, anche la sorte che 
sta avendo l'accordo è molto chiara: attuazione delle par- 
ti che vanno bene al blocco dominante, stravolgimento 
delle parti che dovrebbero giovare agli interessi dei lavo- 
ratori e degli strati meno abbienti. 
Il consigliere Bartolini ha già parlato della legge 
sull'equo canone; questa legge è tipica al riguardo: era 
già brutto il testo del governo che legava la rendita al 3% 
sulla base del valor dell'immobile e che avrebbe aumen- 
tato di parecchio per i lavoratori il costo dell'affitto, con 
incidenza sull'aumento della contingenza; la democrazia 
cristiana, votando con i fascisti in Parlamento, l’ha porta- 
to al 5%, è un livello altissimo e di speculazione che ag- 
grava profondamente le condizioni dei lavoratori; noi 
sappiamo già che l'accordo più o meno arriverà al 4% (è 
il solito gioco e lo stesso gioco si sta facendo sulla «382»). 
Si andrà a livelli di mediazione che, secondo noi, non ri- 
formano affatto lo Stato, non fanno decollare le Regioni a 
livello anche dello stesso dettato costituzionale, di cui 
viene data non una interpretazione evolutiva ma una in- 
terpretazione vecchia; in questo senso quindi anche l’ela- 
borato della comimissione Fanti non faceva dei grossi 
passi avanti nell’interpretazione evolutiva ed aggiornata 
dell'art. 117, come veniva posto, anche se non risolto del 
tutto, nell’elaborato della commissione Giannini. E del 
resto noi abbiamo già detto chiaramente che il vizio della 
«382» è un vizio di partenza, sta nella legge delega, 
nell'avere dato la possibilità al governo di definire questa 
legge e quindi di non portare avanti questo dibattito sulla 
riforma dello Stato facendo capire alle larghe masse i no- 
di veri che erano in discussione e gli scontri veri, perchè 
le larghe masse hanno appreso dello scontro sulla 382, 
condotto avanti in maniera verticistica, solamente negli 
ultimi giorni, dove anche gli organi di stampa si sono sve- 
gliati per informazione, spesso anche dicendo delle solen- 


42 


ni castronate, perchè erano carenti di informazioni anche 
loro. Quindi c’è tutta una logica, a nostro parere, che ha 
inchiodato e sta inchiodando le forze della sinistra stori- 
ca in una edizione peggiorata del vecchio centro-sinistra; 
una edizione peggiorata che vede condurre una operazio- 
ne di questo genere in una situazione di crisi e quindi in 
una situazione profondamente deteriorata dal punto di 
vista economico, con rischi enormi per il paese, per i la- 
voratori dal punto di vista del’aumento del costo della vi- 
ta, dell'occupazione, degli stessi diritti di libertà sanciti 
nella Costituzione. 
In questo senso quindi non possiamo accettare l’imposta- 
zione in atto; per noi questo accordo è un accordo negati- 
vo; i fatti parlano chiaro: la democrazia cristiana stravol- 
ge questi accordi a proprio favore. Assistiamo in questo 
senso a palleggiamenti come quello che vi è stato questa 
mattina sulla vicenda della SAOM-OMSA dove addirittu- 
ra vediamo la democrazia cristiana ergersi a paladina de- 
gli interessi dei lavoratori e lamentarsi che da parte del 
partito comunista vengano stravolti gli accordi che si 
fanno con operazioni firianziarie non corrette; bene, noi 
crediamo che questo gioco delle parti, questa realtà che 
viene fuori sia il segno tipico di quanto oggi pesi in senso 
negativo un tipo di situazione politica qual'è quella se- 
gnata dagli accordi. 

Noi riteniamo che la strada non debba essere quella 
dell'accordo, di un nuovo centro-sinistra peggiorato, ma 
debba essere quella di una alternativa democratica che le 
forze della sinistra, sulla base anche dei problemi che og- 
gi le masse vivono sulla propria pelle, devono costruire 
combattendo e sconfiggendo il sistema di potere della de- 
mocrazia cristiana. Perchè noi riteniamo che con l’accor- 
do non si aiutino neppure quelle forze che magari, all’in- 
terno della D.C., solo su una prospettiva di alternativa po- 
sta dalle forze di sinistra in modo chiaro e democratico 
possono liberarsi da quello che è un sistema di potere e 
possono recuperare un tipo di credibilità democratica. In 
questo senso quindi noi riteniamo che la vicenda della 
«382» finirà come la vicenda dell’equo canone: nessuna 
vera riforma democratica dello Stato, ...ma un compro- 
messo deteriore che salvaguarda nella sostanza il centra- 
lismo del potere democristiano e colpisce gli interessi 
delle autonomie. Del resto, sta a parlar chiaro in questo 
senso la vicenda anche del decreto Stammati dove la de- 


43 


mocrazia cristiana sparò fortissimo, del quale si è riusci- 
to a modificare alcune parti che nella sostanza rinviano 
di un anno tutto il problema dei poteri e delle finanze de- 
gli enti locali, e quindi i compromessi nella sostanza sal- 
vaguardano il potere centrale e una manovra di entrata e 
di spesa pubblica che oggi viene gestita dallo Stato a li- 
vello centrale. Per assistere poi a vicende come quelle 
che accadono nella nostra Regione dove addirittura, si 
mena come un fiore all'occhiello il fatto che, ad esempio, 
nei bilanci di previsione del 1977 del comune di Bologna 
l'aumento delle entrate si dice sia stato del 19,7% e si me- 
na come fiore all'occhiello il fatto che solo il 9% è stato 
dato dallo Stato, il 10,7% sarebbe aumento delle tariffe 
recuperato dal comune, e noi sappiamo come, gravando 
sulle spalle dei lavoratori, cioè delle masse popolari, co- 
me se oggi a livello di servizi sociali si dovesse andare ad 
una logica di costi e ricavi e i fondi per gli enti locali e le 
autonomie dovessero essere reperiti soprattutto attra- 
verso la manovra tariffaria. 
Questo, è quanto, secondo noi, di deteriore sta venendo 
avanti nel nostro paese, che è legato a una strategia poli- 
tica che per noi è destinata a un'fallimento di cui eviden- 
temente non godiamo, perchè noi vorremmo far fallire 
questa strategia facendo andare avanti una strategia ca- 
pace di risolvere veramente i problemi del paese e della 
collettività. Ma questa strategia è destinata a fallire pro- 
prio per l'impostazione che lascia ancora al centro del 
nostro sistema economico, sociale, e istituzionale la de- 
mocrazia cristiana. E pensare allora di risolvere con essa 
i problemi della crisi, i problemi della riforma democra- 
tica dello Stato, è quanto di più grave vi possa essere. 
Per questo noi non voteremo l'ordine del giorno, perchè 
abbiamo — come ho cercato sia pur brevemente, di espri- 
mere — rilievi di fondo e strategici rispetto alla linea che 
qui la maggioranza tiene, (il partito comunista con con- 
vinzione, il partito socialista riottoso, come ha dimostra- 
to anche il consigliere Bartolini) ma nella sostanza tragi- 
camente subalterno a questa posizione. 


Convegno sui problemi della repressione 
e della democrazia - Settembre 1977 


CONIGLIO: Signor presidente, colleghi, ritenevo ieri e ri- 
tengo tuttora che non si può scindere alcuna parte della 
relazione del presidente Cavina in quanto c'è uno stretto 
nesso tra tutti i punti che sono stati trattati nella relazio- 
ne, cioè dal giudizio che si dà sul Caso Kappler alla 382, 
al problema della crisi economica e sociale e alle propo- 
ste per uscirne fino al giudizio sul convegno del 23, 24 e 
25/9 a Bologna. Capisco il voler separare l’ultimo punto, 
come voleva fare ieri Gualtieri, per considerarlo solo un 
problema di ordine pubblico, ma io credo che si tratti di 
capire che chi vuole fare questo, cioè chi vuole isolare il 
convegno da tutti i problemi che stanno di fronte a noi 
cerca in definitiva di consolidare e lavora per accentuare 
la divisione tra i giovani, gli studenti, certo emarginati, 
sbandati e in piccole frange seguaci di teorie che noi com- 
battiamo perchè in questo momento fanno il gioco della 
destra e della reazione, dicevo che vuole accentuare que- 
sta divisione fra i giovani e la classe operaia. I primi, in- 
fatti, oggi sono molto più colpiti dalla crisi e dalle pro- 
spettive che vengono avanzate dal sistema e dal governo 
ma che vede anche i secondi colpiti da questo attacco che 
viene portato sul piano economico e sociale e su quello 
dell’ordine pubblico. Del resto la «Voce Repubblicana» 
parla chiaro: leggevo ieri che in sostanza si dice questo 
«teniamoli divisi, impediamo a priori il dialogo tra i gio- 
vani e la classe operaia, il governo intervenga anche pre- 
ventivamente al limite contro costoro, perchè c'è il ri- 
schio che si dia il là da questo convegno all'«autunno so- 
ciale», e questo certamente per Gualtieri, per La Malfa e 
per altri ancora più a destra di lui non può assolutamente 
avvenire, per non disturbare il governo nell'attacco che 
continua a portare all'occupazione, per mettere ancora 
in primo piano il costo del lavoro nonostante dalla nostra 
CEE sia venuto il dato preciso che è il penultimo in Euro- 
pa e per mantenere anche PCI e PSI nell'attuale quadro 
di subalternità al governo monocolore Andreotti. 

Credo che il caso di Kappler sia un emblema della situa- 
zione attuale. Secondo noi è un’offesa alla coscienza anti- 
fascista del popolo italiano e soprattutto alle vittime del- 
le barbarie nazifascista. Secondo noi, Kappler, lo si è la- 
sciato fuggire con responsabilità precise dentro allo 


45 


Stato. Non mi interessa che tutti i ministri e lo stesso pre- 
sidente del Consiglio ne fossero al corrente; dentro allo 
Stato ci sono forze che hanno operato perchè Kappler 
fuggisse. E oggi il dato ancora più grave è che nessuno 
vuole pagare. Quindi nel nuovo quadro politico possiamo 
assistere anche a questa nefandezza e ci dispiace che il 
presidente nella sua relazione non abbia neppure accen- 
nato alla richiesta di dimissioni del ministro Lattanzio in 
quanto ministro responsabile del settore. 

Io credo che questo di Kappler sia l’ultimo dei colpi pe- 
santi dati dalle forze che reggono il governo e, quindi, 
dalla Democrazia cristiana agli alleati di governo. Si può 
aggiungere all’affossamento della legge sull'aborto, al 
voto sull’equo canone, tutte cose che sono avvenute con 
la collaborazione dei voti del Movimento sociale, per an- 
dare avanti nelle vicende dell’EGAM, dei grossi gruppi di 
Stato o a partecipazione statale, che continuano lo spreco 
e lo sperpero delle risorse e che aggravano la condizione 
della nostra economia. Io credo che questi siano tutti 
aspetti decisivi sui quali non si può sorvolare, perchè far 
finta che non accada niente significa portare la situazio- 
ne ad un livello sempre più grave. E, quindi, se c'è una si- 
tuazione economica che vede il rallentamento dell’infla- 
zione, e neanche di molto, tutto questo però — va detto — 
avviene a spese gravissime dell'occupazione che continua 
a vedere l'aumento dei disoccupati, la riduzione della ba- 
se produttiva, lo spostamento di grossi gruppi con inve- 
stimenti all’estero e tutto questo avviene nel quadro delle 
compatibilità poste dal fondo monetario e dalla subalter- 
nità che ancora si vuole riservare al nostro paese a livello 
internazionale, cioè nella divisione capitalistica interna- 
zionale. 

Quindi, secondo noi, è in atto una politica di attacco gra- 
ve all'occupazione ed ai consumi delle masse popolari 
mentre assistiamo, ad esempio, alla riprivatizzazione di 
settori pubblici, alla mancanza di piani settoriali nei set- 
tori di fondo, per cui quella che viene avanti è proprio 
una linea senza prospettive per un riequilibrio dei grossi 
aspetti gravi che esistono nel nostro paese e per la solu- 
zione dei gravi problemi sociali. Abbiamo un blocco della 
spesa pubblica che riduce i servizi, porta all'aumento del- 
le tariffe che sono più che triplicate mentre, per esempio, 
il discorso della politica fiscale, del reperimento demo- 
cratico di nuove risorse non viene avanti. Abbiamo avuto 


46 


un attacco su tutti i vari terreni, ma su questo problema 
del reperimento di nuove risorse, da coloro che più pos- 
sono non si è spostato nulla e noi ci troviamo di fronte ad 
una situazione che non può non essere vista da forze re- 
sponsabili, e ci riferiamo in questo momento a forze che 
sono state responsabili secondo noi del nostro paese an- 
che con grosse contraddizioni alle forze di sinistra, in 
particolare al Partito comunista, ci riferiamo al grosso 
problema della disoccupazione giovanile e, quindi, a 
quello che si può innescare se non si dà una risposta a 
problemi posti a questo livello mentre vediamo a livello 
regionale che gli industriali che affermavano esistere sei- 
mila posti qualche mese fa, oggi tirano la mano indietro 
e, quindi, la politica e il ricatto che viene fatto nei con- 
fronti di questo grosso problema è quello di avere assi- 
stenza, di avere fondi dallo Stato, di avere la possibilità 
di assumere individualmente ad libitum da parte delle 
aziende e di poter licenziare quando se ne presenta l’oc- 
casione. 

To credo allora che su queste questioni occorra riflettere, 
perchè non possiamo vedere la situazione con ottimismo 
sul piano economico, che sarebbe poi l'ottimismo che va 
a favore della politica di chi vuol ristrutturare e guada- 
gnarci sopra senza affrontare i problemi sociali e i pro- 
blemi occupazionali e non vedere anche la gravità dei 
problemi sociali che abbiamo di fronte. Ieri, per esempio, 
parlavo del problema della casa, dell’equo canone, di che 
cosa succede se passa questa legge sull’equo canone, si- 
gnifica migliaia di persone sfrattate oltre che un grosso 
regalo alla rendita; per cui mettiamo assieme disoccupa- 
zione, sfratto, riduzione dei servizi, aumento delle tariffe 
che addirittura a Milano, e poi tra poco arriveremo anche 
qui, si arriverà a portare le tariffe degli autobus a più di 
duecento lire, e ci rendiamo conto che non saranno sola- 
mente colpiti i giovani, gli strati marginali ma si darà un 
grosso colpo alla maggioranza delle masse popolari. Ec- 
co perchè noi oggi sosteniamo che è possibile un'unità 
fra i giovani, gli studenti e le masse popolari per imposta- 
re una politica alternativa contro le scelte che stanno ve- 
nendo avanti. 

Per quanto riguarda anche la 382 noi non pensiamò che si 
possa cantare vittoria su questo piano. Secondo noi non è 
passato un discorso di riforma democratica dello Stato e 
non si può certamente definire una svolta storica. Secon- 


47 


do noi non c'è stato e non c’è nel trasferimento delle fun- 
zioni e dei poteri alle Regioni un riordino dell'apparato 
centrale e non si può dire, come dice il presidente, che ne 
esce un potere centrale che coordina a livello di governo. 
Mi sembra che questo non possa assolutamente essere 
detto. Non solo sono stati mantenuti centri di potere su 
cui si regge la Democrazia cristiana (dagli enti di assi- 
stenza alla cassa per la piccola proprietà contadina e ad 
altri enti) ma mi pare anche che ci troviamo di fronte a 
pericoli e a rischi gravissimi, cioè al fatto, per esempio, 
che non c'è stato questo contemporaneo riordino a livello 
centrale, che è aperto il problema gravissimo che rischia 
poi di rimbalzare, come è rimbalzato in parte, per la fi- 
nanza locale a livello degli enti locali con il problema del- 
le finanze e dei mezzi e del personale, per potere affronta- 
re i problemi che vengono posti da questa 382 con la 
drammaticità che tutti noi possiamo evidentemente im- 
maginare. 
Ebbene io credo allora, per non fare un lunghissimo di- 
scorso, che è in questo quadro di crisi, di non prospettiva 
di soluzione dei problemi, ma anzi di aggravamento delle 
condizioni delle masse popolari, dei giovani e degli strati 
emarginati in primo luogo, che si spiega il perchè, al pri- 
mo posto dell’accordo di governo cè il problema dell’or- 
dine pubblico, con la reintroduzione del fermo di polizia, 
con il problema di un aumento della repressione a tutti i 
livelli; perchè noi abbiamo detto già anche in altra sede 
che non essendoci prospettive di soluzione a livello eco- 
nomico e sociale il potere, cioè il Governo, lo Stato dovrà 
reprimere ed emarginare prima i più deboli, che sono og- 
gi i giovani e gli strati sociali non protetti, ma poi anche 
gli altri, gli operai e anche gli operai occupati. E non è un 
caso che oggi noi vediamo grosse situazioni aziendali in 
crisi e non è un caso, per esempio, che vediamo lotte an- 
che operaie che criticano la politica del Sindacato che si 
muove in questo quadro e vediamo appunto il Sindacato 
investito da grosse polemiche (basta pensare ai ferrovie- 
ri, basta pensare ad alcuni settori, per esempio, a Napoli 
che addirittura hanno occupato anche la sede della stes- 
sa FLM che è stata un Sindacato avanzato e consapevole 
in questi anni nel nostro paese). Quindi noi vediamo chia- 
ramente le difficoltà anche del Sindacato, a muoversi in 
questo quadro politico che attacca nella sostanza le mas- 
se popolari, i giovani e i lavoratori. È allora in questo 


48 


= — 


uadro che, secondo noi, bisogna anche vedere il conve- 
no del 23, 24 e 25, convegno promosso dal Movimento 
legli studenti, da quel movimento di cui faceva parte lo 
studente Lo Russo, ucciso dalle forze di polizia nel mar- 
zo, movimento che allora non trovò nessuno in piazza ad 
attenderlo quando iniziò la protesta e che reagì in alcune 
sue frange con espressioni di protesta violenta e che da 
allora però è stato criminalizzato nella sua totalità, verso 
il quale si è teso un cordone sanitario con incarcerazione 
di suoi esponenti per reati di opinione e con gente in car- 
cere (permettetemi, perchè alcuni li conosco anch'io, so- 
no dipendenti comunali, eccetera), che io non riesco asso- 
lutamente a spiegarmi perchè stiano in carcere. Poi non 
condividiamo diverse delle cose dette nell'analisi fatta 
dagli intellettuali francesi sull'Italia e su Bologna. 

In rapporto anche ad altre realtà nazionali e sul fatto che 
in tali analisi si considera già concluso un processo di 
nuovo autoritarismo in Italia come frutto della politica 
del compromesso storico. E non crediamo neppure quin- 
di che il problema oggi possa porsi solo in termini di dis- 
senso nel nostro paese, magari solo per gli intellettuali e 
per i giovani, oppure, tesi ancora più aberrante e che va 
combattuta, essendo già questo autoritarismo consolida- 
to non esiste altro che la lotta armata contro lo Stato, tes 
aberrante che oggi fa il favore ai gruppi più reazionari e 
danneggia un'alternativa possibile di operai e di strati 
colpiti dalla crisi proprio per il carattere della crisi e 
dell’attacco che viene portato non solo ai giovani ma an- 
che alla classe operaia e anche a ceti intermedi. Però è ve- 
ro, secondo noi, pur rifiutando queste tesi, che c'è un mu- 
tamento nel carattere della democrazia, nel carattere del- 
lo Stato che tende verso nuovi livelli autoritari. Questo è 
dimostrato non solo dalle leggi sull'ordine pubblico, cioè 
da quel fermo di polizia che — ad esempio — il PCI ha ac- 
cettato nell’accordo'di governo mentre nell'altro governo 
Andreotti aveva rifiutato, ma lo vediamo proprio nella 
tendenza a non porre i problemi in termini di corretta 
dialettica democratica e con un aumento di compenetra: 
zione sugli accordi, per esempio, che vengono raggiunti a 
livello di forze politiche, appunto di compenetrazione tra 
tali accordi e i livelli della società civile, gli stessi livelli 
di rappresentanza delle masse popolari e delle classi la- 
voratrici. 

Noi notiamo questa tendenza di mutamento nel carattere 


gi 
5 
d 


49 


della democrazia e dello Stato. Ecco quindi perchè biso- 
gna discutere e creare le condizioni per battere questo di- 
segno e recuperare spazi di lotta per riproporre nel no- 
stro paese un nuovo disegno alternativo democratico con 
prospettive di trasformazione vera della nostra società 
che risolvano i problemi che oggi non si risolvono ma si 
aggravano, che appunto non c'è in tale quadro politico. 
Poi riteniamo, ad esempio, che l'improvviso passaggio 
del PCI dall’opposizione all'area di governo e l’unificazio- 
ne del quadro politico che ne è conseguita intorno ai temi 
della difesa oltranzista dello Stato e delle istituzioni, 
mentre ha avuto l’effetto di riaggregare il fronte borghe- 
se e di rinsaldare l'egemonia ha operato accentuando gli 
effetti della crisi economica come fattore di divisione 
all’interno del fronte anticapitalistico, cioè tra proleta- 
riato, sottoproletariato, tra classe operaia forte e classe 
operaia debole, tra occupati e disoccupati, tra movimen- 
to operaio e nuovi soggetti antagonisti tra nord e sud. Ed 
è proprio nell’abbandono senza rappresentanza di 
un’area crescente di proletariato marginalizzato e di nuo- 
vi soggetti sociali portatori di nuovi bisogni insoddisfatti, 
che trovano alimento fenomeni di ribellismo disperato, 
di violenza politica e comune, di terrorismo. 
L'aumento della criminalità e del terrorismo registrato 
quest'anno e denunciato dal Partito comunista con mora- 
lismo, va imputato, secondo noi, al quadro politico che si 
è creato, cioè all'abbandono improvviso che vi è stato, da 
parte del PCI, della sua collocazione e della sua funzione 
di opposizione. Io credo che su queste cose bisogna riflet- 
tere e ritengo che, proprio perchè esistono questi proble- 
mi, vi siano le valide ragioni perchè questo convegno ven- 
ga fatto, e soprattutto, per discutere, per rompere la divi- 
sione che si è costruita tra giovani, studenti e movimento 
operaio e per rilanciare una lotta di massa contro queste 
tendenze repressive che non può essere una lotta solo in 
termini di dissenso ma una lotta di alternativa sociale, 
economica e politica. 
Per questo noi, i nostri compagni che sono nel movimen- 
to degli studenti, ci batteremo perchè in questo convegno 
si discutano a fondo questi temi, proprio per andare a un 
chiarimento con chi crede che opposizione nel nostro 
paese significhi organizzare solo questa seconda società, 
cioè gli strati emarginati e i giovani contro la prima, di- 
menticando il ruolo centrale della classe operaia nel no- 


50 


stro paese e soprattutto per noi sarà un momento di chia- 

SEE decisivo rispetto agli autonomi. Il convegno di 

po ogna per noi vuol dire anche la sconfitta della linea 
egli autonomi dentro al movimento. 


TURCI: Potrebbe essere la sconfitta della linea del PDUP. 


CONIGLIO: Sarebbe però grave se fosse sconfitta la linea 
nostra, perchè sarebbe una sconfitta di tutti, sarebbe il 
far prevalere la tesi di chi vuole lo scontro tra lo Stato, il 
Governo, la classe operaia e questi strati e sarebbe una 
sconfitta per il paese e per la democrazia. 

Quindi noi vogliamo andare proprio ad un chiarimento 
politico, assumendoci le responsabilità, perchè vi siano 
condizioni precise di confronto, che evidentemente è 
compito del movimento che organizza il convegno mante- 
nere, ma è anche compito della città e delle forze politi 
che cercare di assicurare impedendo provocazioni che 
non sono solo provocazioni di chi sostiene che oggi in Ita- 
lia non ci sarebbe altra strada che la lotta armata, ma so- 
no anche le provocazioni che possono venire dall'interno 
del lo Stato. Quindi quando, presidente Cavina, si prende 
posizione contro la violenza non bisogna dimenticare che 
la violenza c'è stata e a Bologna, nei giorni di marzo, la 
violenza grave è venuta da parte di esponenti di forze 
del ordine (io non dico da tutte perchè quello fu un silu- 
ro lanciato anche contro la democratizzazione del sinda- 
cato di polizia e vediamo oggi come vanno avanti le SLC 
In questo settore, come ci è testimoniato anche da ade- 
renti stessi alle forze dell'ordine che si battono per la de- 
mocratizzazione delle forze dell'ordine stesso); la violen- 
za venne da lì, venne proprio dall’uccisione di un giovane 
dall'uso delle armi da parte della polizia. Credo quindi, 
che queste cose bisogna chiarirle e vederle nella loro di. 
mensione e nella loro complessità. Per cui credo che sia 
stato giusto da parte del comune concedere gli spazi che 
sono stati richiesti, avere risposto positivamente alle ri- 
chieste logistiche e uno sforzo deve essere fatto, a nostro 
parere, per quanto riguarda i servizi alimentari conside- 
rando le condizioni economiche e sociali di questi giovani 
e le possibilità di trasporto. Non crediamo che lerichie 
ste fatte dal movimento fossero prevaricanti e sopraffat- 
trici; avevano chiesto tutta ùns serie di spazi, era una 
trattativa, avevano individuato gii spazi e sono stati con 


S1 


cessi quelli che potevano essere dati e mi pare che la ri- 
sposta che per ora sembra venire sia una risposta di ac- 
cettazione che tende a impostare il convegno sulla strada 
del dibattito e del confronto. 
Quindi noi siamo perchè questo confronto si apra e se si 
perderà all’interno di questo confronto noi riteniamo che 
perderà la democrazia, prevarrà la logica dello scontro 
come vorrebbero da una parte e dall'altra, come ho detto 
in precedenza. Ecco perchè credo che per assicurare que- 
sto dibattito e questo confronto sia opportuno anche una 
maggiore dialettica delle forze politiche e anche delle 
istituzioni. Non capisco perchè, ad esempio, si voglia con- 
tinuare nel mantenere questo fronte unito delle istituzio- 
ni, delle forze politiche delegando tutto al Prefetto rap- 
presentante del Governo. Credo che anche il concetto 
dell’articolazione della nostra Costituzione preveda una 
dialettica democratica tra le varie istanze dello Stato e 
tra le varie forze politiche per cui ogni forza, ogni istitu- 
zione faccia la propria parte perchè io credo che ognuna 
sia rappresentante di istanze e di interessi diversi. In 
questo senso, quindi, credo che sia negativo e nocivo pre- 
sentare di fronte ai giovani, soprattutto a coloro che vo- 
gliono aprire un dibattito e un confronto con la classe 
operaia e con la città, un quadro monolitico che, pratica- 
mente, tenderebbe (a marzo si contrappose monolitica- 
mente) a contrapporsi in maniera monolitica a coloro che 
rappresentano e organizzano questa possibilità di con- 
fronto e di dibattito, e credo che non aiuti le stesse forze 
che all’interno del movimento vogliono che il dibattito si 
avvii su una strada giusta, democratica e di confronto. 
Ecco quindi qual è la nostra posizione. In questo senso io 
non mi sento di aderire, proprio perchè ne considero l’inu- 
tilità, a un ordine del giorno che venisse proposto in cui si 
presentasse unitariamente questa posizione di tutte le for- 
ze politiche, di tutte le istituzioni nei confronti di questo 
movimento; io credo che si debba salvaguardare una dia- 
lettica e anche si debba andare ad un giudizio preciso su 
questo convegno, sui temi che propone, su cosa ne pensano 
le forze politiche, cosa che non c'è in un ordine del giorno 
asettico che richiama semplicemente il rispetto delle rego- 
le democratiche, rispetto che a nostro parere deve valere 
non solo per i giovani del movimento ma anche per quelle 
forze che da marzo a venire avanti anche in altre occasioni 
dall'interno dello Stato hanno provocato il movimento. 
Seduta del 16 Settembre 1977 


52 


Dicembre 1977 
Riflessioni su bologna che cambia 


I bilanci locali nel quadro dell’attacco governativo 
alle masse popolari 


Vengono presentati in questi giorni in consiglio comuna- 
le e nei quartieri e pubblicati sulle pagine locali dei gior- 
nali, i bilanci preventivi delle aziende municipalizzate del 
comune di Bologna. 

I dati che ne risultano sono rappresentativi di un muta- 
mento di fondo in corso nell’amministrazione comunale 
bolognese (e nelle altre emiliane) dal dopo 20 Giugno 
1976 e, con più accentuazione, dal momento dell'accordo 
a sei del Luglio di quest'anno. 

La linea che va avanti è quella del pesante arretramento 
sul terreno dei servizi sociali, con una tendenza alla logi- 
ca del costi-ricavi nelle aziende municipalizzate. 

Ciò significa il peggioramento del servizio, il blocco delle 
assunzioni, con la non effettuazione dello stesso tourno- 
ver, l'aumento delle tariffe (dal gas, alla nettezza urbana, 
ai trasporti ec 

Si riflette nei freddi dati dei bilanci di tali aziende anche 
il mutamento della qualità della vita nella città: è in au- 
mento la disoccupazione giovanile e intellettuale, che pri- 
ma trovava sbocco in certi settori, finiscono esperienze 
avanzate nel campo dei servizi sociali (asili, consorzi 
socio-sanitari), con un attacco alla condizione della don- 
na, cresce la frammentazione individuale con il ritorno a 
logiche di chiusura familiare e la diminuzione di momen- 
ti associativi tipici della realtà bolognese. 

Qualche giorno fa la pagina bolognese dell'Unità presen- 
tava il bilancio dell'azienda trasporti vantando la riduzio- 
ne di 11 miliardi nel deficit per il '78. Nei sottotitoli si 
elencava il dato del blocco delle assunzioni e del tourno- 
ver, la «razionalizzazione del servizio» con diminuzione 
dello stesso la sera e la notte, con l'aumento avvenuto del- 
le tariffe e la fine delle fasce orarie gratuite. 

Già da alcuni mesi compagni e cittadini che si servivano 
del mezzo pubblico parlavano del peggioramento del ser- 
vizio (fermate più distanti, attese più lunghe, grosse diffi- 


53 


coltà ad utilizzarlo alla sera) con riflessi sul modo di vita 
della gente. 
Proprio giorni fa accanto al bilancio dell'azienda traspor- 
ti municipali, apparivano i dati sull'aumento del 10% del- 
le vendite delle auto private in Italia, sul notevole aumen- 
to delle vendite dei televisori in bianco e nero e a colori. 
È venuto spontaneo collegare tali dati e verificare come 
la politica attuale dell'ente locale bolognese, capovolgen- 
linee passate, contribuisca alle scelte di < espansione 
vecchio e fallimentare modello di sviluppo, incidendo 
modo di vivere attraverso il recupero di un nuovo in- 
ridualismo e di chiusure nella logica familiare. 
i sera non si esce se non si ha l’auto privata, meglio sta- 
in casa, in famiglia con un buon televisore! 
altro esempio è quello dell'azienda municipalizzata 
gas; è di quesi giorni l'aumento di 40 lire al mc del 
gas-metano richiesto dalla SNAM-ENI e accettato dalle 
aziende erogatrici. 
i la SNAM ha prodotto i conti relativi al costo di pro- 
uzione del gas-metano; il presidente dell'’ENI Girotti an- 
ni fa si rifiutò di darli al ministro che li richiedeva. 
Ma a tale livello nessuna battaglia si fa da parte della 
nistra storica, si scarica l'aumento sull'utente, mentre 
come azienda municipalizzata, vi sarà un ulteriore au- 
mento per pareggiare i conti. 
In alcune zone il consumo del gas-metano è diminuito per 
gli aumenti intervenuti. 
In un centro Peep si sceglie il gasolio per il riscaldamen- 
o: in quanto più conveniente, anche se più inquinante. 
A chi solleva il problema di quanto può accadere i re- 
sponsabili dell'azienda rispondono che tanto prima o poi 
anche il petrolio aumenterà nel pr 
Le infrastrutture sociali e civili, vere ua esterne 
per lo sviluppo della realtà bolognese, vengono progres 
vamente colpite con riflessi sull'occupazione, il caro-vita, 
la vita associativa e culturale. 
L'unico errore di quando si impostò quella linea (e lo de- 
nunciammo) fu quello di non battersi a fondo, come sini- 
stra, perchè agli enti locali fossero dati i mezzi necessari, 
scegliendo invece di espandere il disavanzo (con carico 
enorme di interessi passivi). 
Ma dopo il 20 Giugno ed oggi, la linea da seguire non è 
certo quella di fare marcia ca su tali servizi, accet- 
tando l’attacco che il governo porta,, sul terreno della 


spesa pubblica, alle entrate degli enti locali, con lo spre- 
co di spesa pubblica che continua in settori economici 
dello Stato o, fiscalizzando gli oneri sociali, fuori da ogni 
logica di riconversione fondata sulle produzioni necessa- 
rie al paese e sulla occupazione. 

La lotta per avere i mezzi finanziari, per far pagare servi- 
zi di base principalmente con la imposizione diretta e la 
lotta alle evasioni, oggi viene abbandonata dalla sinistra 
storica; la logica dei sacrifici sulle masse, senza contro- 
partite di alcuna natura, va avanti e rivela una carenza di 
strategia e di programma di una gravità incredibile. 


Sull’assassinio dell'on. Moro e sulla situazione 
dell'ordine pubblico in Italia e nella regione 
(18/5/1978) 


CONIGLIO: Signor presidente e colleghi consiglieri, non 
credo di dovere fare un lungo discorso sulla comunica- 
zione del presidente Turci; credo solo di potermi limitare 
ad alcune valutazioni, tenendo presente che sulle questio- 
ni che sono oggetto oggi di dibattito abbiamo già avuto 
modo di esprimere le nostre posizioni politiche. Io credo 
che non si possa non prendere atto, soprattutto dopo i ri- 
sultati elettorali che vi sono stati, della gravità della si- 
tuazione esistente nel paese e di quale sia, in definitiva, il 
disegno del terrorismo. Io credo che il disegno che oggi le 
Brigate rosse stanno portando avanti sia un disegno che 
tende a spostare a destra l’asse politico nel paese e aiuta 
la costruzione di un blocco d'ordine; un blocco d'ordine 
che sposta anche il modo di pensare, il senso comune del- 
le masse popolari, con il risultato di arrecare prima di 
tutto un pesante attacco alle masse popolari, alla classe 
operaia, a quelle forze che vogliono condurre una lotta al- 
ternativa democratica contro questa società e questo si- 
stema capitalistico, che è incapace di dare lavoro, di dare 
giustizia sociale ed una vita decente, in speciale modo al- 
le giovani generazioni. 

Le Brigate rosse con i loro attentati rafforzano le tenden- 
ze autoritarie dentro lo Stato; tendenze autoritarie che 
noi vediamo esplicarsi non solo nel tipo di legislazione 
che comincia ad andare avanti; legislazione, noi sottoli- 
neiamo, grave, perchè non serve a colpire i terroristi, ma 
serve, e lo abbiamo visto anche in questi giorni, nei giorni 
della vicenda dell'attentato di via Fani e del rapimento 
dell'onorevole Moro, a indirizzarsi verso il settore 
dell'opposizione sociale all'attuale quadro politico e a si- 
nistra; basta pensare quanti arresti sono stati fatti, poi ri- 
lasciati, mentre invece in direzione del terrorismo non si 
è tirato ancora fuori un ragno dal buco. 

L'assassinio di Moro — va detto, questo è il quadro che 
emerge nella situazione attuale — ha contribuito anche 
alla grande avanzata elettorale della Demcrazia cristiana 
e questa strategia di terrorismo, di assassinio, sta ridan- 
do enorme spazio al padronato e a quelle forze che voglio- 
no ristrutturare il sistema con i sacrifici dei lavoratori, 
dei giovani, delle donne, attaccando il costo del lavoro, i 


servizi sociali, per continuare ad usare la spesa pubblica 
a fini di profitto. Noi riteniamo, quindi, che queste cose 
vadano sottolineate. Lo dicemmo ai tempi di piazza Fon- 
tana a chi giovava una certa strategia del terrore. Non 
possiamo assolutamente non porci il problema - oggi 
quando vediamo, poi, come si è svolta tutta la vicenda 
dell’onorevole Moro. Abbiamo visto come i messaggi e le 
lettere venissero scambiati quotidianamente nel centro 
della capitale. Il cadavere dell'onorevole Moro lasciato in 
pieno centro di Roma, senza che si riuscisse a scoprire al- 
cunchè. Quindi un'efficienza da parte di queste Brigate 
rosse che — lo ripetiamo, lo dicemmo il giorno dell’atten- 
tato di via Fani — se possono evidentemente vedere forze 
come quelle che sono nella gabbia di Torino non si limita- 
no, a nostro parere, a quelle sole forze. Chi tira le fila le 
tira a livelli di efficienza, di organizzazione, di collega- 
menti interni e internazionali molto più vasti. 

Del resto, anche quello che sta venendo fuori al processo 
di Torino nella deposizione di questo frate Girotto, che 
parla di collegamenti e di ramificazioni delle Brigare ros- 
se con gli affari riservati del Ministero degli Interni, di- 
mostra appunto che il disegno è molto più generale, è un 
disegno estremamente pericoloso, certamente facilitato 
dal fatto che a livello politico non c'è più un punto di rife- 
rimento di una certe forza, come c’era in passato, ed era 
costituito dal Partito comunista per l’area di opposizione 
sociale, ma è aumentata la crisi a livello economico e so- 
ciale, specialmente nelle aree marginali e nelle aree gio- 
vanili e, viceversa, abbiamo una situazione di Governo 
appoggiata dalle forze storiche della sinistra, un Governo 
che non affronta e non risolve i problemi gravi della crisi 
che vive il paese, ma in cui, si dà il caso, abbiamo spesso 
forze come il Partito comunista che difendono questo si- 
stema e questo Stato più della stessa Democrazia cristia- 
na, abbiamo episodi, che evidentemente si riflettono an- 
che nel dibattito operaio, di dirigenti confederali che 
spesso hanno anticipato i desideri del padronato, prima 
addirittura delle stesse dichiarazioni confindustriali. 
Ecco, quindi, che noi riteniamo che a questa situazione 
difficile, in cui avanza questa strategia del terrorismo, 
non si opponga una risposta politica adeguata. Noi rite- 
niamo, anzi, che la strategia dell'appoggio e della condivi- 
sione da parte della sinistra storica, soprattutto del Par- 
tito comunista, di questa politica governativa che dà ri- 


57 


sposte sbagliate sul terreno dell'ordine pubblico, accen- 
tuando l'intervento repressivo dello Stato, ma che elude 
completamente gli interventi sociali in direzione dell’oc- 
cupazione, in direzione della soluzione dei gravi squilibri 
del nostro paese, questo sia un modo per non affrontare 
alle radici quei problemi che pure il terrorismo ci pone di 
fronte, perchè noi crediamo che prima di tutto bisogna 
sapere dare delle risposte a livello economico e sociale 
per affrontare alle radici quelle che sono strategie terro- 
ristiche, sia pseudo-politiche, sia di criminalità anche co- 


mune. Quindi noi 
sia da sottolinea 


crediamo che la prima carenza di fondo 
u questo terreno. 


Noi inoltre non riteniamo che da parte del Governo e del- 


la maggioranza ci 
di fronte anche a 
gate rosse, sulla v 
niera molto più e 


si sia mossi come ci si doveva muovere, 
la provocazione terroristica delle Bri- 
icenda dell'onorevole Moro. Noi, in ma- 
splicita dei compagni socialisti, ci sia- 


mo dichiarati per la trattativa che non significa assoluta- 
mente riconoscere come interlocutori le Brigate rosse, si 
gnifica partire da una condizione di stato di necessità, 
previsto anche dal diritto penale e a livello giuridico, del- 
la situazione che investiva appunto l'onorevole Moro, e 
quindi, anche soprattutto per andare in certo qual modo 
a cercare di snidare chi è che si nasconde veramente, fino 
in fondo, dietro queste Brigate rosse, non fare il muro 
chiuso sin dall'inizio, ma poter anche vedere su quale ter- 
reno una certa trattativa era possibile, proprio per la 
condizione di stato di necessità, per il fatto che lo Stato è 
interprete delle esigenze della comunità e dei suoi diritti, 
e soprattutto il diritto della vita umana. 

Quindi noi ritenevamo e riteniamo che tentativi andasse- 
ro fatti, non per accettare il patto iugulatorio proposto 
dalle Brigate rosse dello scambio dei tredici con uno, ma 
una trattativa che potesse porsi su un terreno che poteva 
essere riconosciuto dalla grande maggioranza della po- 
polazione come un tentativo fatto su un terreno umanita- 
rio e su un terreno che rispettava anche alcune condizio- 
ni giuridiche poste proprio dalla situazione che si era 
creata con la cattura e l'imprigionamento dell'onorevole 
Moro. Noi riteniamo che non avere fatto questo sia stato 
un errore; l’essersi chiusi dentro la difesa della ragione 
di Stato, in cui abbiamo visto certe forze porre addirittu- 
ra lo Stato come fine, mentre, secondo noi, lo Stato deve 
essere sempre uno strumento al servizio della comunità. 


E noi ci meravigliamo perchè non ci pare nemmeno ri- 
spondente a una concezione cristiana il tipo di Stato e di 
discorso di Stato che è venuto fuori, mentre lo ricono- 
sciamo più tipico di altre concezioni, che pure sono con- 
cezioni distorte, appartenenti a un’area cosiddetta laica o 
anche a un'area delle stesse forze che pure derivano dal 
marxismo. o 

Ebbene, noi riteniamo che in questo caso si sia sbagliato, 
noi siamo convinti che il tentativo di liberare un ostaggio 
di fronte a una situazione di stato di necessità andasse 
fatto. Per esempio, liberare uno di questi carcerati, che 
non si fosse però macchiato in maniera palese di un delit- 
to o di un assassinio, noi ritenevamo che potesse essere 
una proposta da farsi, anche se è nostra opinione che il 
disegno delle Brigate rosse e di chi ci sta dietro è tale che 
probabilmente questo non avrebbe sortito nessun risul- 
tato, perchè siamo convinti che il processo che si vuole 
introdurre e innescare, passando anche attraverso l’as- 
sassinio dell'onorevole Moro, e anche proprio dell’onore- 
vole Moro, per quello che poteva rappresentare anche 
nella prospettiva di sviluppo politico del nostro paese, 
probabilmente — dicevo — questo non sarebbe servito, 
ma noi avremmo visto un ruolo diverso, un tentativo di- 
verso, una figura diversa dello Stato e delle forze che ope- 
rano a livello di Governo. Non solamente, per la salva- 
guardia di una vita umana, fare tutto il possibile su un 
terreno di razionalità e nelle condizioni poste anche a li- 
vello giuridico e politico, ma anche per le conseguenze 
politiche, perchè noi riteniamo che l'assassinio dell’ono- 
revole Moro si instauri proprio in un tentativo che si ac- 
centua, di imprimere un indirizzo autoritario verso an- 
che legislazioni speciali nel nostro paese. Questo non è 
stato fatto e noi riteniamo che sia stato un errore. Oggi 
questa strategia delle Brigate rosse, che passa anchè at- 
traverso questo assassinio, che passa attraverso questo 
stillicidio continuo di attentati, si sposa molto bene con i 
fautori di una svolta autoritaria nel paese; si sposa molto 
bene con i fautori di una svolta che, non avendo proposte 
e soluzioni da dare sul terreno economico e sociale ai la- 
voratori e ai giovani, punta a un rafforzamento in senso 
autoritario, cioè di politica repressiva dell'ordine pubbli- 
co a livello dello Stato. E quando si parla qui, da alcune 
parti di non presenza e di non funzionamento dei servizi 
segreti, di inefficienza della polizia, di settori della Ma- 


59 


EC EE RMMMMHuEe: =. Fr 


gistratura,-dobbiamo dire innanzitutto che i servizi segreti 
in passato hanno dimostrato connivenze con il terrorismo 
e con la strategia di stampo fascista, e molti esponenti li 
abbiamo poi visti finire nelle file del Movimento sociale 
italiano. 
Quando da parte di certe forze — vedi stamattina Fiorini 
— si parla dei servizi segreti, eccetera, bisogna rispondere 
che questi servizi segreti c'erano, funzionavano e funziona- 
vano in connivenza con il terrorismo di destra. Questi sono 
fatti che conosciamo e sappiamo molto bene. Del resto noi 
non pensiamo ad un ruolo anche positivo e democratico 
dei corpi cosiddetti separati dello Stato se non si va in di- 
rezione di una loro effettiva democratizzazione. Mentre 
oggi la tendenza è contraria: è la tendenza a negare il sin- 
dacato di polizia ai poliziotti; è la tendenza, appunto, a non 
collegare processi di trasformazione democratica in que- 
sti settori a un disegno di trasformazione più generale che 
deve essere condotto avanti con la partecipazione delle 
masse popolari e difendendo le conquiste che sono state il 
patrimonio delle lotte di questi ultimi sette, otto anni, che 
sono conquiste vere e che se oggi non si sono tradotte, non 
si sono tradotte proprio perchè a livello politico non si è 
saputo dare risposta alla domanda che veniva dalle lotte 
operaie e studentesche, alla domanda di una scolarità che 
richiedeva anche una trasformazione del sistema produtti- 
vo. Una domanda di uguaglianza, una domanda di non de- 
lega, una domanda di partecipazione alla vita pubblica, al- 
le scelte sugli investimenti pubblici; una domanda che 
rompesse coi corporativismi, con le baronie, con la spesa 
pubblica indirizzata a fini di profitto e non indirizzata per 
la soluzione dei problemi collettivi. Questa è la domanda 
che viene dagli anni '68/70 delle lotte operaie e studente- 
sche. Se non si capisce questo, se si ritiene oggi di confon- 
dere quella stagione, che è stata una grande stagione de- 
mocratica di contestazione, perchè c'era la necessità di 
contestare un sistema che imputridiva, con fatti di violen- 
za o con il 27 o il 7 0 1’8 garantito, non si capisce allora tut- 
to quello che è stato il portato di quella stagione. E oggi 
questo non viene inteso, a nostro parere, dalle forze stori- 
che della sinistra: si sposano concetti che sono di nuovo 
quelli della centralità dell'impresa, della centralità 
dell'iniziativa privata, della libertà da darsi agli imprendi- 
tori, della spesa pubblica indirizzata a fini produttivi e 
quindi data soprattutto agli imprenditori. 


Cioè quando noi notiamo l'abbandono di certe n 
che sono le categorie su cui si è mossa, pur tra contraddi- 
zioni, la sinistra nel nostro paese e si va verso la difesa di 
questo Stato e di questo sistema, che pure non riesce a 
dare risposte sul terreno economico e sociale nell inte- 
resse collettivo, noi riteniamo che ci si ponga su una sia 
da pericolosissima, una strada che del resto anche gli ul 
timi risultati elettorali cominciano, a nostro parere, a 
mettere con forza di fronte agli occhi di tutti. > 

Quindi io non credo che si debba aggiungere molto altro. 
Noi riteniamo e speriamo che anche il risultato elettora e 
possa portare a una riflessione nell’ambito della e 
possa portare a una riflessione soprattutto nel ambito 
del Partito comunista italiano. Noi riteniamo che questa 
linea sia perdente; è una linea che non risolve i problemi 
economici e sociali del paese, ma che aggrava gli squili; 
bri, aggrava la disgregazione e rende possibile anche, DO 
di prima, una strategia del terrorismo. Una strategia e 
terrorismo che può portarci, anche entro breve tempo, a 
proposte e a svolte molto pesanti e difficili nel Dosoe 
paese. Noi riteniamo che si debba ricolmare con forza 
questo distacco che vi è tra le esigenze degli operai, dei 
lavoratori, dei giovani e delle donne ed una PISA, 
za politica più consistente, che se non può CIRERGOrSI al i- 
vello di governo senza essere subalterna, e profond lamen- 
te subalterna (perchè oggi è il dato che ne esce e Sita 
portando le espressioni dirigenti di questo partito, il PO) j 
ad essere più realista del re, a dimostrare e a fare capire 
quasi che c'è un monocolore di governo PCI appoggiato 
dalla Democrazia cristiana e non viceversa) se non si He, 
sce ad esprimersi, a livello di governo, con una Sia c n 
non permette la soluzione di questi problemi e c eno e 
mantenere la propria centralità e il proprio regime di po- 
tere, come la Democrazia cristiana, noi riteniamo, pro- 
prio per la salvaguardia democratica nel ROSORNE, 
anche se costituisce la smentita di una linea politica, c ne 
sia molto più positivo un ruolo di alternativa, di opposi- 
zione, che l’intera sinistra deve sapere esprimere da un 
collegamento con le masse popolari, saldando der ope- 
raia e nuovi strati sociali emergenti, i giovani ele eno 
oggi in una COOONE di particolare subalternità e di 

rticolare difficoltà. È ; 
rocco che su queste cose bisogna aprire un dibat- 


61 


tito, perchè anche i fatti che sono sotto i nostri occhi tutti 
i giorni, oltre che il risultato elettorale, dimostrano que- 
sto, cioè dimostrano la vera natura della Democrazia cri- 
stiana e l'impossibilità, con questa forza, di portare avan- 
ti una politica di trasformazione sociale nel nostro paese 
secondo quelle che sono le necessità ed i bisogni delle 
masse popolari. Allora, per salvaguardare la democrazia, 
invece di una posizione subalterna, che porterebbe ulte- 
riori guai nel blocco sociale anticapitalistico, noi ritenia- 
mo che sia più utile, proprio per il paese, al di là di quello 
che oggi dice il Partito comunista, ritrovare una strada di 
opposizione, una strada di alternativa, una strada che ri- 
parta su nuove strategie anche, perchè c’è bisogno di una 
revisione. Cioè oggi bisogna porsi il problema, nell’Euro- 
pa occidentale e in Italia, di cosa significa costruire 
un'alternativa ad un partito e ad un sistema che evidente- 
mente ha fatto acqua e che continua ancora ad accentua- 
re gli squilibri storici nel nostro paese. Cosa significa, 
per esempio, sapere costruire un'alternativa che sia più 
credibile da parte delle masse popolari, che non compri- 
ma, intanto, quei diritti di libertà e quei livelli di parteci- 
pazione che si sono conquistati anche all’interno di que- 
sti sistemi e che ne presuppongono appunto un supera- 
mento in avanti. 

Come movimento operaio, quindi, cercare anche di usci- 
re da quelle che sono situazioni perdenti di subalternità 
ad una Democrazia cristiana sia nella versione della col- 
laborazione socialdemocratica, che è stata tipica del Par- 
tito socialista italiano, ma anche in quella del compro- 
messo storico attuale, che non incide sul piano struttura- 
le e rischia anche di chiudere spazi democratici a livello 
di massa. Su questo noi siamo già intervenuti: noi non ac- 
cettiamo la concezione (che fra l’altro, poi, è favorevole 
alla Democrazia cristiana e al mantenimento dell’attuale 
assetto di potere) dello Stato, di rapporto tra istituzioni, 
movimento, società civile, che viene portato avanti, ad 
esempio oggi, dal Partito comunista. Noi riteniamo che 
non bisogna comprimere la dialettica democratica, che 
non bisogna creare nuovi livelli istituzionali superando, 
per esempio, gli attuali, come avviene, ad esempio, con 
questo continuo richiamo ai Comitati per l'ordine demo- 
cratico, questa continua creazione di nuovi livelli, che 
non sono i livelli delle istituzioni elettive. 

Non bisogna comprimere l’apporto che la società civile 


può continuamente portare, nella propria autonomia, 
nella dialettica che deve esprimersi anche a livello delle 
Istituzioni e delle articolazioni dello Stato, tra le Regioni, 
gli Enti locali e gli stessi livelli centrali di governo. 

Noi riteniamo che questi siano momenti che vanno sotto- 
lineati, perchè la strategia del compromesso storico non 
solo si rivela subalterna, non'incide sul piano strutturale, 
ma chiude anche spazi democratici a livello di massa. E 
noi su questo riteniamo, quando parliamo anche di ap- 
piattimento, che i compagni comunisti debbano riflettere 
prattutto sui rapporti tra partito, istituzioni, società ci- 
ile, tra partito e sindacato, tra livelli delle autonomie lo- 
i e livelli di governo. 

Per quanto ci riguarda, riteniamo, come forza di sinistra, 
di portare un contributo a questa lo!ta per ritrovare un 
ruolo della sinistra che sia capace «i: costruire un’alter- 
nativa democratica al sistema e alia Democrazia cristia- 
na nel nostro paese. Non riteniamo che la strada di coali- 
zione intrapresa, la strada di quesio accordo di governo 
sia produttiva: riteniamo che non solo accentui rischi ul- 
teriori per la strategia terroristica, ima che rischi di ag- 
gravare ancora di più i problemi economici e sociali del 
nostro paese 

Per quanto riguarda alcune questioni che sollevava il 
presidente Turci sul problema di come dare una risposta 
al terrorismo anche a livello di base, noi riteniamo che 
ogni forza, ogni istituzione, ogni organizzazione debba fa- 
re la propria parte; noi riteniamo innanzitutto che la pri 
ma cosa da farsi è fare. Si chiedeva Turci che cosa fare? 
La prima cosa da fare è fare e non stare fermi; è svolgere 
il proprio ruolo e cercare di dare risposte sui terreni che 
ci competono e che riguardano prima di tutto la soluzio- 
ne dei gravi problemi sociali, economici, culturali che og- 
gi stanno di fronte al paese, alle masse popolari e in parti- 
colare modo alle giovani generazioni. Noi non possiamo 
evidentemente, senza intervenire e dare risposte su que- 
sti terreni, pensare di fermare un’area di disgregazione 
che può essere e che è in un certo qual modo, anche ma- 
novalanza per il terrorismo, solamente a livello preventi- 
vo sul terreno dell'ordine pubblico, oppure a livello re 
pressivo. Sono convinto che la prima risposta da darsi sia 
quella sul terreno sociale ed economico e quindi di un 
ruolo delle istituzioni che non stiano nell’immobilismo, 
che seguano la vecchia logica oppure che si contrap- 


63 


pongano come muro nei confronti soprattutto delle gio- 
vani generazioni, ma siano capaci intanto di cominciare a 
dare risposte a livello dei bisogni e delle necessità che 
queste forze sociali hanno. Secondo: in questo momento, 
più che andare a inventare forme di solidarietà e di unità 
nella risposta al terrorismo, che certe volte perseguono, 
come terroristi o fiancheggiatori, anche coloro che dis- 
sentono dall'attuale politica e quindi vogliono condurre 
avanti un dibattito e una dialettica democratica, io credo 
che sia opportuno garantire lo sviluppo di questa dialetti- 
ca democratica; garantire quindi che il sindacato faccia 
la sua parte, che i lavoratori e i consigli di fabbrica fac 
ciano la loro parte, che le istituzioni e i partiti facciano 
loro parte. Noi riteniamo che proprio in questi momenti 
difficili il massimo di dialettica democratica, e non 
compressione di essa, sia la maggiore garanzia che i te 
roristi non trovano spazio, non trovano solidarietà e non 
trovano fiancheggiatori. 
Questa noi crediamo sia la risposta che deve essere date 
così come riteniamo che non occorrano leggi speciali 
non occora un’accentuazione in senso repressivo del 
Stato, se non si hanno evidentemente altre mire ed altri 
fini. Bastano le leggi che ci sono già; basta una volontà 
politica che purtroppo noi non vediamo, perchè la stessa 
vicenda dell'onorevole Moro, le cose che stanno accade 
do e le dichiarazioni anche che vengono rese sulle compli 
cità e sull’omertà ci dimostrano che oggi è all’interno an- 
che di questo Stato che bisogna sradicare certe conniven- 
ze, bisogna sradicare anche certe omertà che hanno favo- 
rito e favoriscono la strategia del terrorismo. 


A Viareggio, la 382 un anno dopo 


Il Convegno dell'ANCI di Viareggio dell’1, 2, 3 Ottobre ha 
preso in esame, fra i suoi temi principali, l'argomento del 
bilancio (un anno dopo) della legge 382 e del d.p.r. 616, ol- 
tre alla questione dei progetti di legge per la riforma del- 
la finanza locale e del sistema delle autonomie. 

Le considerazioni con cui un anno fa accogliemmo criti- 
camente l'emanazione del decreto 616, attuativo della 
382, appaiono più che mai valide oggi, in occasione di un 
primo bilancio, quando le cosiddette riforme del 616 ap- 
paiono sempre più chiaramente ispirate alla logica gatto- 
pardesca del mutare qualcosa affinchè nulla cambi. 
Siamo di fronte ad una restaurazione neo-centralistica, 
tipica di una società a capitalismo maturo e fatiscente, 
giustificata a sinistra con concezioni di insano centrali. 
smo democratico. 

Era del resto, come avevamo sempre detto, assurdo pen- 
sare che con il decreto attuativo della 382, con un decreto 
delegato si potesse «riformare lo Stato», mentre è certo 
che l’unico processo realmente democratico che si può 
innescare passa attraverso la messa in discussione del 
carattere «separato» delle istituzioni, attraverso la criti- 
ca radicale alle varie forme di statalismo e di autoritari- 
smo, con la crescita dela democrazia diretta e del con- 
trollo popolare, in altre parole con la formulazione da 
parte del movimento operaio di uma genuina linea antica- 
pitalistica, che deve passare anche per le autonomie ed i 
poteri locali aprendo spazi democratici alla iniziativa di 
massa. 

Solo vizi idealistici e giustificazionistici potevano far 
considerare come decisivi passi in avanti le conclusioni 
cui si era giunti con il 616; e a distanza di un anno un bi- 
lancio in proposito conferma le nostre precedenti posi- 
zioni, Infatti: 

— nulla o ben poco è mutato nei rapporti fra Regioni, Mi- 
nistero dell'Agricoltura e Ministero degli Esteri per l’at- 
tuazione delle Direttive e dei regolamenti CEE, malgrado 
il pieno ed assoluto trasferimento alle regioni delle rela- 
tive funzioni nelle materie di competenza regionale (art. 
6). 

— le funzioni attribuite direttamente ai comuni in tema 
di polizia amministrativa (art. 19) hanno creato alla prova 


65 


dei fatti soltanto un grosso ingolfamento delle ammini- 
strazioni comunali, soprattutto delle più piccole, sprovvi- 
ste come esse sono di adeguati finanziamenti, sottoposte 
alle pesantissime ingerenze del Ministero dell'Interno e 
dei Prefetti (previste da quella norma), e che si trovano 
così ridotte ad essere sostanzialmente organi periferici 
ed esecutivi di quel Ministero; 

— le nuove funzioni in materia di assistenza sociale (artt. 
22 e 23), non si sono ancora viste, specie per quanto con- 
cerne i compiti specificamente indicati dell'assistenza 
post-penitenziaria e para-penitenziaria e degli interventi 
per i minorenni. La territorializzazione intercomunale 
dei servizi assistenziali e sanitari dell’art. 25 è stata, in 
quasi tutte le Regioni, pressochè completamente inesi- 
sténte: si è proceduto con i vecchi strumenti consorziali 
ideati dal movimento autonomista all’inizio degli anni '70 
e su quella falsa-riga, si sono evitate le innovazioni che il 
616 rende possibile; 
— il trasferimento ai Comuni delle Istituzioni Pubbliche 
di Assistenza e Beneficenza rappresenta un esempio em- 
blematico del cosiddetto «slittamento» del 616. Le Regio- 
ni interessate, i Comuni, e le IPAB stesse hanno eluso l’at- 
tività di necessaria predisposizione di questo passaggio, 
mentre la Commissione ministeriale per la determinazio- 
ne delle IPAB con caratteristiche educativo-religiose da 
escludere dal trasferimento, ha mostrato una capacità di 
inattività insieme a una attitudine al baratto degne del 
miglior sottogoverno; 7 
— le funzioni regionali e comunali in materia di diritto al 
lo studio stanno continuando sostanzialmente come pri- 
ma, malgrado il potenziamento reso possibile dal 616, 
mentre si avvicina poco avvertita la data dell'1/11/1979 
che vede il trasferimento alle Regioni delle Opere Univer- 
sitarie, mentre i Patronati scolastici sono sì passati ai Co- 
muni ma senza la loro sostanziale soppressione e con il 
gattopardesco mantenimento in vita delle precedenti 
strutture. Mentre — come cornice alla situazione studen- 
tesca e giovanile e come risposta alla pienezza delle fun- 
zioni regionali in tema di formazione professionale — la 
legge 285 del 1977 sull'occupazione giovanile sta fornen- 
do risultati che per i giovani stessi sono a dir poco fru- 
stranti, nel contesto di una politica industriale nazionale 
che privilegia i consumi privati e scoraggia gli investi- 
menti. 


Si ricordi, poi, che nessuna facoltà di intervento è conces- 
sa alle Regioni in tema di industria, e che la legge 675 del 
1977. sulla riconversione industriale peggiora, anzichè 
migliorare, questa situazione; 
— addirittura umoristica è la vicenda applicativa del 616 
a proposito del personale statale da trasferire alle Regio- 
ni: per esso infatti, che doveva essere messo a disposizio- 
ne entro il 31.12.1977, il passaggio effettivo è stato pres- 
sochè inesistente; ; 
— irrisorio, e la considerazione è determinante, è il com- 
plesso dei trasferimenti finanziari alle Regioni già previ 
sti dal 616, paragonandolo alla mole dei compiti che veni- 
vano trasferiti sulla carta; 
— deludente è, poi, la vicenda dei 62 enti pubblici inutili 
da radiografare e sopprimere; la Commissione ministe- 
riale preposta all'esperimento radiologico è sì in stato 
avanzato dei suoi lavori, ma attraverso un piuttosto vol- 
gare baratto, che ha come obiettivo il salvataggio di enti e 
carrozzoni inutili (l’ENAOLI, spende assai più di quanto 
bbe necessario per varare l’urgente legge sull’edito- 
ria; vedremo cosa succederà dell’ENPI e dell’ENAL, ecc.). 
Le condizioni dell’inapplicazione delle pur scarse rifor- 
me del 616 vanno, come si vede, ripartite fra Stato centra- 
e e Regioni, in misura quasi equa, comunque senza con- 
trapposizioni poichè la vera corresponsabilità è fra le 
forze politiche del cosiddetto arco costituzionale, che a 
Roma come negli enti locali sono pronte ad affossare le 
proprie stesse riforme pur di trovare convergenze como- 
de alla DC. 
La assurda insufficienza di finanziamenti statali delle 
funzioni comunali previste dal 616, la mancanza di tra- 
sferimento ai Comuni medesimi di personale statale per 
‘esercizio di tali attribuzioni hanno determinato la piena 
reviviscenza degli organi dello Stato centrale; o (come nei 
casi della gestione comunale dei servizi di assistenza so- 
ciale, di diritto allo studio, dei compiti comunali in tema 
di commercio, delle attribuzioni comunali in materia di 
turismo, artigianato, agricoltura, urbanistica, edilizia re- 
sidenziale) hanno determinato una situazione di sempre 
maggior scollamento fra i Comuni, abituati purtroppo a 
non essere o ad essere scarsamente delegati dalle Regio- 
ni, e le Regioni medesime, abituate purtroppo a non dele- 
gare e a confondere l'autonomia con l’abbondono. 
Tutto questo induce a rilevare la estrema difficoltà di 


67 


e 2 


raddrizzare le gambe ai compiti che il 616 ha affidato ai 
Comuni, i quali vengono a trovarsi con lo Stammati-bis 
dell’inizio di quest'anno nel vicolo cieco del divieto di ini- 
ziative autonome, ciò che è logicamente dipendente da un 
sistema di finanza locale derivata. Si bloccano, con lo 
Stammati-bis, le assunzioni a livello del 1976, si fissano 
condizionamenti rigidi, mentre ci si guarda dall’affronta- 
re con decisione il motivo dello spreco presente nella 
pubblica amministrazione centrale e negli enti pubblici 
inutili; la mancanza della legge di riforma della finanza 
locale priva i Comuni di entrate certe costringendoli a di- 
pendere dalla redistribuzione del governo, e l'aumento 
della spesa corrente comunale è a meno della metà del li- 
vello di inflazione. 

Non si risolvono così i nodi di fondo, non si va alle cause 
vere della crisi comunale odierna, si continua ad evitare 
una legge che assicuri entrate certe, autonome e dirette 
ai Comuni, coinvolgendo seriamente gli enti locali terri- 
toriali nella lotta alle evasioni fiscali, tutto ciò col prete- 
sto di un’urgenza che si ripropone ogni anno a dicembre. 
D'altra parte ben sappiamo che su tale terreno non può 
essere un Governo democristiano a attuare questo, men- 
tre occorre una lotta di massa consapevole, un ruolo nuo- 
vo svolto anche dalle autonomie e dai livelli elettivi loca- 
li. 


Quale impegno di Dp nelle istituzioni 
elettive? 


(dal Quotidiano dei Lavoratori 
di Giovedì 21 Settembre 1978) 


Appare sempre più urgente e necessario impostare, come 
partito, un lavoro politico a livello delle sezioni e delle fe- 
derazioni sui problemi delle istituzioni elettive (Comuni, 
Regioni, Stato), con forme di coordinamento nazionale 
che potranno uscire dalla riunione di sabato 23 e domeni- 
ca 24 a Roma. 


L'importanza di un intervento nelle istituzioni 


È un'esigenza che molti compagni sentono, non solo chi 
ricopre cariche pubbliche, ma anche tutti coloro che nel 
movimento e sul territorio hanno oggi, in modo pressan- 
te, il problema di avere punti precisi, di fronte all'attacco 
capitalista, sul ruolo che tali istituzioni svolgono in ter- 
mini di poteri, di entrata e spesa pubblica, sulle scelte 
che fanno o non fanno sul terreno dell'occupazione, dei 
servizi sociali ecc. 7 

Gli obiettivi del padronato oggi sono chiari agli occhi di 
tutti; attaccare il costo del lavoro e il potere operaio in 
fabbrica, avere a disposizione ampie quote di spesa pub- 
blica (es. fiscaliz ione oneri sociali), sottratta in parti- 
colare agli enti locali nei settori sociali, nel settore previ- 
denziale (attacco alle pensioni) e della salute (ultimo es. il 
ticket). Il quadro politico delle maggioranze a cinque 
sce prevalentemente per condizionare, attraverso il sin- 
cato, i lavoratori nelle lotte per i contratti e per un ade- 
guamento, nelle istituzioni elettive (Stato, Regioni, Co- 
muni), alle compatibilità poste, sul terreno della spesa 
pubblica, dal governo e dal Fondo Monetario Internazio- 
nale. 


Quadro politico e accordi locali 
La tendenza ad armonizzare, in forme varie, il quadro po- 


litico locale a quello nazionale (ad es. con la politica delle 
larghe intese) ha accentuato il verticismo e lo svuotamen- 


69 


to delle assemblee elettive ridotte in molti casi a casse di 
risonanza degli accordi lungamente mediate tra i partiti 


della maggioranza di governo. 
Non solo viene colpita la parte 


cipazione ed ogni controllo 


popolare dal basso, ma si cerca di ridurre ogni spazio 


persino a chi è presente ne 
dell'accordo a cinque, come è 
regione con la costruzione di 


le istituzioni, ma è fuori 
accaduto ad es. in qualche 
comitati di coordinamento 


per la spesa pubblica composti solo di rappresentanti dei 


partiti di maggioranza nazion 
La teoria «dell'autonomia del 


ale. 
politico», degli accordi rea- 


lizzati nelle istituzioni e poi trasferiti nella società civile, 


agendo sulle organizzazioni di 
smissione 


massa come cinghia di tra- 


i tali linee, ha fatto sì che ogni discorso di de- 


centramento si stia risolvendo in pura ricerca del consen- 
so al quadro politico, ai suoi contenuti, con un processo 


di «democrazia autoritaria» c 


he, in diversi casi, giunge a 


criminalizzare chi si pone fuori dal quadro e porta avanti 


proposte alternative e iniziat 
settori delle lotte sociali. 

Su questo terreno si incontra 
indubbio che la Dc e La Malfa 
zare il ruolo che il Pci oggi sv 


ive di movimento nei vari 


no diversi centralismi ed è 
facciano di tutto per utiliz- 
olge di controllore del con- 


flitto sociale sia a livello operaio e di fabbrica, sia dentro 
lo Stato sul terreno della spesa pubblica. Il piano Pandol- 
fi è oggi l’espressione più chiara dei disegni del padrona- 
to e della Dc con il suo attacco aperto al salario, con i ta- 


gli previsti alla spesa sociale 
al ruolo delle Regioni e delle a 


(pensioni, salute, servizi) e 
utonomie locali che devono 


sempre più subordinarsi al disegno centralistico e fun- 


zionale alla ristrutturazione c 
di contropartite capaci di sv 


apitalistica, senza garanzie 
iluppare occupazione e af- 


frontare squilibri e nodi di fondo del paese (si pensi alla 


realtà dei cosiddetti piani di 


settore). In questo quadro 


occorre cogliere quale ruolo oggi lo Stato e le istituzioni 
elettive svolgono per capire, come partito, i disegni 


dell'avversario, le contraddizi 


oni che avanzano nelle scel- 


te sulla finanza pubblica in rapporto ai bisogni di massa. 


E ciò è necessario farlo unita 


riamente come partito, con 


compagni che operano nel movimento e nelle istituzioni, 
per raccordare un'azione che sia valida sul terreno dei 
contenuti alternativi e delle forme di lotta (non esiste il 
problema dei rivoluzionari nel movimento e i riformisti 
nelle istituzioni; senza una valida unità non si è niente). 


70 


Nella fase attuale, ad esempio, le autonomie (Regioni e 
Comuni) vivono una crisi profonda che le rende sempre 
più elementi del meccanismo capitalistico, nelle scelte 
che fanno, nelle logiche di produttività che attuano, nei 
rapporti che, per le scelte centralistiche, sono costretti 
ad avere con il sistema creditizio. 


Legge Preti e finanze comunali 


Il grosso colpo il centralismo lo fece, quando si faceva 
passare nel Paese la grande vittoria autonomistica 
dell’attuazione delle Regioni, con la legge tributaria Pre- 
ti, che toglieva ogni autonomia impositiva ai Comuni in 
campo fiscale e riduceva tutta la finanza locale a finanza 
derivata (lo Stato incassa e versa ai Comuni, sempre in ri- 
tardo). 

Gli enti locali compressi tra la pochezza delle entrate, i 
compiti crescenti, e lo strozzinaggio del sistema crediti- 
zio unitamente a forme di governo in moltissimi casi ana- 
loghi a quello nazionale, hanno accumulato deficit enor- 
mi che Stammati e il Governo oggi cercano di ammortiz- 
zare nella linea dei sacrifici, col blocco delle assunzioni e 
della spesa corrente, di spese di investimento, con la in- 
troduzione della logica costi-ricavi nei setvizi pubblici, 
con l'aumento delle tariffe e il peggioramento dei servizi 
sociali, lasciando ancora libero campo alle banche e sen- 
za interventi concreti dal lato delle entrate (lotta alle eva- 
sioni fiscali ecc.). 

Nei servizi gas e acqua, trasporti ecc... si tende ad una lo- 
gica costi-ricavi e una forte dipendenza dal settore priva- 
to, mentre nei servizi sociali il ruolo del «pubblico» all’in- 
terno del quale deve svilupparsi il confronto pluralistico, 
si va riducendo e si assiste a spartizioni di contributi a 
«tutte le componenti sociali» cioè a strutture private di 
vario genere, industriale, democristiano, religioso, sinda- 
cale, (es. nello sport tempo libero, assistenza, consultori, 
educazione e infanzia, formazione professionale). 


Il fallimento della legge 382 


La riforma della legge 382 sul trasferimento di poteri e di 
funzioni alle Regioni e agli enti locali si sta rivelando un 


71 


fallimento in questo quadro politico di scelte di potere e 
finanziarie a livello di Stato e di enti locali. In realtà oggi 
appare chiaro come era mistificante parlare della legge 
382 e dei suoi decreti attuativi (616) come di leggi che sov- 
vertivano il rapporto delle masse con le istituzioni o «che 
colpivano a fondo il vecchio stato» (Unità). 

Oggi, dopo un anno, nulla o ben poco è mutato per quanto 
attiene i rapporti Stato e Regioni in una serie di settori 
(agricoltura, polizia amministrativa, sanità ecc.) 0 nei 
rapporti Stato Regioni e Comuni dove questi ultimi espli- 
cano nuove funzioni (polizia amministrativa, assistenza 
sociale, diritto allo studio, case popolari) senza avere i 
mezzi finanziari, cosa non decisa tutt'oggi neppure per le 
Regioni, del resto largamente piene di residui passivi, 
per incapacità proprie ad operare e per responsabilità 
anche centrali (vedi ritardo legge contabilità dello Stato 
ecc.), costrette ad esempio a coprire la spesa ospedaliera 
senza i mezzi necessari, facendo con ciò da parafulmine 
alle responsabilità governative. 

Nel chiuso delle commissioni ministeriali per lo sciogli- 
mento di enti di cui alla 382, è in atto una manovra demo- 
cristiana, non contrastata per far sopravvivere enti inuti- 
li che sprecano mezzi finanziari (vedi Enaoli) e per far re- 
stare in mano religiosa enti di assistenza (Ipab) che do- 
vrebbero essere trasferiti ai Comuni entro il gennaio 
1979. 

Tutto ciò avviene nella logica del verticismo e in assenza 
di un confronto di massa e democratico su tutte queste 
realtà che comprendono, a volte, grossi patrimoni in 
campo urbano e agrario. 


Quale tipo di ente intermedio? 


La logica centralistica è avvalorata anche dal fatto che 
non si è data sistemazione, contemporaneamente alla leg- 
ge 382, alla riforma della finanza locale e al problema del 
cosiddetto ente intermedio (di fronte al non senso delle 
attuali Province). Oggi in molte Regioni, insieme alle Pro- 
vince, sono presenti i comprensori quali enti intermedi 
con compiti prevalentemente di programmazione ed elet- 
ti in maniera indiretta. (Secondo grado). 

I ritardi nella sistemazione legislativa di tale problema 


unitamente agli accordi di vertice dei cinque partiti han-: 


no fatto di questi enti delle strutture non funzionanti, tec- 
nocratiche nel migliore dei casi, svuotate di ogni parteci- 
pazione non solo dal basso, ma anche di forze re 

tate in istituzioni locali comunali. Diversi parti 

verno hanno presentato progetti che oggi sono in discus- 
sione sull’ente intermedio da collocare tra Regioni e Co- 
muni. 

Senza elencarli tutti mi pare che noi dovremmo sostene- 
re la tesi di un unico ente intermedio tra regioni e comu- 
ni, eletto direttamente dalla popolazione e non con nomi- 
ne di secondo grado, che abbia compiti di programmazio- 
ne e di coordinamento nei settori quali l'agricoltura, la 
sanità, attività produttive, ecc., lasciando la gestione di- 
retta ai comuni o loro consorzi. 
Deve essere compito nostro di ampliare al massimo gli 
spazi di intervento e di controllo dal basso delle masse 
popolari, sostenendo le forme di elezione diretta ai vari 
livelli delle istituzioni, dai quartieri ai comprensori, lot- 
tando per ribaltare le logiche centralistiche del capitale, 
della collaborazione interclassista, che fa delle strutture 
decentrate organi di ricerca del consenso agli accordi di 
vertice. Le ultime elezioni, i referendum, hanno dimo- 
strato che vi è nel paese una reazione al modo in cui si «fa 
politica» e alle scelte istituzionali dei partiti dell'accordo 
a cinque; deve essere soprattutto nostra la responsabilità 
di impedire che tale reazione scivoli sul terreno a volte 
del qualunquismo o del democraticismo generico. 

E ciò è possibile fare unendo la lotta operaia e la costru- 
zione del nuovo blocco sociale anticapitalistico con la lot- 
ta nelle istituzioni contro i contenuti funzionali al padro- 
nato, contro la chiusura degli spazi democratici, per 
l'ampliamento del controllo di massa sulle scelte, perchè 
non passino le logiche del piano Pandolfi riuscendo ad in- 
cidere nelle contraddizioni della sinistra storica e dello 
avversario di classe. 


Difficoltà di intervento e proposte di lavoro 


In questo senso per il movimento e per Dp che è oggi for- 
za di opposizione di sinistra, le difficoltà sono maggiori 
rispetto a qualche anno fa. Oggi il centralismo e la nor- 
malizzazione delle strutture di base istituzionali e non, 
(si pensi ai Consigli di Zona) si sviluppano con l'impegno, 


73 


in prima persona, del Pci, che pur tenuto fuori dal gover- 
no nazionale ha, dai livelli governatii locali e con le lar- 
ghe intese, operato con forza per adeguare tali livelli alle 
compatibilità governative e del Fondo Monetario. ; 
In tali difficoltà senza livelli adeguati di movimento e di 
otta operaia anche sul territorio, in presenza di fenome- 
ni di emarginazione di strati proletari che spesso scelgo- 
no forme di risposta e di lotta frammentaria e non unifi- 
cante, il nostro ruolo deve tendere innanzitutto, partendo 
dai bisogni delle masse, a demistificare a tutti i livelli 
‘operazione politica in atto oggi sul piano dell'attacco 
antioperaio e sul ruolo delle istituzioni e della spesa pub- 
blica. : ; 

La ristrutturazione capitalistica oggi colpisce a fondo an- 
che i lavoratori occupati, i pensionati, chiede pesanti sa- 
crifici per rilanciare la rendita edilizia, introduce costi 
gravi sul terreno della salute, dei servizi sociali, aprendo 
largo spazio alle iniziative private. Ebbene come Dp dob- 
iamo caratterizzarci a livello di fabbrica, nel territorio, 
nelle istituzioni con proposte precise, perchè tali disegni 
non passino, perchè venga impedita la terziarizzazione 
delle grandi città, perchè i servizi sociali siano pubblici 
ed erogati a prezzo politico, perchè i consumi pubblici di- 
vengano asse di un nuovo sviluppo economico, perchè nei 
contratti si riprendano ad esempio i temi della salute con 
una attenzione al ruolo primario di strutture pubbliche 
nel territorio (consorzi sanitari) rispetto alle strutture 
ospedaliere. > CA 
Sull'equo canone, sui trasporti pubblici ecc., è possibile 
oggi aprire lotte di massa significative con un impegno 
unitario di tutto il partito che dovrà saper articolare la 
propria iniziativa a tutti i livelli, rapportando le forme di 
lotta da adottare alla costruzione del blocco sociale anti- 
capitalistico capace di mettere in crisi i disegni dell’av- 
versario di classe. Sono temi, questi, che riguardano le 
istituzioni e le lotte operaie e sociali in modo unitario e si 
è partito se si è in grado di costruire una risposta globale. 


Intervento sul piano PANDOLFI 
e i piani di settore 
(seduta del 26 settembre 1978) 


CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, i piani di setto- 
re, dopo la presentazione del piano Pandolfi, possono og- 
gi ricevere un primo giudizio politico più preciso, essen- 
© ora inquadrati nel complesso dell'operazione politica 
economica del Governo che è racchiusa, a nostro parere, 
con molta chiarezza, nel progetto Pandolfi e mi pare che 
uno degli emendamenti che ci ha fatto trovare la Giunta 
oggi sul tavolo parli proprio del piano triennale Pandolfi 
come della cornice nella quale devono collocarsi i piani 
i settore. 

piano Pandolfi, quindi, che viene ad essere il punto di 
iferimento primario, è la conferma di quel giudizio che 
‘a parte nostra abbiamo sempre dato sulla politica eco- 
omica di questo Governo e sui suoi obiettivi. Giudizio 
he oggi è patrimonio di larga parte del movimento dei 
lavoratori, di alcuni dei sindacati più avanzati (basta pas- 
sare alla Federazione dei lavoratori metalmeccanici) per 
le contraddizioni che su questo piano cominciano ad 
emergere fra le forze politiche. Si diceva, già prima che 
fosse pubblicato il progetto, che questi piani di settore, 
che fanno ormai parte organica del progetto Pandolfi, 
non rappresentavano nulla di positivo, ai fini di un nuovo 
ruolo del nostro paese in questi settori, dal punto di vista 
produttivo e dal punto di vista dello sviluppo dell’occupa- 
zione e del superamento degli squilibri settoriali e zona ; 
con particolare riferimento allo sviluppo di una politica 
industriale e occupazionale nel Mezzogiorno. Direi che 
oggi, con la pubblicazione del progetto Pandolfi, questi 
primi giudizi trovano una conferma netta e precisa e di- 
rei che proprio attraverso il progetto Pandolfi e i piani di 
settore si estrinseca il vero ruolo di questo Governo, che 
secondo noi deve essere combattuto e combattuto dai va- 
ri livelli in cui lo si può combattere, tenendo presente che 
la politica che si estrinseca attraverso il progetto Pandol- 
fi e i piani di settore è una politica che richiede ampi sa- 
crifici alle masse popolari, ai lavoratori, ai giovani, ai 
pensionati, ai disoccupati, senza contrapartite sul terre- 
no dell'occupazione e del superamento degli squilibri. 


75 


La filosofia del piano è precisa: le colpe della crisi sono 
del costo del lavoro nel nostro paese che — come noi sap- 
piamo — non è certamente al di sopra dei livelli europei; 
è colpa della spesa pubblica che — come sappiamo anche 
qui — non è certamente al di sopra dei livelli europei; 
quindi secondo il piano Pandolfi bisogna incidere sul sa- 
lario in tutti i modi, e lo si è cominciato a fare, vedi anche 
ultimamente, con la leggina Scotti per cercare di blocca- 
re la scala mobile in alcuni settori. Bisogna incidere sul 
salario, bisogna, dice Pandolfi,, ancorare lo sviluppo dei 
salari lordi all'aumento del costo della vita. Ma noi sap- 
piamo che, essendoci una tassazione pesante, significa fa- 
re aumentare i salari molto al di sotto dell'aumento del 
costo della vita e quindi ridurre praticamente la quota 
che nel nostro paese va al monte salari per i prossimi tre 
anni. Questi sono i dati che ci si presentano: tagliare la 
spesa pubblica sociale, che significa incidere sulle pen- 
sioni; risolvere i problemi della spesa sanitaria, come se 
questa fosse la ada giusta, ad esempio, con l’introdu- 
zione del «ticket», come è stato fatto di recente, e incide- 
re soprattutto sulla spesa sociale degli enti locali, bloc- 
candola, come si è fatto, a dei livelli di aumento molto al 
di sotto del tasso di inflazione, riducendo le spese di inve- 
stimento, incidendo anche sulla stessa finanza delle Re- 
gioni con l'operazione di bloccare 1.600 miliardi sulla te- 
soreria nazionale, sottraendoli, appunto, alla manovra 
regionale. Questa è l'operazione che viene portata avanti 
attraverso il progetto Pandolfi, mentre non c'è nulla dal 
punto di vista delle imposte, cioè dell'entrata, perchè e lì 
o scandalo effettivo nel nostro paese; non è la spesa pub- 
blica, che è a livello della media europea, è il problema 
che noi non abbiamo le entrate a quel livello, perchè ab- 
biamo larghissime fasce di evasione nel settore delle im- 
poste indirette e dirette, mentre sopravvive e aumenta 
anche la politica dello spreco negli enti inutili nazionali e 
in ampi settori delle partecipazioni statali, che non svol- 
gono oggi nessun ruolo preciso e specifico, come diremo 
oi a proposito anche dei piani di settore, nella politica 
economica del nostro paese, in cui operano vecchi gruppi 
dirigenti che sono tra l’altro squalificati, esempio che ab- 
biamo anche nella nostra Regione, basti pensare alle vi- 
cende della vicina Imola e alla situazione della Cognetex 
che riguarda il settore meccano-tessile. 
Quindi noi giudichiamo il progetto Pandolfi e i piani di 


76 


settore che si inseriscono dentro questo progetto come 
una vera e propria controriforma sociale. È chiaro quin- 
di che secondo noi un tale progetto va respinto e combat- 
tuto; va combattuto perchè contrasta con gli interessi del 
paese, con gli interessi dei lavoratori, dell'occupazione, 
del superamento degli squilibri, perchè oggi, in una si- 
tuazione di avanzo del deficit della bilancia dei pagamen- 
ti occorre, viceversa, un rilancio della domanda che può 
avvenire attraverso contratti che vadano in direzione de- 
gli interessi dei lavoratori, attraverso un rilancio della 
domanda pubblica (anche qui manca questa indicazione 
per quanto riguarda i piani di settore), e investimenti spe- 
cifici che siano capaci di rompere quei limiti profondi, 
che ci sono nel nostro sistema economico, di vincoli 
dall'estero, andando a interventi più precisi in alcuni set- 
tori che sono stati indicati e che possono avere uno svi- 
uppo non solo per la domanda interna, ma anche ai fini 
dell’esportazione (pensiamo alla chimica, ai settori delle 
macchine agricole, ai settori della meccanica strumenta- 
e) 

Questa è la strada diversa che va perseguita, mentre noi 
ci troviamo di fronte a un processo di ristrutturazione 
che non è destinato a potenziare, sul piano produttivo, in 
qu settori il nostro paese; è destinato a far diminuire 
occupazione e non ad aumentarla, a far accentuare gli 
squilibri fra Nord e Sud, in una situazione, quindi, di ri- 
strutturazione e di riduzione della base produttiva, senza 
rospettive di uscita vera dalla crisi. In fondo, rispetto ai 
progetti del piano Pandolfi, in direzione dell'attacco ai 
salari e dell'attacco alla spesa pubblica sociale, la contro- 
partita poi dovrebbe essere rappresentata dai piani di 
settore e dallo sviluppo dell'occupazione, si dice, di 500 o 
600 mila persone, senza però indicazioni vere e reali 
quando entriamo nel merito dei piani di settore. 

In questi piani di settore, infatti non esistono investimen- 
ti al sud, ad esempio, e su tale terreno — hanno insistito 
anche diversi sindacati dei lavoratori — non ci siamo. 
Questo è stato detto in maniera esplicita anche in diverse 
conferenze che sui singoli piani di settore sono state fat- 
te. Da tutti i piani emerge intanto un dato di orientamen- 
to di fondo. Innanzitutto c'è una piena accettazione 
dell’attuale situazione del sistema capitalistico e di un 
ruolo portante che nell’ambito di questo sistema devono 
giocare i grossi gruppi privati, nazionali ed esteri, rispet 


77 


to allo stesso ruolo delle aziende a partecipazione statale. 
C'è un'osservazione che viene fatta anche nel documento 
presentato dall'assessore Armaroli e dalla Giunta dove si 
dice: « non è ben prefigurato il ruolo delle aziende a par- 
tecipazione statale». No, il ruolo delle aziende a parteci- 
pazione statale è nettamente prefigurato: è un ruolo che 
ormai deve andare ad esaurimento, coprendo settori in 
cui può andare avanti una politica di assistenza, senza 
però un ruolo portante. Il settore delle partecipazioni sta- 
tali dovrebbe invece avere un ruolo portante nei settori 
dove noi riteniamo che si debba andare ad una ristruttu- 
razione, con forti investimenti, nella ricerca e in nuove 
tecnologie e potrebbero, questi settori pubblici, avere un 
ruolo trainante appunto nella ricerca.e nella tecnologia 
avanzata; invece noi vediamo che c'è un netto ridimensio- 
namento e si lascia spazio solamente ai privati e in alcuni 
settori ai gruppi privati stranieri perchè sono loro che 
hanno il ruolo principale. 
Pensiamo a quello che sta succedendo nella nostra Regio- 
ne per il settore meccano tessile: c'è stata la conferenza 
promossa dai sindacati dei gruppi dell'ex EGAM in que- 
sto settore; proprio lì le partecipazioni statali vanno ver- 
so questo ruolo, mentre invece gli si dovrebbe assegnare, 
anche per l’importanza del settore pubblico in questo 
comparto, un ruolo trainante. E questo non c'è. Questo a 
cosa corrisponde? Corrisponde alla nuova concezione, al 
nuovo disegno che la Democrazia cristiana ha sul ruolo 
dello Stato nell'intervento economico. Cioè, mentre le 
partecipazioni statali erano state la prima illusione rifor- 
mistica del gruppo dei «professorini», di Dossetti e di 
Fanfani, cioè avere un potere reale anche nei confronti 
del capitale privato e quindi assegnargli un certo ruolo di 
intervento a livello economico, oggi la scelta è un'altra. 
La scelta è l'abbandono delle partecipazioni statali come 
‘ ruolo trainante. 4 
Nè lo Stato della DC nè le partecipazioni statali sono mai 
riuscite ad esercitare questo ruolo. Ci fu Mattei, in parte, 
che era il padre di questa operazione, che a livello politi- 
co era legato a Dossetti, Fanfani, La Pira. Oggi, invece, 
questo viene abbandonato. Oggi la scelta è quella, piutto- 
sto, dello sviluppo della imprenditoria privata e del capi- 
tale privato, magari dando fondi a questi con la fiscaliz- 
zazione degli oneri sociali e dando fondi direttamente, 
negando un ruolo di intervento alle partecipazioni stata 


78 


li; intervento che è stato un'illusione riformatrice che è 
fallita, perchè poi il settore è sempre stato subalterno ai 
settori privati, finendo poi negli sprechi e nello sperpero 
di denaro pubblico in diversi casi che gridano ancora 
vendetta. Però è evidente che oggi viene abbandonato 
questo, mentre invece, secondo noi, un ruolo dell’impre- 
sa pubblica in settori di questo genere, in un processo di 
politica industriale e di ristrutturazione, nel nostro pae- 
se dovrebbe essere ripreso e certamente non ripreso con 
le illusioni riformistiche finite poi nella DC, ma con un al- 
tro respiro e con un altro radicamento. Quindi assistia- 
mo a questo. Qui si dice: «non è ben definita». No, è ben 
definita. Bisogna prendere atto di questo. E qui la Giun- 
ta, i partiti dell'accordo a cinque che sono al Governo, 
che sono dentro questa ammucchiata (come la chiama 
Pannella, anche se è un'espressione che non mi piace), ef- 
fettivamente cercano sempre di smussare, di attenuare i 
toni: «è un documento (si dice del progetto Pandolfi) che 
non è buono, però è un primo elemento di dibattito, non è 
ben definito». Tutte mediazioni che conosciamo benissi- 
mo, mentre invece si deve andare a scelte precise che ser- 
vono anche a mettere in movimento, dentro la stessa DC e 
dentro altre forze, forze che magari sarebbero anche di- 
sponibili, se sollecitate, ad un dibattito che andasse in 
una certa direzione. Certamente se la sinistra è subalter- 
na e pronuba a queste nuove concezioni, è evidente che 
anche certi processi all’interno della DC non andranno 
mai avanti. Quindi i piani presentati, oltre a non avere 
collegamenti intersettoriali — questo è stato notato, ad 
esempio il settore tessile con il meccano-tessile, quello 
delle macchine agricole con l'agricolo-alimentare — pre- 
vedono in generale solo l’autoprogrammazione delle im- 
prese più forti, con un ripiegamento sui livelli produttivi 
sempre più b. : 

Si limitano quindi a una razionalizzazione di quello c 
c'è già, senza prospettare delle indicazioni operative an- 
che di sviluppo e ponendosi in aperto contrasto, come è 
stato detto, con una politica di sviluppo e di difesa anche 
della stessa occupazione, perchè in alcuni settori si pre- 
vede una riduzione dell'occupazione esistente. Io vi pre- 
gherei di andare a guardare alcune prese di posizione dei 
sindacati in alcuni settori (nel meccano-tessile, nella chi- 
mica, eccetera): vi sono delle riduzioni precise, andando 
avanti questi processi e questi disegni che vengono previ 


79 


sti per questi settori. Per cui non c'è neanche la difesa 
dell'occupazione, per non parlare poi dello sviluppo del 
Mezzogiorno. Per cui è fondato il discorso che viene fatto 
anche dall'interno di forze politiche che pure sono nel’ac- 
cordo a cinque e cioè che qui ci troviamo di fronte ad una 
operazone che non cambierà nulla della vecchia politica 
industriale, perchè il credito verrà ancora gestito in ma- 
niera discrezionale, come è stato fatto fino ad oggi; l’uni- 
co centro che continuerà a comandare in questo settore 
sarà il Ministro dell'Industria, assegnando anche ruoli a 
certi strumenti che non sono neanche i ruoli sui quali 
questi strumenti sono sorti. Basti pensare al ruolo della 
GEPI. Non c’è una correlazione tra la grande e la piccola 


che sono contenute nel progetto Pandolfi e nei piani di 
settore. Io credo che vadano fatte delle controproposte 
precise e nette per quanto ci riguarda come enti locali e 
come Regione, rivendicando un nostro ruolo primario 
nella politica industriale che non abbiamo, perchè non 
possiamo fare dei discorsi sul mercato del lavoro e sulla 
formazione professionale, tra l’altro, con i contenuti che 
stiamo portando avanti e che noi abbiamo criticato pro- 
fondamente nella discussione sulla legge, senza avere dei 
poteri più precisi, non consultivi, nel campo della politi- 
ca industriale. Cosa che oggi viene completamente nega- 
ta ancora alle Regioni. 


dimensione; e questo 
nella nostra Regione 
quanto si riferisce al 


ha rilievo per la politica industriale 
che, appunto, ha problemi seri per 
o sviluppo della piccola e media im- 


presa, con problemi di ammodernamenti tecnologici e di 


qualificazione. 
In breve, perchè non 


possiamo evidentemente in questa 


In questo senso, quindi, di fronte 2 
assumesse un atteggiamento di que 
dare già ad una mediazione a basso 
to mortifica il ruolo degli enti loca 
chè la partita vera Pandolfi la gioca 
vo del 1979, è lì che si deve cominc 


ad un documento che 
sto genere, cioè di an- 
ivello, che oggi intan- 
i e delle regioni, per- 
sul bilancio preventi- 
iare a tagliare, e a ta- 


sede entrare in maniera approfondita in tutti i settori, e 
bisogna cogliere quelle che sono le tendenze prevalenti di 
questi piani nell’ambito anche del progetto Pandolfi, mi 
pare che non ci siamo assolutamente, perchè secondo noi 
è profondamente sbagliato il discorso che viene fatto di 
considerare questi piani e questo progetto come terreno 
di discussione, quando il disegno di attacco al movimento 
operaio, di non superamento degli squilibri, di non svi- 
luppo di una politica del Mezzogiorno, di non sviluppo di 
un ruolo delle partecipazioni statali è limpido ‘in maniera 
netta e precisa. Io credo che ponendosi su questo terreno 
si commetta un errore enorme, perchè si scende già in un 
terreno di contrattazione e di mediazione che non potrà 
che portare a soluzioni arretrate, che farà passare quelle 
che sono le scelte relative all'attacco al salario e alla poli- 
. tica della spesa pubblica e non darà, viceversa, contro- 
partite precise per quanto riguarda lo sviluppo di questa 
politica industriale e lo sviluppo dell'occupazione. 
In questo senso il giudizio che noi diamo di questi piani 
nell’ambito del piano Pandolfi è un giudizio negativo mol- 
to netto, molto preciso. Aspettiamo di conoscere anche le 
posizioni finali che la minoranza intende sottoporre al 
Consiglio per recarsi nell’ambito della commissione in- 
terregionale a discutere di questi aspetti. È chiaro co- 
munque che noi non siamo disponibili per una posizione 
che entra già in una mediazione a basso livello sulle cose 


80 


gliare pesantemente, in termini di spesa pubblica. Con la 
manovra poi dei fondi dati direttamente alle industrie 
private, negando un ruolo trainante alle partecipazioni 
statali, abbiamo già il quadro del disegno che viene por- 
tato avanti oggi dal Governo e dalla nuova dirigenza della 
DC, che oggi affronta questi problemi in campo di politi- 
ca economica, con questi obiettivi. 

Detto questo, se si arrivasse a un documento di questo ge- 
nere, il nostro non potrebbe essere che un voto contrario. 


Sulle tesi del P.C.I. 


Pubblichiamo un contributo di Carlo Coniglio sulle tesi 
del PCI per il XV Congresso uscito in questi giorni su «La 
Società», mensile della Federazione Bolognese del PCI 
(Febbraio 1979) 
Nell’esprimere alcune opinioni sul progetto di tesi, su 
elementi di novità o meno che da esse emergono nella li- 
nea politica del PCI, devo subito dire che non condivido 
affatto e considero anzi grave il fatto che il comitato cen- 
trale del Partito abbia votato le tesi nella più assoluta se- 
gretezza senza che il corpo del Partito e tutta la realtà po- 
litica e sociale esterna conoscessero i termini 
del voto e del dibattito svoltosi nel massimo organo del 
partito. È questo un metodo (che esprime una concezione 
del partito) che sequestra il dibattito politico e gli equili 
bri al vertice e che, nella 
sostanza, non riesce ad instaurare quel rapporto nuovo e 
sempre più necessario tra partito — società civile — mo- 
vimenti di massa che, insieme ad analisi del capitalismo 
inadeguate, È alla 
base del ritardo nella costruzione di una linea di transi- 
zione al socialismo nei paesi di capitalismo avanzato. 
Non è con tali metodi e concezioni che, del resto, si evita- 
no pericoli quali, ad esempio, quello introdotto dalle cor- 
renti nella vita interna del partito, pericoli che possono 
essere superati solo da un'ampia partecipazione, discus- 
sione e trasparenza delle opinioni interne e soprattutto 
da un giusto rapporto di confronto-autonomia e sintesi 
con la società civile e i movimenti di massa. 
il non avere ancora posto questo (e le tesi sul problema 
del centralismo democratico non fanno sostanziali pas 
in avanti) con tutto quello che ciò comporta ai fini 
dell'analisi di classe e dell’elaborazione della linea, ha 
portato ad esempio il PCI a non intendere i significati ve- 
ri e di fondo delle lotte del '68, le domande nuove di movi- 
menti di massa (vedi giovani e donne) in questi anni, le 
difficoltà attuali della politica di compromesso storico e 
di collaborazione con la DC. È infatti una concez sif- 
fatta del partito che, portata nelle-istituzioni ai vari livel- 
li, contribuisce alla costruzione di quella «autonomia del 
politico», della mediazione di vertice che, negli ultimi an- 
i è rivelata funzionale alla ripresa della egemonia de- 
mocristiana, del suo centralismo, con tendenze di tipo 
autoritario a certi livelli, e che ha comportato la fram- 


82 


mentazione del blocco sociale anticapitalistico, la corpo- 
rativizzazione di vari settori, la rottura.con le realtà: gio- 
vanili, innestando processi di disgregazione su cui co- 
struisce il potere l'avversario di cla e non certo la sini- 
stra. 
Mentre invece le lotte sociali dal '68 in avanti, nella loro 
sostanza, avevano alla base proprio la domanda di un di- 
verso rapporto tra movimenti, partiti, istituzioni, capace 
di aggredire la crisi del capitalismo e dello stato, am- 
pliando il controllo e l’unità dal basso, dal luogo di lavoro 
al territorio e alle istituzioni elettive, per imprimere una 
svolta che toccava i problemi fondamentali della entrata, 
della spesa pubblica, delle scelte produttive, di un nuovo 
modo di lavorare e di vivere. 
E per toccare problemi attuali (disoccupazione, crisi fi 
scale dello stato ecc.) perchè non si è raccolta la domanda 


Qi unità, di costruzione degli strumenti intercategoriali 


di zona dei lavoratori con i disoccupati i giovani e le don- 
ne che avrebbero permesso un superamento dei dati cor- 
porativi, un controllo diffuso dal basso di fenomeni da 
battere come il lavoro nero, il doppio lavoro, le evasioni 
fiscali, gli sprechi e perchè no anche l'aborto clandesti- 
no? Rinnovando e dando corpo veramente ad una conce- 
zione dello stato capace di trasformarsi sviluppando in 
avanti i limiti della democrazia rappresentativa di tipo 
borghese. A questo il PCI si è opposto costruendo analisi 
del capitalismo, della realtà di classe, dello stato e so- 
prattutto della DC, che oggi, mi sembra, preannuncino 
continuando nella strada intrapresa, più una sconfitta 
che una avanzata del movimento operaio e democratico 
in Italia. 
Questi dati di fondo a mio parere nelle tesi non ci sono e 
quindi anche il discorso delle alleanze (classe operaia, 
nuovi movimenti e strati sociali) diventa puramente no- 
minalistico nel quadro di una linea che pone al primo po- 
sto l’unità con la DC, alla quale in questi anni sì sono su- 
bordinate le scelte compiute a livello economico sociale 
ed istituzionale 

E sulla DC le tesi non svolgono una analisi quale la situa- 
zione odierna richiederebbe. Si parla di collaborazione 
con essa e di lotta perchè in essa si affermi una volontà di 
rinnovamento della situazione italiana, ma anche di una 
DC che sfugge sempre a tale sfida perchè muterebbe la 
sua fisionomia e la sua funzione. E oggi il PCI parla di 
Moro con un progetto di apertura e di coinvolgimento del 


83 


Sulla ricorrenza del decennale della strage 
di piazza Fontana (seduta del 14/12/1979) 


PCI più vasto di quello dei suoi attuali eredi dimentico di 
che cosa Moro ha significato di conservatore all'epoca 
del centro-sinistra, in un quadro economico e sociale ben 
/erso. n 
Le non dire che quasi mai (forse con Dos setti) nella 
DC ci sono state forze capaci di elaborare un vero discor- 
so di tipo riformistico? Che oggi la DC è sempre di Do 
forza politica che rappresenta il grande capitale in colle- 
gamento con le economie capitalistiche più forti (vedi ge- 
stione dello SME), con un discorso sulla spesa pubblica 
sempre più indirizzata al sostegno della ristruttura TE 
capitalistica e con l'abbandono di ogni intervento dello 
Stato ai fini del riequilibrio e dell'occupazione? — 
E che oggi negli esiti sociali di tale politica, la DC è capa- 
ce di utilizzare contro la sinistra disgregazione e corpo 
rativismo, e recuperare, con l’aiuto di parte della chiesa, 
vecchie egemonie culturali? SR 
Mi si dirà che queste sono le mie opinioni; è certo comun- 
que che gli attuali esiti non possono non fare riflettere 
sulla realtà della DC e sul fatto negativo che ne è derivato 
dall'avere identificato, pur dopo le novità degli ultimi an- 
ni, mondo cattolico e democrazia cristiana come, con l’at- 
tuale linea politica, il PCI ha finito per fare. i 
Quindi a mio parere non colgo nelle tesi novità sostanzia- 
li. Viene posto qualche problema in più, segno di esigenze 
e disagi presenti nel partito e nella realtà (sul centrali- 


CONIGLIO: Signor presidente, credo che su Piazza Fonta- 
na e su quello che è accaduto dopo non basterebbe una 
giornata per approfondirne gli aspetti e per esprimere 
tutte le valutazioni che, con l’inizio di quell'evento, noi 
dovremmo fare sulla situazione del paese, sui fatti che 
sono avvenuti e sulle prospettive che ci stanno di fronte. 
Credo quindi che per ricordare le vittime e anche per 
riassumere tutti insieme un impegno di lotta per la de- 
mocrazia, per il rinnovamento e quindi per tagliare alle 
radici processi eversivi, terrorismo e violenza, credo che 
alcune cose facciamo bene a dirle, fanno bene a dirle le 
diverse parti politiche, perchè la data di Piazza Fontana 
segna l’inizio preciso, nella nostra storia ultima, l’inizio e 
l'introduzione del terrorismo e della violenza come meto- 
do di lotta politica, con un processo che via via si è svilup- 
pato nel nostro paese sino a fare divenire il terrorismo e 
la violenza una forma endemica de nostro sistema politi- 
co. 
Piazza Fontana segna l’inizio di questo metodo di lotta 
politica e lo segna per cercare di bloccare un processo di 
rinnovamento e di trasformazione della nostra società e 
del nostro sistema politico, come veniva av anzato da par- 
te delle lotte della fine degli anni ’60, con l'esigenza che 
queste lotte ponevano. Cioè, innanzitutto, un vasto dise- 


smo, sull’URSS), ma il cam 


biamento non si vede. 


Ed anche il discorso sulla terza via resta a livello pura- 


mente ideologico: nè come i 
dare al fondo dei dati mate 


n URSS, ma senza ancora an- 
iali di quel sistema, nè come 


le socialdemocrazie. Ma con queste ultime la differenza 
non emerge, sia sui dati del discorso economico sia non 
raccogliendo sino in fondo ciò che dicevamo all'inizio sul 
rapporto con i movimenti di massa, la democrazia diret 
ta, una forte spinta alla gestione dal basso delle scelte 
economiche ecc. È 
Con la linea che emerge dalle tesi il problema di una cre- 
dibile lotta per il socialismo in occidente non viene avvia- 
to ancora a soluzione. 


gno di attuazione della Costituzione, di riforme, di rinno- 
vamento sociale e politico del paese. Ebbene, per bloc 
re questo rinnovamento, che del resto ha sempre incon- 


trato fortissime resistenze all’interno de 


i partiti che sem- 


pre hanno retto il Governo nel nostro paese, proprio per 
bloccare questo processo di rinnovamento si è ricorsi al 


terrorismo, si è ricorsi alla violenza e a 
hanno dimostrato che al centro di questa 


la strage e i fatti 
strategia eversi- 


va della strage stavano non solo forze f sciste, ma vi era- 


no collegamenti stretti con apparati del 


o Stato, con ser- 


vizi di sicurezza diretti da fascisti, con apparati dello Sta- 


to e con collegamenti anche ministeriali. 


Quello che abbiamo potuto vedere, pure 


non essendo an- 


cora concluso l'iter per quanto riguarda 
della strage di Pia; 


e responsabilità 


a Fontana, è che alla base della stra- 


tegia eversiva, dell’introduzione del terrorismo e della 


violenza nel nostro sistema politico e soc 


iale vi è appunto 


85 


democratica sul terreno democratico, senza legislazioni 
speciali, chè già certi elementi di trasformazione autori- 
taria del nostro sistema li abbiamo avuti negli ultimi an- 
ni, nella legislazione, per esempio, di polizia, nella legi- 
slazione a livello del diritto penale, eppure vediamo che 
non è a questo livello che si risolvono i problemi; i proble- 
mi si risolvono dando una risposta positiva sul terreno 
economico e sociale, della funzionalità dell'ordinamento, 
della trasformazione e del rinnovamento delle istituzioni 
e quindi facendo.contare la gente, saldando il blocco so- 
ciale anticapitalistico, non lasciando strati sociali emar- 
ginati e difendendone altri che sono evidentemente più 
privilegiati e più coperti nel nostro sistema economico. 
Questo è un compito soprattutto delle forze della sini- 
stra. Oggi le forze della sinistra la migliore risposta che 
possono dare alla lotta eversiva, a questa strategia ever- 
siva che evidentemente, partita da Piazza Fontana, oggi 


anche una responsabilità che esce dall'interno dello Sta- 
to, dagli apparati, dai servizi segreti, e quindi è anche a 
questo livello che noi abbiamo le prove di una responsa- 
bilità precisa. 
Ebbene, si è fatto del terrorismo, della strage, un metodo 
di lotta politica. Dai primi anni '70, dopo Piazza Fontana, 
la strage dell’Italicus, la strage di Brescia, tutte portano 
un chiaro segno che certo sono la base anche — e non fac- 
ciamo fatica a dirlo, perchè ormai le prove stanno venen- 
do fuori — della nascita di gruppi anche della sinistra — 
pensiamo al caso di Feltrinelli, di altri —, che sulla base 
della svolta autoritaria e dell’introduzione di questo ter- 
rorismo, di questa violenza, di questo tentativo autorita- 
rio di destra e con ramificazioni dentro lo Stato, comin- 
ciarono a discutere e a elaborare strategie di risposta vio- 
lenta, di lotta armata, di fronte a questo disegno che ven 

va avanti. Noi abbiamo vissuto questi anni in questa si- 


tuazione che tende chiaramente ad allontanare le masse 
dal partecipare alla vita politica, tende chiaramente alla 
delega ai vertici, perchè la strategia del terrorismo è la 
strategia antidemocratica per eccellenza, che crea la sfi- 
ducia, che porta le masse ad abbandonare la partecipa- 
zione, porta anche stessi gruppi dirigenti a farsi da parte, 
a non sentirsela più di continuare a lottare in una situa- 
zione di questo genere. Quindi noi diciamo chiaramente 
che contro questa strategia occorre una risposta che vice- 
versa rilanci la partecipazione, l’unità delle masse popo- 
lari sui grandi problemi, che porti le istituzioni a fare il 
loro dovere, e quindi l’azione che deve venire, per esem- 
pio, da enti elettivi, locali, dalle Regioni, è quella innanzi- 
tutto di dare risposta ai bisogni delle masse, cioè di dare 
risposta ai problemi sociali che sono sempre più gravi, a 
un sistema politico che non cambia, a un gruppo dirigen- 
te che è sempre quello da trent'anni, a una Democrazia 
cristiana che continua imperterrita a governare, a Gover- 
ni che fanno le cose che fa oggi il Governo Cossiga sul ter- 
reno della politica economica e sociale, della difesa della 
pace e dell'autonomia dell’Italia. Cioè questi sono fatti 
che evidentemente influenzano anche una situazione di 
lotta portata su altri terreni, quale quello del terrorismo 
e della violenza. 

Allora noi dobbiamo condannare evidentemente questa 
strategia del terrore e della risposta terroristica; dobbia- 
mo dire che solo l’unità delle lotte di massa, della lotta 


86 


ha tutte le caratteristiche che pos 
ventata ormai endemica nel nostro s 
e preoccupanti rischi di involuzione e 
autoritaria; ebbene, la preoccupazion 
forze di sinistra deve essere quella d 
blocco di strati sociali che sono colpi 
non abbandonandone nessuno, non las 
nessuno, specialmente a livello delle gi 
alivello degli strati più emarginati, de 
sono più colpite dalla crisi, che sono pi 
litica contraria del sistema economico 
confronti. 

Io credo che questo sia il modo per ris 
una condanna, anche perchè i risultat 
violenza che si vuole colorare di rosso 


iamo vedere, e che è di- 


tema, con paurosi 
di trasformazione 
e principale delle 
i tenere unito un 
ti da questa crisi, 
iandone scoperto 
‘ovani generazioni, 
le popolazioni che 
ù soggette alla po- 
e sociale nei loro 


pondere; certo con 
i ormai di questa 
e che lancia la pa- 


rola della rivolta e della rivoluzione, quando vediamo be- 


nissimo a chi giova questa violenza 
faccia fare nel paese all’involuzione, a 


quali passi avanti 


le prospettive au- 


toritarie, ebbene, non c'è solo la paro 


a di condanna; la 


parola deve essere quella di una risposta politica e la ri- 
sposta politica la sinistra deve darla soprattutto rinsal- 


dando l’unità di questo blocco sociale, 
tersi alla testa di questo blocco nelle lo 
per la casa, per i servizi, per la difesa 


cercando di met- 
tte per le riforme, 
dei salari, contro 


l'inflazione, contro la speculazione di rapina che oggi vie- 
ne portata avanti. Pensate oggi quale livello di offesa pro- 
fonda può essere per il piccolo risparmiatore, a parte co- 


87 


lui che vede mangiare i propri risparmi dall’inflazione, il 
fatto che oggi si aumenta il tasso delle banche che presta- 
no al 20-21% e remunerano i depositi, che vanno fra l’al- 
tro in briciole per questa inflazione galoppante, con au- 
menti miserevoli dello 0,50, dello 0,70%. Queste sono 
forme che non posso passare sotto silenzio: sono strati 
sociali che vengono colpiti, strati sociali che hanno figli 
giovani, che non hanno prospettive oggi, che oggi si muo- 
vono in una situazione di sempre più ampia disgregazio- 
ne sociale, in cui agiscono negativamente il terrorismo e 
la strategia eversiva, quali giochi oggi vi siano anche a li- 
vello internazionale che passano dentro i paesi in situa- 
zione politica difficile, come l’Italia. 

Ecco, io credo che su queste cose noi dobbiamo riflettere 
e credo che la parola che deve venire è una parola di uni- 
tà di questo blocco sociale, degli strati più colpiti dalla 
crisi e di unità della sinistra. Io credo che oggi la perico- 
losità dell'attacco sia tale che occorre rinsaldare questa 
unità a livello sociale e a livello politico della sinistra, sul 
terreno della difesa democratica, della lotta per risolvere 
i problemi sociali che i lavoratori e le masse hanno, com- 
battendo contro le leggi speciali, tenendosi sul terreno 
delle garanzie democratiche, perchè questa è la strada, 
secondo me, con cui il popolo italiano ha risposto e dimo- 
strato di sapere rispondere in questi anni, dopo dieci an- 
ni di terrorismo e di violenza che ormai percorrono il 
paese. 


La legislazione regionale 
sulla sanità e l’azione 
politica del gruppo 
regionale 


Uno dei settori di maggior impegno per il compagno Car- 
lo Coniglio e per tutti i compagni che hanno sempre fatto 
riferimento al gruppo regionale, è stato certamente in 
questi anni quello della sanità e dell'assistenza. A partire 
dall'impegno per i consultori (1976), alle numerosissime 
interpellanze sulla situazione di disagio all’interno di 
molti ospedali o su avvenimenti particolarmente gravi 
(riportiamo a questo proposito due interpellanze su fatti 
accaduti nelle cliniche ostetriche di Ferrara e di 
Modena), fino agli interventi sugli ultimi provvedimenti 
legislativi della Regione (vedi legge sull'assistenza agli 
anziani, istituzione delle U.S.L., piano sanitario regiona- 
le, legge sugli handicappati), si può senza dubbio affer- 
mare che l'impegno è stato continuativo e coerente. 
Come atto più recente di questa legislatura, il compagno 
Coniglio ha presentato il 28/2/80 un progetto di legge a fa- 
vore degli handicappati per l'eliminazione delle barriere 
architettoniche. 

Il materiale qui riprodotto è tratto in parte dagli inter- 
venti svolti in Consiglio regionale da Coniglio, e in parte 
da articoli apparsi sulla nostra agenzia di stampa «Alter- 
nativa Socialista». 


INTERVENTI SULLA LEGGE 
REGIONALE SUI CONSULTORI 
{29 aprile 1976) 


Signor presidente, colleghi consiglieri, la legge statale 29 
luglio 1975, n. 405, istitutiva dei consultori familiari, ha 
come punto di riferimento non la donna, ma la famiglia 
come coppia e maternità istituzionalizzate, riproponendo 
una visione della donna a dir poco tradizionale ed ipocri- 
ta e non riconoscendo, fuori da tale quadro, alle donne 
una propria individualità ed autonomia come scelta di 
sessualità, ma vedendo — ad esempio — la stessa sess 
lità solo in funzione della procreazione e non come valore 
dotato di una propria autonomia. Si nega, in tal modo, al- 
la donna, ogni qualità di soggetto politico, in definitiva. 
Tale e statale non istituisce così, secondo quanto è 
stato richiesto dal movimento femminista in tutte le sue 
articolazioni, i consultori delle donne e per le donne, ma 
si muove in una linea contraria, rinchiudendo le stesse in 
una riduttiva logica familiare istituzionalizzata. Se, quin- 
di è chiaro in questa le nazionale, il disegno che si 
vuole perseguire, stupisce che anche una Regione rossa 
come l'Emilia-Romagna non riesca a cogliere l'occasione 
per dare risposte precise alle istanze avanzate dalle don- 
ne, uscendo da tale visione della legge nazionale o supe- 
randola in una dimensione non puramente tecnica ma po- 
litica del servizio consultoriale che si vuole istituire. Il 
progetto di legge presentato dalla Giunta, che stiamo di- 
scutendo nel Consiglio regionale, non coglie — a nostro 
parere — per nulla la specificità della condizione della 
donna nella società. Non prevede, quindi, che vi sia un 
consultorio delle donne e per le donne, strumento autoge- 
stito prima di tutto da loro stesse, ma si limita a dare at- 
tuazione alla legge nazionale 405, istituendo solo i con- 
sultori familiari e allargando gli interventi della legge a 
tutta una serie di altri settori che r icomprendono i servi- 
zi per l'infanzia, i minori, eccetera. 

Mentre nella legge nazionale, per esempio, pur con tutti i 
limiti che io ho accennato, c'è un punto in cui si parla di 
salute della donna oltre che di tutela del prodotto del 
concepimento ecc. (per lo meno lì una volta la salute della 


90 


donna è citata) nella nostra legge non se ne parla neanche 
una volta. La volontà, secondo noi, è quindi quella di non 
riconoscere alcuna specificità della condizione femmini- 
le e che la condizione sia specifica lo dimostra, a vari li- 
IS lo stato di oppressione e di sfruttamento in cui og 
la donna è tenuta; una specificità hanno i problemi di s 
lute psicofisica della donna che sono strettamente legati, 
ad esempio, alla questione della contracezione e 
dell'aborto; specifici e particolarmente oppressivi ed 
emarginanti — abbiamo avuto modo di parlarne anche in 
questa sede — sono i rapporti delle donne con il potere 
medico e con le strutture sanitarie (basterebbe fare rife- 
rimento al caso dell'ospedale S. Anna e alle denunce che 
il movimento femminista ha fatto al Tribunale della don- 
na di Bruxelles per avere per avere un esempio discusso 
anche in questa sede). Ma sappiamo che il problema è 
molto più generalizzato. Senza contare tutte le conquiste, 
che sono anche conquiste culturali, oltre che politiche, 
che il movimento delle donne, raggiungendo oggi anche 
livelli unitari a questo riguardo, ha portato avanti come 
necessità di superare il dislivello tra il personale e il poli- 
tico e quindi cercare in certo qual modo di far superare, 
anche intervenendo su questi problemi, quella condizio- 
ne in cui la donna molto spesso oggi si trova, cioè di esse- 
re elemento di contenimento e di controllo delle tensioni 
sociali e dei conflitti in una società in cui vediamo sem- 
pre più presente una crisi di sistema e che deve subire 
profonde trasformazioni. Quindi noi riteniamo che il non 
riconoscere questa specificità della condizione femmini- 
le porta, così come avviene, il progetto di legge della 
Giunta a non istituire alcuna struttura gestita dalle don- 
ne in rapporto ai bisogni delle stesse. 
La gestione dei consultori familiari secondo questo pro- 
getto di legge deve essere sociale (e in questo «sociale» 
ntende la partecipazione un po' di tutto: dei quartieri, 
delle strutture associative, dei sindacati) e poi si ricono- 
sce un particolare ruolo anche alle associazioni femmini- 
li e anche un uso dell'assemblea degli utenti, ma in termi- 
ni che sono profondamente limitativi, assicurando — per 
esempio — all'assemblea degli utenti un ruolo semplice- 
mente consultivo e non decisionale, che in definitiva col- 
loca ancora in modo subalterno la donna all’interno della 
società e all’interno anche di queste strutture. Quindi, co- 
me si vede, secondo noi, si è ben lontani dalle istanze 


91 


avanzate dal Movimento femminista, e non solo, ma dai 
livelli di coscienza acquisiti da un largo numero di masse 
femminili. 

Come Partito di Unità Proletaria per il comunismo noi 
abbiamo deciso, su questo progetto di legge, di presenta- 
re alcuni emendamenti (e lo faremo quando si arriverà al- 


la discussione degli articoli) di fronte alla volontà della’ 


Giunta di non accogliere tali istanze. Gli emendamenti 
che presentiamo tendono a far si che la Regione istituisca 
con tale legge, attraverso i consorzi socio-sanitari, anche 
dei consultori per la salute della donna. Cioè la legge na- 
zionale prevede l’istituzione dei consultori familiari, ri- 
ducendo tutta la problematica che noi affrontiamo 
nell’ambito della coppia e della maternità istituzionaliz- 
zata; noi diciamo di non limitarsi a vedere il problema so- 
lo nell’ambito della coppia e della maternità, ma dare un 
valore specifico alla condizione e alla salute della donna, 
per le motivazioni che dicevo prima, e quindi andare an- 
che alla costituzione di consultori per la salute della don- 
na che, secondo le proposte che noi facciamo, devono es- 
sere gestiti da comitati nominati per un terzo dai tecnici 
che sono addetti a questo servizio e per due terzi dalle 
donne utenti della struttura stessa di questo consultorio 
per la salute della donna. La Regione, dato che ha compe- 
tenza in materia, può fare ciò se ha la volontà di farlo, e io 
credo che tutto ciò trovi riscontro nella richiesta di mas- 
sa proveniente dalle donne di avere una struttura autoge- 
stita, con capacità di intervento e di controllo anche pre- 
ventivo sui problemi della salute della donna. Cioè io cre- 
do, e ne abbiamo parlato anche giorni fa, quando discute- 
vamo delle questioni relative all'ospedale «S. Anna», che 
sia necessario, proprio perchè la donna oggi è in condi- 
zione sostanziale di subalternità e di debolezza, che le si 
riconosca anche un livello giuridico-amministrativo pro- 
prio, autogestito da essa. 

Cioè il problema, secondo noi, è quello di dare alle donne 
un luogo di aggregazione nella società e il consultorio 
della donna e per la donna può essere questo luogo di ag- 
gregazione nella società da cui le donne, uscendo anche 
da quella subalternità che oggi hanno a livello di società 
e anche di livello di famiglia, possono aprire, in modo 
non corporativo, dei rapporti conflittuali nella società, 
dove le donne possono prendere consapevolezza non solo 
dei propri bisogni, ma anche della propria forza. E que- 


92 


sto dato di presa di consapevolezza da parte della donna 
della propria forza è un fatto non corporativo, perchè ri- 
teniamo che nel momento in cui forze subalterne come 
quelle femminili si liberano dalla loro condizione di su- 
balternità fanno un’opera di trasformazione collettiva e 
non corporativa, nell’interesse di tutta la società. Creare 
quindi un luogo da cui si possa intervenire sui problemi 
complessivi della salute della donna che riguardano i 
problemi della salute specifica sui temi che mettiamo più 
propriamente in luce con questa legge: temi della tutela 
della maternità, della contraccezione, eccetera, ma anche 
sui temi più generali della salute della donna in 
‘abbrica,, in tutti i luoghi di lavoro, nel territorio, eccete- 
ra. 
Con tali strutture autogestite, secondo noi, dovrà essere 
possibile per le donne, anche minorenni — come specifi- 
chiamo negli emendamenti — essere presenti su tutte le 
questioni riguardanti la gestione della sessualità, non so- 
lo in funzione della procreazione, intervenire sulla con- 
traccezione come possibilità delle stesse donne di svolge- 
re un'azione attiva sul territorio, valorizzando quindi 
‘azione volontaria e politica che in alcune esperienze di 
consultori privati le donne hanno fatto. Noi riteniamo, 
per esempio, che oggi l’esperienza dimostri come su tutto 
il terreno della contraccezione le donne che vanno al con- 
sultorio sono in genere donne culturalmente qualificate, 
studentesse, mentre la larga massa delle donne ignora 
tutta questa problematica della contraccezione. Noi rite- 
niamo, per esempio, che un consultorio gestito dalle don- 
ne possa sviluppare una azione politica sul territorio, an- 
dando anche nelle case, proprio per spiegare queste que- 
stioni e dare tutte le informazioni necessarie. 


VOCE: E per gli uomini? 


CONIGLIO: Per gli uomini c’è anche il consultorio fami- 
liare e altre strutture. 

Questa è una istanza avanzata dal movimento delle donne 
di avere anche una loro struttura di questo tipo e negan- 
dogliela negate qualcosa a loro; dandogliela, invece, non 
si nega niente a nessuno, perchè chi vuole risolvere i pro- 
blemi nell'ambito della famiglia e della coppia ha la 
struttura aperta. 


93 


BOIOCCHI: Non è ancora aperta la campagna elettorale! 


CONIGLIO: Il fatto che tu, Boiocchi, sostenga che io con 
questo faccio dell’elettoralismo mi conferma che tu a 
questo livello sei ancora su concezioni profondamente ar- 
retrate. Questo è il punto. 


BOIOCCHI: Tu fai dell’elettoralismo perchè non hai letto 
la legge e non hai ascoltato la relazione. Ci sono venti pa- 
gine nella relazione che parlano di tutela della maternità 
e della salute della donna. 


CONIGLIO: L'abbiamo discussa in commissione ampia- 
mente. 
Questa è la nostra posizione. Quando si difendono strati 
emarginati o subalterni della società non si fa mai del 
corporativismo, se si imposta in una certa maniera il di- 
scorso. 


GAVIOLI: È una proposta corporativa. 


CONIGLIO: Se questa è una proposta corporativa, tu ti li- 
miti a dare delle strutture che prevedono dei momenti di 
consultazione solo per queste forze e basta. 

Quindi io credo che sia possibile, da questo livello di con- 
sultorio che noi proponiamo, svolgere un'azione più fatti- 
va sul territorio per quanto riguarda la contraccezione, 
portare avanti la sperimetazione di nuove tecniche, non 
solo nella contraccezione, ma anche — per esempio — 
quando riusciremo a fare passare questa legge, che ora- 
mai è patrimonio della coscienza popolare ed è ostacola- 
ta solo da forze reazionarie e retrive sul problema 
dell'aborto nel nostro paese, poter praticare, anche a li- 
vello dei consultori, l'aborto col metodo dell’aspirazione 
nelle prime dieci settimane. E soprattutto, e qui torna 
buono il riferimento all'ospedale S. Anna, potere avere 
anche con questo strumento giuridico-amministrativo 
che si riconosce alle donne, un controllo delle stesse sugli 
interventi che vengono realizzati nelle altre strutture sa- 
nitarie (ad esempio negli ospedali) cosa che invece oggi 
non succede, per cui noi abbiamo fatti gravissimi denun- 
ciati in queste strutture e commissioni d'inchiesta che so- 
no composte da primari, ufficiali sanitari, cioè con una 
delega ai tecnici, e le donne in quanto tali che sono esclu- 


94 


se. Io credo che questo sia un fatto che deve portarci a ri- 
flettere. E noi riteniamo che da questo si debba ampliare 
anche il discorso sulla gestione sociale, soprattutto nel 
campo dei servizi socio-sanitari, perchè riteniamo che 
venga vista in modo limitativo e che si debba andare, an- 
che in prospettiva, a proporre modelli diversi di parteci- 
pazione e di controllo popolare, anche perchè, diversa- 
mente, si rischierebbe veramente di non raccogliere quel- 
li che sono stati i contenuti più avanzati delle lotte ope- 
raie sui problemi della salute, sul rifiuto della delega ai 
tecnici, con la riappropriazione di metodi e di tecniche di 
conirollo della nocività, con la riaffermazione della sog- 
gettività del lavoratore, quindi anche con i nuovi concetti 
che sono stati espressi in questi anni sul problema della 
salute e sul concetto di malattia. 

E noi riteniamo che proprio anche queste istanze avanza- 
te dal Movimento femminista consentano di vedere in ter- 
mini nuovi come si possa articolare questa gestione e 
questo controllo da parte degli utenti e da parte della po- 
polazione. Quindi noi riteniamo che questo consultorio 
delle donne e per le donne, che proponiamo, si affianchi 
al consultorio che ci impone la legge nazionale (che vede 
tutto nell'ottica che dicevo all’inizio del mio intervento); 
che questo consultorio sia gestito dalle donne insieme ai 
tecnici e che, proprio come luogo di aggregazione delle 
donne, per questo ruolo che possono svolgere su tutti i 
problemi della salute, ma più ampiamente sociali, possa 
avere i locali per riunioni, per assemblee, biblioteche, ec- 
cetera. Deve divenire una struttura capace di aggregare 
le donne, dando ad esse non solo servizi, ma consapevo- 
lezza politica e forza per intervenire su tutte le questioni 
delle donne e della società (dai problemi dell'occupazione 
ai problemi dell'ambiente) senza più deleghe solo ai tec- 
nici di tutta questa problematica. 

Noi, come PDUP, siamo decisi non solo a batterci con tali 
emendamenti, ma nel caso che questi vengano respinti, 
dato che il problema non si chiude, presentando anche 
una nostra proposta di legge specifica e discutendola an- 
che ampiamente, a livello del territorio regionale, che rie- 
sca a portare a risultati concreti, anche a livello istituzio- 
nale, tutta questa problematica portata avanti dal movi- 
mento delle donne che è patrimonio anche di migliaia di 
donne della nostra regione. E in tale senso, se questi 
emendamenti ci verranno respinti, se praticamente non 


95 


si coglierà questa possibilità a livello dei poteri che la Re- 
gione ha, il voto sulla legge in oggetto, da parte nostra, sa- 
rà negativo, non perchè su alcune questioni tecniche (sul- 
la mucoviscidosi, sulla rosolia, su tutte le cose su cui si è 
allargato l'intervento di questa legge) non si sia d’accor- 
do, ma proprio perchè non si coglie la possibilità di rea- 
lizzare questo momento di consultorio delle donne per le 
donne. 

Credo che le vicende denunciate al tribunale della donna 
di Bruxelles sulla gestione della Clinica Ostetrico- 
Ginecologica di Ferrara, del resto comune a molti ‘altri 
ospedali, ci spingano a batterci perchè alle donne siano 
dati anche strumenti giuridico-amministrativi di inter- 
vento e di controllo. Dicevo che non facendo questo si to- 
glie qualcosa a chi lo chiede, mentre attuandolo resta la 
libertà di chi vuole scegliere fra il servizio familiare e 
quindi vuole affrontare tali problemi nell’ambito della 
coppia, cioè nel quadro familiare, e chi invece vuole uti- 
lizzare un altro tipo di servizio. Con questo non si fa nè 
della ghettizzazione, a parte che le donne sono più nume- 
rose di noi, quindi mettere in un ghetto una maggioranza 
tale... 


TURCI: Sono gli uomini che vengono chiusi in un 
ghetto!!! 


CONIGLIO: Quindi non si fa nè ghettizzazione, nè corpo- 
rativismo, perchè nel momento in cui si riconosce una 
specificità di condizione subalterna ed emarginata si pos- 
sono dare anche a livello giuridico quei poteri, in questa 
fase, perchè domani il processo che si metterà in moto sa- 
rà sempre condizionato dalle trasformazioni sociali e dai 
livelli istituzionali e giuridici con cui sempre le forze po- 
litiche e sociali devono misurarsi, ma in questa fase si dà 
a tale condizione anche uno strumento giuridico e ammi- 
nistrativo importante per una lotta che, evidentemente, è 
una lotta di liberazione non limitata solamente alla don- 
na, ma che può investire tutti gli strati subalterni che og- 
gi operano nella nostra società. 

Le vicende connesse alla legge sull’aborto dimostrano an: 
cora che nel nostro paese c'è la volontà da parte di forze 
retrive di non riconoscere alla donna diritti che per noi 
sono fondamentali: il diritto di decidere del proprio cor- 
po e di avere la possibilità di prendere le decisioni, della 


cui gravità ci rendiamo conto, ma proprio per questa gra- 
vità riteniamo debba essere la donna a decidere e ad ave- 
re la possibilità di poter praticare l'aborto libero, gratui- 
to e assistito. Per questo riteniamo debba essere condotta 
con forza una battaglia anche dai livelli regionali e dando 
alle donne possibilità di intervento maggiore con il rico- 
noscimento di strumenti giuridici e amministrativi di 
questo tipo, riconoscendo quindi la loro funzione specifi 
ca nella società, andando quindi a strumenti veri di par- 
tecipazione e di gestione e non relegando il ruolo della 
donna ad una partecipazione mistificata che, io credo, 
non raccoglierebbe tutte le istanze culturali, di rinnova- 
mento, che anche il movimento delle donne ha avanzato 
in questi anni. 


IL VOTO CONTRARIO SULLA LEGGE 
ISTITUTIVA DEI CONSULTORI FAMIGLIARI 


Signor presidente e colleghi consiglieri, per una breve di- 
chiarazione. Come PDUP noi votiamo contro questa leg- 
ge. Avevo preannunciato nella discussione generale che 
nel caso gli emendamenti da noi proposti fossero stati re- 
spinti noi avremmo votato contro la legge stessa. 

Questi emendamenti tendevano appunto ad istituire — e 
le competenze che ha la Regione lo permettevano— ac- 
canto ai consultori familiari i consultori per la salute del- 
la donna, secondo una proposta che è avanzata dai movi- 
menti femministi, per avere come donna una gestione di 
questa struttura unitamente ai tecnici che dentro vi lavo- 
rano, dando così modo, attraverso anche un riconosci- 
mento pubblico a livello amministrativo, di potere usare 
con capacità di intervento e di controllo anche preventivo 
sui problemi della propria salute, una struttura di questo 
genere. Quindi una struttura che tenesse conto della spe- 
cifica condizione femminile nella società che vale in que- 
sta fase, perchè nel momento in cui noi richiediamo un 


riconoscimento anche a livello giuridico, amministrativo 
e pubblico di questa istanza, noi non riteniamo che debba 
valere per sempre questo tipo di gestione; però riteniamo 
che oggi, proprio per la condizione subalterna che la don- 
na ha nella società, per la sua specifica condizione, le si 
debba dare un riconoscimento anche a questo livello, 
aprendo quindi possibilità di dialettica, di confronto de- 
mocratico, facendo anche di questo strumento un luogo 
di aggregazione per le donne nella loro battaglia di libe- 
razione, che non è corporativa, che non è riferita solo a 
loro stesse, ma è una battaglia di trasformazione più am- 
pia della nostra società. 
Istituendo, viceversa, solo il consultorio previsto dalla 
legge 405 non si dà risposta a queste istanze, non si coglie 
questa occasione. L'assessore Turci e l'assessore Bartoli 
hanno detto che tutta la tematica non è assorbita in que- 
sta legge. Noi speriamo per il futuro che ci si ritorni so- 
pra e si rifletta sul valore di queste istanze. Proprio per 
questo noi ci faremo portatori di un progetto di legge spe- 
cifico sulla tematica che ho illustrato nell'intervento ge- 
nerale e sui contenuti degli emendamenti da me stesso 
presentati a nome del mio Partito. Io credo che questa 
battaglia debba continuare e debba andare avanti pro- 
prio per aiutare questo processo di liberazione della don- 
na. Noi presenteremo, quindi, un progetto di legge speci- 
fico sulla istituzione del consultorio per la salute della 
donna. 
È vero, noi proponiamo un certo tipo di soluzione della 
questione femminile, qui noi divergiamo ancora e io non 
credo che anche per il futuro divergeremo sempre. È un 
confronto aperto e corretto quello che noi vogliamo por- 
tare avanti. Noi crediamo che tutta questa tematica non 
debba essere chiusa, com'è nella legge nazionale e anche 
in questa legge, nel quadro della coppia e della maternità 
istituzionalizzata, quindi non riconoscendo, ad esempio, 
un valore autonomo alla sessualità e perciò rinchiudendo 
tutto in un ambito restrittivo. 
Proprio per questi motivi, il nostro voto è un voto contra 
rio; vuole assumere questo significato e continuerà quin- 
di la nostra azione tesa appunto, anche in sede ammini- 
strativa a far sì che le donne abbiano un proprio stru 
mento da cui continuare la loro lotta di liberazione, lotta 


che ha un valore molto più generale per la nostra società. 
(Intervento del 5-5-1970) 


98 


INTERPELLANZA SULL’OSPEDALE 
S. ANNA DI FERRARA 


Signor presidente, colleghi del Consiglio, io ho rivolto in- 
terpellanza urgente alla Giunta a seguito delle denunee 
che sono apparse su diversi giornali italiani fatte dalla 
dottoressa Picchio al Tribunale per la difesa dei diritti 
della donna di Bruxelles in riferimento all'ospedale 
«Sant'Anna» di Ferrara. a 
Le denunce fatte in questa sede sono di una gravità enor- 
me. Io credo che investano un problema più generale che 
senza dubbio ha carattere di specificità e di gravità al re- 
parto ostetrico ginecologico dell'ospedale «Sant'Anna» 
dove si denunciano cose molto gravi: alto numero di bam- 
bini spastici a causa di un parto male assistito, attrezza- 
ture inadeguate per la diagnosi preventiva del taglio ce- 
sareo, organici non adeguati e medici che vengono im- 
messi in attività di estrema delicatezza pur essendo anco- 
ra inesperti, appena usciti dall'Università. Quindi vi è un 
peo di attenzione e di intervento sulle partorienti che 
emente, è i più incivi e dis i 
a uieneni quanto di più incivile e disumano vi 
Senz'altro la situazione del reparto ostetrico ginecologi- 
co dell'ospedale «Sant'Anna» presenterà delle'situazioni 
gravi e specifiche, però io credo che il problema sia più 
ampio e in questo senso chiedo alla Giunta che sia fatta 
piena luce sui fatti denunciati a Bruxelles dalla dottores- 
sa Picchio e, quindi, si proceda a un'inchiesta, del resto 
sollecitata anche dal consiglio d’amministrazione 
dell ‘ospedale, nei confronti di questo reparto e dell’attivi- 
tà più complessiva dell'ospedale stesso in riferimento a 
tali tipi di intervento. Ma io credo che non ci si possa ac- 
spisntare di una risposta burocratica, della semplice 
pedi una commissione di inchiesta. Il problema è 
molto più vasto e rientra, a mio parere, in una delle tema- 
ee che si stanno affrontando a livello nazionale sul 
pe ema dell'aborto e sul problema del ruolo che la don- 
eve avere nella gestione di quello che è il proprio cor- 
po. quindi, affrontando le tematiche che oggi sono 
l'ordine del giorno, ma direi anche i problemi che noi 
Stiamo affrontando con la legge sui consultori che pro- 
prio torna a proposito in riferimento a quanto è successo 
all'ospedale Sant'Anna e a quanto succede di norma nei 


CE EEE 


reparti ostetrico ginecologici degli ospedali italiani in cui 
la donna, veramente, viene considerata spesso come og- 
getto e vive una sua condizione specifico di subalternità e 
di emarginazione proprio nel momento in cui si trova nel- 
la condizione più delicata di partoriente. 

Io credo che allora, proprio in questi termini, sorga con 
forza l'esigenza che viene posta da larga parte del movi- 
mento femminile di avere un momento di controllo diret- 
to, di coinvolgimento massimo nella gestione, sino ad ar- 
rivare anche a una forma di autogestione con i tecnici 
preposti a queste attività, sia a livello consultoriale sia 
negli ospedali, perchè senza un intervento diretto della 
donna su questi fatti io credo che non si riuscirà mai a ri- 
solvere problemi di questo genere. Quindi io credo che 
non ci si possa accontentare semplicemente di iniziative 
burocratiche quali nomine di commissione d'inchiesta 0 
cose di questo genere. Pertanto io chiedo alla Giunta che 
cosa ha fatto in riferimento al problema specifico e come 
intenda procedere, sapendo appunto che le intenzioni 
della Giunta dovranno anche concretarsi a livello legisla- 
tivo e sul tipo di risposte che anche la Giunta e la maggio- 
ranza della nostra Regione intendono dare alle istanze 
portate avanti con forza oggi dal movimento delle donne. 


BARTOLI, assessore: Le denunce che sono state fatte al 
Tribunale internazionale dei crimini contro la donna a 
Bruxelles si riferiscono indubbiamente a fatti e circo- 
stanze di estrema gravità come sono stati denunciati che, 
se accertati, dovranno dar corso da parte del Dipartimen- 
to, come da parte dell’aministrazione ospedaliera, ai più 
severi e puntuali provvedimenti ancor prima e indipen- 
dentemente dal fatto che su singoli aspetti dei contenuti 
della denuncia si pronunci la Magistratura. Non ci pare 
qui il caso di procedere all’elencazione dei fatti e delle 
circostanze ad essi connesse in quanto la stampa nazio- 
nale e locale ha, con abbondanza di particolari, pubblici 
zato accuse e smentite, lettere di precisazione e comuni- 
cati stampa che, deve essere detto, una prima volta nel 
gennaio 1975, con maggiore evidenza dopo la denuncia 
fatta a Bruxelles, si sono susseguiti sia sul complesso de- 
gli episodi che sui singoli aspetti. Al fine di accertare la 
reale consistenza dei fatti addebitati, prescindendo an- 
che dall’esplicita richiesta fatta in tal senso dell’ammini- 
strazione ospedaliera, con provvedimento del 16 marzo 


scorso si è provveduto alla nomina di una commissione 
regionale d'indagine che dovrà, entro breve termine, ac- 
certare e riferire su tutta la complessa realtà della divi- 
sione ostetrica ginecologica dell'ospedale Sant'Anna di 
Ferrara. 

Tale commissione, che ha già iniziato i propri lavori, è 
composta da un primario, da un aiuto ostetrico, da un uf- 
ficiale sanitario, da un medico legale, da un medico pro- 
vinciale competente ed un collaboratore regionale ammi- 
nistrativo. La composizione è stata determinata tenendo 
conto della portata dell'indagine da svolgere che, come 
appare evidente, non investe solo aspetti di tecnica sani- 
taria ma anche specifici aspetti medico-legali e ammini- 
strativi. Sarà impegno del Dipartimento riferire sui risul- 
tati dei lavori di tale commissione e sui provvedimenti 
che eventualmente si dovranno adottare. Questo sia per 
stabilire l'esatta portata dei fatti denunciati come anche 
per restituire come giustamente affermano i testi dell'in- 
terpellanza e dell’interrogazione, la necessaria tranquil- 
lità ai cittadini, soprattutto alle donne, al personale di- 
pendente dall'ospedale e agli amministratori interessati 
alla vicenda che tanto scalpore ha suscitato in Italia e 
all’estero. 

Noi non crediamo che questa indagine sia un atto buro- 
cratico, crediamo invece che voglia dire intervenire con 
serietà per conoscere la situazione. 

Per quanto poi si riferisce alla situazione più in generale 
io credo che il nostro Consiglio sappia che discuteremo 
della legge sulla tutela della maternità e dell'infanzia e 
sui consultori familiari in un prossimo Consiglio. Perciò 
tutta quanta la problematica che è riferita alla tutela del- 
la donna e della donna in quanto madre, sarà oggetto di 
dibattito in questo Consiglio attraverso la legge regiona- 
le. Ma deve essere anche detto che tutta questa problema- 
tica è già motivo di impegno delle istituzioni democrati- 
che, è già un'azione che viene compiuta. Volevo soltanto 
ricordare al consigliere Coniglio che per quanto riguarda 
la tutela, per esempio, delle coltivatrici dirette come Re- 
gione abbiamo legiferato perchè abbiamo ritenuto che 
quella categoria fosse meno tutelata di altre; infatti i par- 
ti immaturi hanno una percentuale piuttosto alta fra que- 
ste lavoratrici. Per questa ragione siamo intervenuti a li- 
vello legislativo. Se poi vogliamo avere dimensioni anco- 
ra più ampie sappiamo che la legislazione per quanto ri 


101 


guarda la tutela della maternità nel nostro paese, pur 
avendo aspetti avanzati, non considera ancora le donne 
madri tutte allo stesso livello e non per tutte ci sono la 
stessa assistenza e intervento. 

Riteniamo che la nostra legge regionale sia un momento 
che porta a far sì che complessivamente la donna ‘anche 
in quanto madre sia maggiormente tutelata. 


PRESIDENTE: Il consigliere Coniglio ha facoltà di di- 
chiararsi soddisfatto o meno della risposta dell’assesso- 
re. 


CONIGLIO: Ricollegandomi a quanto esposto in prece- 
denza, devo dire di non ritenermi soddisfatto. Capisco 
che allo stato attuale difficilmente si poteva uscire da 
un'iniziativa tipo quella che la Giunta ha assunto, però 
questo conferma i gravi limiti della situazione attuale. In- 
fatti è stata nominata una commissione d’inchiesta tutta 
composta da tecnici (primari, ufficiali sanitari), però le 
done non ci sono; questo è il punto. E non si può dire che 
noi qui facciamo del Movimento delle donne o delle don- 
ne un fatto corporativo e di ghetto, come da qualche par- 
te cî si rinfaccia; le donne, fra l’altro, oggi sono più degli 
uomini, hanno una loro condizione femminile specifica a 
tutti i livelli, soprattutto su questi terreni e su questi pro- 
blemi. Quindi noi riconosciamo un ruolo primario alle 
donne in questa fase; poi se la società si trasformerà nel 
senso di una liberazione delle donne ulteriormente, ri- 
spetto anche ad altri strati che sono emarginati e subal- 
terni, allora è evidente che dopo questa differenza e que- 
sto riconoscimento di una condizione specifica potrà es- 
sere rivisto. Però oggi, allo stato attuale, noi dobbiamo 
prendere atto che non diamo nessun strumento di potere 
anche a livello giuridico-amministrativo alle donne, che 
pure si stanno battendo con forza, proprio per la trasfor- 
mazione della società e non in maniera corporativa, per- 
chè le istanze che le donne portano avanti vanno al di là 
del loro fatto specifico. In questo senso allora io credo 
che se noi non ci facciamo carico di questo aspetto venia- 
mo meno profondamente al nostro compito. Per questo, 
io dico, in una situazione di questo genere, che non è solo 
la situazione dell'ospedale Sant'Anna, è una situazione 
molto più generale degli ospedali e di questi reparti oste- 
trico ginecologici (e lo sappiamo bene come vengono trat 


102 


ea SSA 


tate le donne a questi livelli) io credo che cavarsela con 
una semplice commissione di inchiesta fatta di tecnici 
rientra proprio nel discorso che oggi si rifiuta da Dea 
delle donne (vedi, per esempio, il riferimento a tutta la 
problematica dell'aborto) della non delega ai soli tecnici 
di una problematica di questo genere. Quindi noi diciamo 
che bisogna approfittare... 


GUERRA: Tu puoi chiedere i politici, non puoi chiedere 
che ci siano le donne. 


CONIGLIO: Io dico che devono esserci le donne assieme 
ai tecnici: difatti la proposta che io farò, e che ho già fatto 
in sede di commissione relativamente... 


GUERRA: Questo è razzismo! 


CONIGLIO: Che razzismo? Questo è riconoscimento di 
una condizione specifica cui bisogna dare degli strumen- 
ti perchè sia superata nella trasformazione complessiva 
della società. 


GUERRA: I problemi dell’ostetricia secondo te li affron- 
tano solo le donne. È assurdo! 


CONIGLIO: Non ho detto solo le donne, però in questo ca- 
so le donne non li affrontano perchè, guarda caso, sono 
escluse e la cosa viene delegata a una commissione di tec- 
nici. i 

Credo di avere espresso le questioni che affronteremo an- 
che con maggiori particolari nella discussione che fare 
mo sulla legge per la maternità. Io credo che se noi non 
riusciamo a dare, ed è qui il senso della proposta che noi 
faremo, uno strumento anche a livello amministrativo su 
cui le donne possano muoversi, intervenire nel controllo 
di tutte le fasi e di tutti gli aspetti che le riguardano, direi 
proprio instaurando una dialettica a livello del territorio, 
della società, sui problemi, per esempio, dai consultori 
agli ospedali, eccetera, io credo che noi commetteremmo 
un errore molto grave. E difatti avremo sempre di più si 
tuazioni di questo genere delegate ai tecnici senza racco- 
gliere quelle che sono le istanze avanzate oggi dal Movi- 


», istanze che non sono affatto corpora- 
o spice. Ss (21 aprile 1976) 


103 


INTERPELLANZA SULLA CLINICA 
OSTETRICA DEGLI OSPEDALI 
DI MODENA DEL SETTEMBRÉ 1976 


«Il sottoscritto consigliere regionale interpella la giunta 
e per essa l'assessore alla sanità per conoscere se rispon- 
de a verità la gravissima situazione esistente a/la clinica 
ostetrica degli ospedali di Modena che ha portato negli ul- 
timi anni molte donnee residenti a Modena ad utilizzare 
per il parto gli ospedali di Carpi, Mirandola e Castelfran- 
co Emilia per non servirsi della clinica stessa. 

Se è vero che presso la clinica ostetrica di Modena l’assi- 
stenza in sala parto è del tutto inadeguata per la carenza 
incredibile di apparecchiature tecniche indispensabili 
quali ad esempio il cardiotocografo (per la rilevazione 
dei battiti cardiaci fetali), il piaccametro (per misurare il 
PH del feto, elemento indispensabile per lo studio della 
sua vitalità). 

Tali deficienze avrebbero determinato, ad esempio, l’in- 
tervento con taglio cesareo su donne per protrazione di 
gravidanza, mentre in realtà poi i feti erano totalmente 
prematuri, a volte, da non sopravvivere. 

Risulta inoltre che non esiste quasi per nulla assistenza 
psicologica alla gestante con un'ostilità per il parto indo- 
lore. Dato che questa situazione ha alle spalle alcune de- 
nunce contro sanitari della clinica per il caso di due don- 
ne morte in seguito a tagli cesarei demolitori nel 1971, 
per un'operazione effettuata erroneamente su una donna 
affetta da diabete nel 1974, e nel 1975 per un'applicazio- 
ne errata di forcipe che ha portato alla morte fetale e cra- 
niotemia; che risulterebbe il fatto che dal 1972 ad oggi 
circa cento donne affette da displasia o carcinoma in fase 
iniziale sono state sottoposte ad interventi inutilmente 
mutilanti, che presso il reparto di urologia diretto dal 
prof. Musiani a Reggio Emilia sono state ricoverate nu- 
merose donne affette da complicazioni urinarie gravissi- 
me, in seguito ad interveni subiti, si dice, presso la clini- 
ca ostetrica di Modena; 

il sottoscritto consigliere chiede che l'assessore alla sani- 
tà risponda con urgenza su tutte queste situazioni di 
estrema gravità e propone che venga costituita un’appo- 
sita commissione d’inchiesta, che coinvolga anche le or- 
ganizzazioni femminili locali, per fare piena luce sulla 


gestione della clinica ostetrica dell'ospedale di Modena» 


(38). 


Devo dire, signor presidente e cede SR 
non ho presentato a cuor leggero quest'interpe a 
lativamente alla Clinica ostetrica di Modena, RI o i 
di una struttura sanitaria, e anche nella forma della lo 
manda e della necessità di chiarimenti sollevavo pesi se- 
rie di problemi che, divenendo di Spose pu! = 
avrebbero anche preoccupato, e non poco, le Nitra 
questa struttura, anche le stesse ricoverate in que Eno, 
mento. Però, dai dati che mi pervenivano, da una voce or 
mai comune sulla gestione di questa clinica SS 
per il fatto di avere sondato, prima di presentare pe 
pellanza, anche le opinioni degli stessi colleghi resi ca 
a Modena, sono stato spinto a presentare questa interpe 
lanza, che investe una tematica delicata, importante, e 
che viene nella nostra regione subito dopo la CEREA 
fatta dal Movimento femminista relativamente a a Clini 
ca ostetrica di Ferrara, cosa già affrontata e sana in 
questa sede. Quindi non c'era alcuna volontà di 3 ev pia 
in modo scandalistico il problema o di affrontarlo su la 
base di certe logiche che poi, quando si rene 
questo caso, di strutture universitarie, spesso sono e, 
tro legittime esigenze di sviluppo e di Sr 
ad esempio il venire alla luce di certi disegni, c sà so: Da 
all’interno delle università, di sdoppiamenti, di puote 
cattedre, di nuove cliniche o di nuovi servizi, cosa che 
purtroppo abbiamo potuto vedere in altre orcstoniza 
Quindi, accertato questo, un dato che emerge a 3 a 
te anche dalla risposta dell'assessore (anche se nella re a 
zione dell’Amministrazione ospedali di E coca 
di camuffare un po’ la cosa) è la scontentezza de 2 popo 
lazione femminile di Modena nei confronti della ( nuca 
ostetrica, come appare dal fatto che molte sone n gue 
sti anni hanno utilizzato per partorire gli Ospedali dI ar 
pi e di Mirandola. Questo è un dato che SERA 
mente. Del resto ci sono anche delle statistiche, perc è - 
noi vediamo i dati registrati nel 1975, su un e. i 
7.046 nati, a Modena ne sono nati 2.619, nella C inica 
ostetrica 2.060, a Carpi 1169, a Mirandola 766, = ue 
Mirandola e Carpi 1900; anche il rapporto tra popolazio 
ne e nati parla da solo in questa direzione. 


105 


WE __T_ wU©rE==555 RIE 


OLE x questione non può neppure essere imputata a 
ue fo FA perchè non è vero che il numero dei let- 
s i iciente; non sono 85, sono 120 posti-letto e 
ce i non sussiste il sovraffollamento. 
orti ce la risposta dell'assessore, anche per quan- 
g la le strutture tecniche, sia S i 
O ; Li s abbastanza superfi- 
# da Su ettata. Infatti, per quanto riguarda le Ha 
D E e, seppure dalla risposta così veloce data 
a er appare chiaramente la loro insufficienza 
so po Di gti di personale, per il quale qui 
ine del giorno del Consiglio dei i 
Coe La ( glio dei delegati della 
ca che parla di carenz i 
et i ze notevoli non solo 
RZ ma anche di personale, oltre che le de- 
azzo aaa TS, 
Da g azioni femminili in questa direzio- 
on cano il piaccametro, lo strumento per misura- 
pe o eto cena indispensabile per lo studio 
a risulta essere assente e le così 
Ì Lr L C siddette strut- 
ne desse esistenti da anni sono non solo vecchie 
adeguate, ma malfunzionanti 
‘adeguate, m 4 i e — cosa che da un'in- 
degne meno frettolosa sarebbe stata rilevata — per la 
na cre De sono in riparazione. Tra l’altro 
sulta che il cardiocografo (uno) è s i 
9 ] 1g è stato acquistat 
solo nel marzo di quest’ Percali 
arz st’anno e questo strument 
ela i t . S o per con- 
trollare il battito cardiaco fetale è indispensabile anche 
segue il parto. Quindi io credo che essersi dotati di 
Canc strumento solo nel marzo 1976, dopo che già que- 
al ia SERRA da stata oggetto — cosa confermata 
— di attenzioni anche della Magistra ni ì 
; t O Magistratura, mi semb 
cosa di gravità notevole. Tra l'a i ri he che 
g . Tra l’altro mi risulta anche c 
vità not ( S e che 
ae l’interpellanza che io ho fatto sarebbero stati 
ecentemente acquistati tre apparecchi 
eccnte È ] parecchi che servono a ri- 
ae il battito cardiaco fetale il cui nome è «sony-card» 
= ciò per quanto riguarda questo aspetto, io credo che 
sa necessario, da parte della Regione e della Ammini- 
A azione ospedaliera, controllare in maniera più adegua- 
] pe problema delle strutture tecniche e anche il 
pro ema dell'assistenza e del personale. 
Ca sepeni importanti, ma non i principali che 
eva di sollevare con l'inter; i 
i premeva di solle pellanza in oggetto. 
ci Spi principali sono emersi anche dal dibattito che 
sea uppato nella città di Modena, che ha investito le 
Saga izzazioni femminili (dall’UDI alle Donne socialiste, 
vimenti femministi) e che ha visto le prese di posi 


106 


zione del personale e delle ostetriche in questa direzione. 
Cioè non vi è solo la sottolineatura della necessità di una 
attenta gestione di tali strutture sanitarie, quindi il pro- 
blema degli aspetti tecnici e del personale, ma si tratta di 
colmare un distacco profondo esistente tra l’uomo e la 
medicina, in questo caso la donna e la medicina, e trovan- 
dosi la donna, in questa società, in una condizione subal- 
terna, di maggiore emarginazione e di maggiore difficol- 
tà, soprattutto nel delicato momento della gravidanza e 
del parto, si tratta di costruire un rapporto diverso. Per 
questo io credo che le rivendicazioni espresse dalle Orga- 
nizzazioni femminili in questo periodo relativamente al 
problema della Clinica Ostetrica di Modena, ma che van- 
no al di là, in una dimensione più generale, mi sembra 
debbano essere prese in considerazione con attenzione 
non solo dall’Amministrazione regionale e dalle Ammini- 
strazioi ospedaliere. Vi deve essere la po bilità di una 
partecipazione continua e di un controllo di queste Orga- 
nizzazioni femminili su strutture di questo genere che 
abbiamo visto per vari fatti, non solo quello di Ferrara, 
denunciati anche in questa occasione, quale tipo di rap- 
porto instaurino tra la medicina e la donna in questa deli- 
cata fase della sua vita rappresentata dalla gravidanza e 
dal parto. 
È su questi problemi che bisogna scendere e affrontarli 
da vicino, verificando ancora una volta (e qui io credo che 
possiamo richiamare anche il dibattito che abbiamo fatto 
in occasione delle istituzioni del Consultorio) come le 
donne non abbiano assolutamente potere a questo livello, 
sono completamente emarginat Oggi si considera già 
un passo enorme che le Organizzazioni femminili abbia- 
no potuto incontrarsi con il Consiglio di amministrazione 
e affrontare questi problemi. Io credo che questo sia limi- 
tativo e che vadano invece accolte le loro richieste, in 
questo senso dando alle stesse donne strumenti di potere 
edi controllo più continuativo rispetto a quelli che hanno 
oggi. Il non avere fatto l'inchiesta coinvolgendole è estre- 
mamente negativo. 
Concludo dicendo che, a mio parere, anche su questo pro- 
blema, torna la validità della proposta che in sede di di- 
battito sul consultorio la mia parte politica ha fatto, cioè 
jo credo che se noi avessimo, accanto al consultorio fami- 
liare, un momento consultoriale gestito dalle donne con 
capacità di intervento dal livello di base al livello di con 


107 


polo delle strutture ospedal 
che ostetri e de S 

ceo Se SE sanitarie ostetriche, io 

e mo alle str ii 

en e donne uno strumento di po- 
ona si è voluto fare. Si 
ai considcrazione in cui le do 
ve lo di amministrazioni 
vrebbero essere le nostre 
insoddisfatto. ; 


dimostra ancora una volta 
donne sono tenute anche a li- 
cosiddette avanzate quali do- 
Per questi motivi mi dichiaro 


lere, soprattutto delle clini- 


Il voto contrario sul progetto di legge regionale che 
disciplina l'apertura e l'esercizio di case di cura e 
di altri presidi di diagnosi e cura. (Luglio 1978) 


Le motivazioni del voto contrario a questo progetto di 
legge, presentato dalla Giunta regionale, sono partite in- 
nanzitutto dalla nostra impostazione di fondo nel campo 
della difesa della salute e dell'assistenza sanitaria che de- 
ve assolutamente privilegiare come primario l'intervento 
pubblico rispetto a una situazione come è quella attuale 
(di forte caratterizzazione privatistica) che non viene sa- 
nata dal progetto di riforma sanitaria e che quindi anche 
nel progetto della Giunta regionale non tiene conto di 
questa impostazione politica di fondo che non è soltanto 
nostra, ma è patrimonio di anni di lotta del movimento 
operaio nel campo della difesa della salute. 

E ciò appunto perchè continua a confondere pubblico e 
privato su un terreno che non solo aggrava i costi ma non 
tutela quello che è il principale diritto dei cittadini, in 
quanto crea situazioni gravi tipo quella della doppia atti- 
vità dei medici nelle case di cura private e negli ospedali 
pubblici e ciò nonostante le varie sentenze che vi sono in 
materia; situazioni gravi che nessuno denuncia, anche 
per questa commistione di pubblico e privato che la legge 
continua a mantenere in vigore e che rende anche di diffi- 
cile accertamento la verifica di situazioni abnormi. 

Va quindi rilevato come la legislazione regionale si muo- 
va nell’ambito di una legislazione nazionale che non scio- 
glie questi nodi e che anzi fa registrare da parte delle for- 
ze della sinistra storica un arretramento anche su questi 
temi, con una continua concessione alle concezioni priva- 
tistiche in campo sanitario che parte dalla produzione 
farmaceutica per arrivare alla libertà del medico inter- 
pretata come tutti sappiamo. 

Il che ci causa poi vicende tipo quello che riguarda l’ulti- 
ma legge sull'aborto e l'obiezione di coscienza e che ci 
porta appunto alla libertà delle case di cura di occupare 
spazi che sono lasciati loro anche da una carenza profon- 
da di intervento pubblico a questo riguardo. 

Riteniamo che ciò sia fondamentalmente sbagliato ed è 
per questo che la nostra posizione è contraria al tipo di 
legislazione che sta venendo avanti a cui si uniforma an- 
che questo progetto di legge sull’apertura e l'esercizio 
delle case di cura. 


109 


Il nostro diss 
o dissenso ver i 
S S erte proprio sul d: 

PSA ro sul dato che non riteni 
se esa a utilizzare le case di cura a 
RAI a Saper, se infatti vi è esigenza 

>graz ‘esto deve essere sv i “0 
Car riquesto; sere svolto con l’interv 
I < ci una volta che avremo il piano cpr 
ou a la ritardi da parte del 

eg se in un determi itori 
e and ninato territorio le esi- 
Sal na e raccolte in un Bess a 
SIRO fon amentale deve essere tutta abbia 
a a privato deve avere un ruolo Ser 
e sa i nettamente subalterno a quella 
PUDD] h na tendenz È, i a 
PSICO. Conti za a contenere ed elimi 
E nel campo della ale pn” 
i significativo che s onore 
i sig a ne su questo pr i 
e ativolch esto progetto di legge vi sia 
di e astensione della DC, la quale av Feb, sla 
e n ALA iodo nel corso del quale le case di volu: 
oi a i fissati dalla regione 
. S , pretendendo a riodo an 
Sn ) I ‘o appunto un peri 2 
Sgr pe pmlunento che VA DI CHEREDDa Six e, 
azionalizzazione che la le i 3 
i : ne la legge introduci 
ento in cui però le iore Teglio 
I x a maggioranza regi 
a Losa : : Ù 88: anza regi ale vare 
RO di legge per integrare con le c as. ra E 
a ze de. reletsanifaria@nbbi E pete 
Sar Sie sanitaria pubblica, ci si RS ic 
Tak Se PeaNere i mezzi e mettere in pied 
de rt on acente, ma si accetta già il prin sino 
a son pubblica, non si deve andare al di la 
Il'esis , perchè poi ci si avvale InIegzIonSd 
SETA po! ci si avvale dell’integrazione dei 
A parte poi i 
a poi la considerazi i 
ì s azione che già vi è un’ 

Sine ol gia vie una È 

cereale alle case di cura Sars "E 

“<a A Per SdeR lane, ai requisiti minimi 

o a data di deliberazione d ; 
n voto ci rari indi i 

ia cai io quindi che si giustifica con il rifi i 

co ce rispetto a lotte fatte negli anni Sa di 

Do a ne nel campo della sanità er: 

\ ario che ha anche il signifi OSE 

ono cncha significato di voler mettere 

ca Sisve e incamento che anche nella SE n 

avanti rispetto alle scelte nazionali. edi 


conces- 
quando gli si 
ben 24 mesi 


1 questa legge. 


LA POSIZIONE SULLA LEGGE 
REGIONALE SUGLI ANZIANI 


(Ottobre 1979) 


Tale progetto discusso praticamente solo a livello della 
commissione regionale sanità, ha concluso il suo iter nel- 
le scorse settimane, dopo che anche il gruppo della D.C. 
aveva presentato sul medesimo argomento un suo pro- 
getto di legge, di cui alcuni dei suoi punti sono stati rece- 
piti nel progetto di legge della Giunta e quindi ne hanno 
peggiorato ulteriormente il testo; anche se ciò non è valso 
alla Giunta ad ottenere il voto favorevole della D.C., la 
quale anzi chiedeva ulteriori concessioni e ha quindi vo- 
tato contro. In realtà e per riassumere la nostra pos 
ne, ci pare di dover rilevare che la legge sugli anziani af- 
fronta uno dei più grossi problemi sociali della nostra 
epoca e viene a cadere in una situazione generale caratte- 
rizzata da una struttura delle nostre città edificate per ri- 
spondere ad altre esigenze ed indifferenti ai bisogni di 
chi non è più immediatamente produttivo. 
In assenza di una impostazione nazionale che si traduca 
in operatività concreta sinora si è proceduto con impo- 
stazioni di tipo tradizionale che hanno sempre riprodotto 
una forma di ghettizzazione per la popolazione anziana. 
Per far fronte a questa situazione si era in realtà, negli 
anni passati, a livello degli enti locali della nostra regio- 
ne, iniziato a portare avanti un discorso teso a valorizza- 
re l'intervento preventivo per intervenire 2 monte della 
malattia, di una battaglia per una giusta riforma del si- 
stema pensionistico e di affrontare il problema dell’abi- 
tazione e degli affitti, interessando i comuni, enti autono- 
mi, cooperative in modo da impegnarli a discutere e a de- 
cidere l'assegnazione di appartamenti agli anziani, nel 
caso del risanamento del centro storico e nei programmi 
per l'edificazione di nuove unità residenziali. 
A questo proposito ci pare di dover rilevare che quanto 
affermato nella relazione in merito alla scelta di destina- 
re all’interno del piano-casa regionale una percentuale di 
nuovi alloggi dell'edilizia residenziale pubblica, non tro- 
nferma non solo nell’articolato della legge, ma 
non ci consta che nessun sforzo in questo senso sia stato 
fatto negli ultimi tempi. Perciò di talune impostazioni 
originarie non pare sia rimasto molto, tanto è vero che vi 


va poi co 


111 


sue nella presente legge (ciò vale a maggior ragione 
e Ss Sg g 
Po si dpi ogetto presentato dalla D.C. dove ad esempio non 
eppure menzione dell sti 
i 7. a questione casa) unz 
zione che concede anci spazi i acco 
i ora spazio alla logica dell’acc 
z che , c a ig ell’accetta- 
SS ia del Che della spesa pubblica, del blocco 
assunzioni anche in servizi di î 
I zi di carattere pubblic 
d 'nzioni anche in ic 
con tutto ciò che inev itabilmente ne consegue. s 3 
i enene difficile ipotizzare che alcuni obiettivi pos- 
= E 3 Csa non modificando le concezioni so 
a cate; prendiamo ad esempi ione x 
pr pi a S io la questione dell’ 
sistenza domiciliare che è lubbi ) iti più 
$ che è senza dubbio uno dei i più 
5 DIDIG el punti più 
importanti e che veng recisati nei ti 2. 
gono precisa el tre primi articoli 
dello iene g precisati nei tre primi articoli 
ai neo si vuole che la giusta esigenza di mantenere 
anziano nel proprio nucleo familiare i 
zi amiliare non sia un r 
petizione di principio e che per di più jo veli 
I ione e per di più molte volte si rivi 
zior 0 ec] si rivela 
Di da in alano l'anziano molto spesso anche nel pro 
nucleo familiare vive una ci izi i ; 
( ‘a condizione di emarginazi 
i nili i arginazio- 
poni sorga nessuno ha «tempo» di occuparsi di lui e so- 
Di Suutto al punto di vista dei rapporti umani e non solo 
era assistenza; occorre in pri " 
; rimo luogo superare la 
tendenza a scaricare s joli “Hicienze delli 
a a scaricare sulla famiglia le i ici 
adenza/a: a famiglia le inefficienze della 
a: aaaio pon pensando che quando si è detto che 
anziano deve rimanere nel propri famili 
rio nucleo familiare ci si 
possa con questo sentire ra i SS 
ossa sto rassicurati e proprio per le ra 
pos on questo ir [ i prio per le ra- 
pente 1 rapporti umani che vi sono in migliaia di 
s iglie e in secondo luogo perchè nel caso in cui ci tro 
assimo di fronte ad anziani bisognosi anche di particola. 
g D a a 


ri cure si a rre Sr 9 
cure si verrebbero a scaricare sulla famiglia e quindi 


pala SoS, pesi ulteriori, verso i quali viceversa, la so 
cietà ha il dovere di portare avanti i VOS 
ce p‘ are avanti un intervento concre- 
ae ad esempio capire come l’art. 2 nel quale si par- 
a È potenziamento dei servizi di assistenza possa esseri 
= izzato in una situazione nella quale abbiamo una as 
pazione di un numero adeguato di perso 
ale atto alla assistenza domiciliari el ne 
l a za domiciliare (tenendo ci 
pasti as: a endo conto che 
atore polivalente non si costruisce i 
$ struisce in un mese) e c 
col LOLGIO N ten ese) e co- 
ne possa essere possibile realizzare ciò con le a for- 
SE nel consorzi socio-sanitari. L'esigenza di un 
a adeguato in questo senso era s TR 
guatc s so era stata da n rospe 
tata nelle riunioni del comi i a 
i del comitato di esperti per gli iani 
tata n sperti per gli anz 
che si era formato a li i i si 
a livello regionale; la risposta è 
e si era [ g ; la risposta è stat 
£ ormato a livello È stata 
he il comitato aveva solo il compito di formulare propo 


ste sull'assistenza agli anziani e poi i problemi tecnici 
erano compito di altri. Ci pare che questo modo di proce- 
dere non solo sia politicamente errato, ma sia oltretutto 
controproducente sul piano dei risultati pratici. È suffi- 
ciente analizzare la situazione attuale nella quale opera- 
no i consorzi per quel che riguarda l'assistenza domicilia- 
re per accorgersi di ciò. Se si prende l'esempio di Bolo- 
gna dove a livello dei vari quartieri operano 45 assistenti 
domiciliari che assistono esclusivamente anziani auto- 
sufficienti, per i quali si limitano a fare le pulizie e la spe- 
sa qualche volta la settimana si ha già un'idea della situa- 
zione. Gravissima è infatti la situazione degli anziani che 
hanno difficoltà di deambulazione o disturbi che richie- 
dono terapie di riabilitazione. In questi casi l'unica solu- 
zione che viene prospettata è il ricovero in ospedale o in 
alcune case di riposo (il più delle volte private, non esì- 
stendone a sufficienza di quelle pubbliche), dove poi la si- 
tuazione dell'anziano diventa ancora più precaria, per la 
tendenza anche in ospedale a emarginare l'anziano e sia 
anche perchè in un ambiente chiuso, fuori dal proprio ha- 
bitat naturale, la situazione dell'anziano si cronicizza 
inevitabilmente. Troppo spesso abbiamo visto anziani 
spostati da un luogo all’altro e costretti a mendicare sus- 
sidi o aiuti che progressivamente lo trascinano nella cate- 
goria dell'anziano cronicamente ammalato. Ciò che vo- 
gliamo dire è che troppo spesso un’azione ritardata oppu- 
re un'azione di mera «collocazione» dell'anziano trasfor- 
ma l'individuo recuperabile, in uno irrecuperabile e cro- 
nicizzato. - 
L'assistenza domiciliare quindi, con tutte le precisazioni 
sopra fatte, rimane uno dei punti fondamentali per af- 
frontare correttamente il problema e l'assunzione di per- 
sonale e la dilatazione di spesa pubblica in un servizio so- 
cialmente utile si configura in questo caso come un pun- 
to importante se effettivamente si v uole dare seguito alle 
affermazioni di principio. 
Prendendo poi in esame la questione delle case protette, 
ci pare che questa questione debba essere esaminata te- 
nendo conto anche del ruolo-che svolgono i privati in que- 
sto campo e quindi di quale ruolo l'ente regione vuole 
avere nei riguardi delle attività dei privati nel campo 
dell'assistenza agli anziani. 
A parte alcuni lodevoli tenta 
pubblica (vedi l'apertura della nuova ala protetta 


tivi di potenziare la struttura 
del Gio 


vanni XXIII a Bologna) vi è da dire che il ricorso alle case 
di riposo private è sempre più massiccio e c ulta e: 
sere ancora più triste non già e non solo per concezioni 
(da noi più volte esposte in Consiglio regionale) che abbia- 
mo del ruolo del tutto marginale e aggiuntivo che dovreb- 
be avere l’iniziativa privata nel campo dell'assistenza; ma 
anche perchè molto o questi istituti non danno alcu- 
na valida garanzia di assistenza, pur a bendo rette al- 
me, molte delle quali paga poi l'ente locale. Ciò detto 
e facendo un invito alla Giunta a essere particolarmente 
attenta nella rilevazione degli standards assistenziali nel- 
le case di riposo private, vogliamo rilevare la nece sità a 
far sì che l’ala protetta non sia una valvola di sicurezz a 
per gli ospedali quando non sanno più dove scaricare un 
malato e che quindi le decisioni di spostare questo o quel 
malato da un posto all’altro non sia più il frutto di con- 
trattazione tra i vari primari, con l’ausilie di qua 
sistente sociale, ma risponda a reali esigenze che a livello 
dei consorzi e dei quartieri devono essere attentamente 
verificate. 
Pur valutando positivamente i criteri che vengono fi 
per le case di riposo protette, dobbiamo però far 1 
come gli articoli 13 e 14 della presente legge in mer 
le ciazioni che perseguono finalità essi 
sentino elementi che necessitano di 
quanto i finanziamenti che vengono previsti ci pare deb- 
bano essere attentamente valutati. 
In conclusione vogliamo dire che il progetto di legge pur 
affrontando alcune questioni in termini corretti, 
ce ad alcune impostazioni nazior 
biamo visto hanno tarpato le ali a qualsiasi iniziativa ir 
novativa a livello regionale, permane un certo rapporto 
poco chiaro con l'intervento privato, non si sono ancora 
date risposte che sono a monte di questo ed altri progetti 
di legge nel campo dell'assistenza e cioè l'effettiva apa- 
dei consorzi socio-sanitari a far fronte a questi impe- 
gni, il ruolo degli enti ospedalieri è ancora preminente, 
nonostante si vada verso altre realtà istituzionali, la par 
tecipazione degli operatori e dei cittadini nelle scelte è 
sempre più mediata e filtrata dai partiti e non vi è spazio 
per una partecipazione diretta. 
Sono tutte questioni che assommate alle valutazioni so- 
pra indicate ci hanno indotto a esprimere un voto di 
astensione sul progetto di legge. 


114 


Il piano sanitario regi ò 
Tano stiano regionale è stato senza dubbio l'atto le 
gis più importante, nell'ambito della sanità o, 


to dalla nostra Region toinun e 
L egione. Uscitc 2. 
g o a fase politica ancora 


t SIE 

SE usa © dalle maggioranza governativa di unità na- 

ra : pià iniziava a scricchiolare, esso risente inevi 
te di quel clima politico; ci pare, anche alla luce 


RADI FRESE x 
det fatti succ ivi, che il commento che facemmo allora 
ento che fa Il 

sia ancora estremamente valido. S 5 


116 


PIANO SANITARIO REGIONALE: 
SI RAZIONALIZZA MA NON SI CAMBIA 
(dicembre:1978) = 


E così nell’indifferenza pressochè generale, dopo due an- 
ni di rinvii, il consiglio regionale ha approvato la legge di 
piano sanitario con i voti favorevoli di PCI - PSI - PRI e la 
benevola astensione della DC che ne ha condizionato il 
contenuto anche attraverso la presentazione di numerosi 
emendamenti. 
Ciò che ci appare grave è che questo ritardo nell’approv, 
zione della legge e i due anni trascorsi dalla prima pre 
sentazione delle linee direttive del piano, non sono serv iti 
ad aprire quel vasto dibattito di massa necessario per 
coinvolgere in scelte così importanti intanto gli operatori 
della sanità e inoltre altre strutture di base quale i quar- 
tieri, i consigli di fabbrica, ecc. Il dibattito è rimasto 
chiuso all’interno delle mura del consiglio regionale, tut- 
talpiù con qualche incontro con le segreterie regionali 
delle confederazioni sindacali o con «esperti» della medi- 
cina, professori universitari e così via. E così (anche gra- 
zie alla sostanziale passività del sindacato) pochi, anche 
nel settore sanitario, hanno avuto la possibilità di cono- 
scere, discutere e contare qualcosa nella definizione di 
questo'piano..Il frutto di queste lavoro di vertice, di que- 
sto dosaggio per non colpire le notevoli suscettibilità pre- 
senti nel mondo sanitario, ha determinato la formazione 
di un piano di mera razionalizzazione {attraverso le fusio- 
ni e le incorporazioni degli enti ospedalieri) che non sc 
glie affatto alcuni nodi principali quali il ruolo dei con- 
sorzi, il loro rapporto con le amministraizoni ospedalie- 
l’organizzazione del lavoro, il ruolo della medicina 
privata, la questione della spesa sanitaria e questo solo 
per citare alcune delle questioni più grosse che rimango- 
no insolute. 


Un rigido contenimento della spesa sanitaria, 
ma non la lotta agli sprechi 


Ad esempio il piano ha tra i primi articoli (art. 2) l’obietti- 
vo di un rigido contenimento della spesa sanitaria che, 
dal momento in cui non si parla nè di diver 
dell'acquisto delle attrezzature sanitarie nè di una produ- 
zione diversa dei farmaci, nè di un uso diverso delle Afm 
per quello che riguarda l’uso dei farmaci ecc ignifica in 
realtà un collegamento con la linea che da tempo la Re- 
gione ha del blocco delle assunzioni nelle strutture socia- 
li, di una concezione della mobilità (art. 27 e 34) che la- 
scia largo spazio di interpretazione alle amministrazioni 
ospedaliere con grossi pericoli per gli interessi dei lavo- 
ratori e significa anche un rendere del tutto vuota l’affer- 
mazione del piano secondo cui il piano stesso poggia le 
proprie basi nell'azione dei consorzi socio-sanitari. 


sa gestione 


La realtà dei consorzi socio-sanitari 
e dei comprensori 


Tra l’altro questi ultimi dopo una brev stagione di vitali- 
tà, svuotati di ogni potere, soffocata la partecipazione dei 
cittadini attraverso la delega ai vari esperti politici, con 
un rapporto subordinato e spesso inesistente con le am- 
ministrazioni ospedaliere, sono divenuti di fatto grossi 


carrozzoni burocratici, che svolgono tuttalpiù una nor- 
male routine ambulatoriale. Vi è poi l'affidamento in sè 
giusto ai comprensori della formazione dei piani sanitari 
dei comprensori medesimi, ma con una situazione di 
comprensori stessi che oltre ad essere asfittici dal punto 


di vista di organici, attrezzature ecc. lo sono molto di più 
dal punto di vista politico proprio per la loro natura ibri- 
da, in mancanza di un non scioglimento del nodo dell’en- 
te intermedio e della funzione ormai anacronistica degli 
enti provinciali. 

Ma la cosa più sconcertante è il pensare, come hanno pro- 
pagandato PCI e PSI, di avere realizzato una legge che in- 
nova grandemente il settore sanitario nella nostra regio- 
ne; sconcertante soprattutto perchè senza cambiare pro- 
fondamente certe concezioni dell’organizzazione del la- 
voro e lasciando spazio alle case di cura private (che ven- 


sono considerate nel piano integrative al IR pebbI 
c i iuntive Cc empo - 
3 3 e aggiuntive come da tempo n 
co e non semplicemente agg come d Di 
chiediamo) non si può davvero pensare di cambiare ì 
o di fare sanità. : da e 
ra i consorzi sono imbelli di fronte ai I a 
(es. inquinamento e degrado ambientale) che si ve a 
(o) quando ad es. nel contempo cena per) SOG 
i zoli un futuro di SpA (cosa pol. nu 
ortopediche Rizzoli ur o aa 
aio '80 c stra astensione) con ssio 
nel febbraio ’80 con la nos ono Con BIT 
i privati si può certo sbandierare cor 
ne di privati, non si può o ad I 
i che affronta tali temi in questo 5 
vo un piano che affron i pre È 
rà es na istanza debole co i 
Come potrà ad esempio ur letale 
i sinora avulsa dai problemi ospedalie 
sorzio, o sinora avulsa oblemi ospedali AS 
comprensorio, dirimere questioni che si ver Roo 
re tra grossi enti ospedalieri all'atto della oca Di . 
Basterebbe fare alcuni esempi, tipo il Sant'Orsola 
Malpighi a Bologna. 


Il rapporto con l’Università 


K Lt Sea 
Era necessario allora dire di più e meglio nel pi RA 
prattutto definire con maggiore precisione i 
dell'università in questo ambito. So PRERSTE 
Ma se ciò non è stato fatto è perchè a = dibe 2A 
pesi ESTE cera aan rap 
i esse i dire teressati si è preferito 1 P 
coinvolgesse i diretti in $ SIRAZI 
: cattedratici e con le singole amministrazioni os 
con i cattedratici e con le singole nn DL 
iere, taglie COSÌ ri per l'ennesima a 
daliere, tagliando così fuor nni 
ì -esto è significativo che ad esempio la legge s 
tori. Del resto è significa i ; ; sn) 
ichiatria regionale, fu discussa in un conveg 
la psichiatria regionale, fu dis NI UnICOnNeEno nos 
blico a Bologna, alcuni giorni dopo che era già stata ap 
in consiglio regionale. 
rovata in consiglio reg [ I ì TALI 
Menca quindi un discorso chiaro 2% apporto pepedal e 
È i he TZ svolgere 
itorio e S rerso ruolo che dovranno svolge e 
territorio e sul diverso r che rann CE 
amministrazioni o Sep: sur es 
è sì come Ss stione della tutela della materi , 
tà; così come sulla ques È i es 
l'i ic ’età evolutiva (art. 16) non si S 
dell'infanzia e dell'età evo t SA 
E ande poste in questi mesì | o 
sta adeguata alle dom ( a 
vazione della legge sull'aborto) dalle donne, in ter- 
l'approvazione della legge s E COnDG ISE 
cai potenziamento della rete e e ne co S 
aggiornamento per il personale aperti ali SANA LE 
Si parla invece di aprire un centro per provincia A oa 
fidare i compiti di cui sopra; ma ciò in mancanza € e 
qualsiasi discorso sugli organici che non ci sono, sul 


119 


si di riqualificazione che non si mettono in piedi a una ri- 
valutazione e a una ripresa dei gruppi famiglia, di cui 
non si dice più nulla. 


La questione degli ambiti territoriali 


Infine alcune osservazioni sugli ambiti territoriali; è cer- 
tamente vero che un discorso necessario nella nostra re- 
gione era anche una razionalizzazione della rete assisten- 
ziale e ciò è in parte previsto con le fusioni degli enti 
ospedalieri e la definizione di nuovi ambiti territoriali; 
su di ciò si è aperta una polemica tra le forze politiche, 
che appare il più delle volte slegata da quelli che sono i 
bisogni delle masse; cioè ci si è limitati a sentire i pareri 
dei comuni interessati (es. Calderara di Reno, Anzola 
Emilia, Granarolo) senza sentire gli operatori di quei con- 
sorzi e la cittadinanza. Ebbene su di ciò noi diciamo sem- 
plicemente che questo modo di procedere non ci piace e 
che quindi non ci schiereremo per questa o per quella so- 
luzione, in assenza di un dibattito reale tra la gente, ma 
certamente possiamo dire che saremo contrari a che in 
futuro qualcuno pensasse alla creazione di maxi consorzi 
socio-sanitari, che snaturerebbero il discorso del decen- 
tramento e della territorializzazione e che fatalmente av- 
vantaggerebbe le grosse città a scapito dei piccoli centri, 
accentuando quegli squilibri tra città, campagna e mon- 
tagna, che a parole, tutti dicono di voler superare. 

Il nostro orientamento è quindi nel complesso negativo, 
in quanto nel piano si punta ad una razionalizzazione at- 
tuata con un verticismo notevole (anche la creazione di 
un comitato tecnico consultivo art. 12 crea in noi nume- 
rose perplessità) e per le mediazioni con la DC, tesa a sal- 
vaguardare gli interessi privati, e con un rapporto tutto 
diplomatico e subalterno con l'università. 

Per questo continuiamo a criticare il modo col quale nel 
consiglio regionale si è giunti a questa discussione; di qui 
il nostro impegno, a una lotta che modifichi questi orien- 
tamenti negativi, che mutuati dalle scelte nazionali, si ca- 
lano ora anche nella nostra regi 

Si tratta di aprire quel dibattito e quella lotta di massa 
che purtroppo procede a balzi sui problemi della difesa 
della salute, ma che proprio per la sua importanza rima- 
ne uno dei terreni fondamentali per battere la specula- 


120 


e delle società multinazionali e la gerar- 


zione dei privati 1 zionali SEGRE 
COZZA li interessi dei gruppi di po 


chizzazione degli ospedali e g 
Nimes di Novembre e Dicembre del IE EE 
regionale ha discusso due importanti I gi De o 
nitario e assistenziale. Una 1 uardante su e ad e 
dini handicappati e l'altra quella sull or a * 
Unità Sanitarie Locali così come disposto da a legg 
zionale 833 del 1978 sulla riforma Soa 

Si è trattato in entrambi i casi di una iscu Si 

ha posto in evidenza le concess i 
scelte nazionali in 


mpegnata, che 
Das > 
he rispetto a scelte 


esempio fatte dalla nostra regione all 
questo campo, con arretramenti ance 
eccedenti della stessa regione. i, ì 308 
PEA mo -so in entrambi i casi a evitare, 
Il nostro intervento ha teso in entra nb A 
»] caso della legge sugli handicappati, un ta du 
For ali per quanto riguarda la leg 


mente assistenzialistico e SI 


istitutiva delle USL, a tentare di ou ce ni 

coinvolgimento dei cittadini per far sì ca o era 
i stessi »r contare nella gestione delle ; 

ni stessi a poter contare 8g SCRICANSO sei 

sto secondo caso abbiamo presentato alcuni nta È 

ti, d lc 'artici sce: 9, alcur e 
i, di cui parlere nell'articolo successivo, i 

ti, di cui parleremo 1 artic succes: a o 
uali Sion accolti e di qui, pùr criticando l Spi o, 
ne di fondo della legge, le ragioni del nostro voto di aste 


sione. 


=" — =C‘lIEE.. 


La posizione sulla legge 
regionale che istituisce le USL 
(Unità Sanitarie Locali) 


RR azio ELE 
È ana delle Unità Sanitarie Locali giunge in 
ga ca o certamente non elevato della lotta per la sa 
stro paese, nonostante esis i i 
lufe:nel'no paese, nor esista oggi la necessità 
a di intensificare l'impegno in un settore che ser 
re di più si rivela inadegu ai iti affi 
i adeguato ai compiti che gli s i 
DI di pila nica nadesuzioni piti che gli sono affi- 
a ue senso proprio riprendendo lo spiritolcol 
a spo intese e USL da quel vasto movimento di 
gini ani sviluppatosi negli anni scorsi, che ve- 
ie a per sfuggire al centralismo, al 
sua ai dra egli ospedali e alla loro gerachizzazione 
efficace strumento per ris re a livello di 
come e solvere a livello di ter. 
ritorio numerosi fi i 7 COCA IcTip 
si problemi per la s > dei i 
p p i per la salute dei lavoratori e 
É 


lei cittadini in generale i 
Sn ci Sere: ale (proprio perchè è a livello del ter- 
SR sd sviluppano e si determinano le cause delle 
Iena ISS g ati di handicaps), ci pare di poter afferma- 
ai ar a con la quale è partita la relazione in- 
OI a di questa legge, e cioè una valutazione positiva 
a lege STE : ta S ; 
c TR Sa conseguenza di una serie di leggi fatte 
a ‘egionale, non ci trova consenzi i (See 
CR ai ’ ‘a consenzienti pri % 
chè lo spir alla 833 e A PIOPLO:PER 
Co LEO de a 833 ed anche di varie leggi cegionali è 
ESE O) iettivi espressi in questi anni dalle lotte 
Si SA le: di cui vi è ben poca traccia nella legge 833. 
1976 con E a) ivo neigne di tendenza iniziata nel 
e logiche delle larghe intese e dell’ ‘aloni 
asta g ese e dell'unità nazio- 
D ‘ el campo della sanità ha i 
paso no) Melscari a sanità hanno dato i lor 
TA RE regione, con un progressivo “prisma 
alle ss a ; : SAZESo È et 
CIN poss nazionali, un impoverimento della 
Soa E e sorta con la formazione dei consorzi 
socio-sa ri e un arretramer iz SER 
sione ento sul piano della parteci- 
Poco 0 asiè fe 
one è fatto per contrastare lo strapotere delle 
Da 2 CE e prova ne è il ruolo del tutto 
arginale delle AFM che in poco si dis 
ari € o si discostano dalle far. 
macie private e dell’aff DE Ricloe 
a ER tale e dell affiancamento della nostra REzioNe 
n a per quello che riguarda il ticket 
£ d È vedi legge regi e l'assis 7 
DR CONICO) gge regionale sull'assistenza far- 


iguarda la partecipazione che viene 
o regionale, e che viene richia- 
mata anche nella relazione illustrativa di questa legge, in 
particolare là dove si parla della formazione dei piani 
comprensoriali, c'è da rilevare come questi piani venga- 
no formati quasi in segreto senza sentire quasi mai l'opi- 
nione degli operatori del settore, per poi non parlare di 
assemblee pubbliche nelle quali i cittadini possano espri- 
mere il loro parere e portare il loro contributo. 

La progressiva e continua istituzionalizzazione e partiti 
cizzazione del confronto a livello delle strutture consorti 
i è del resto dimostrata da molti esempi, basti per tutti 
effettiva marginalità nella quale è stato confinato il mo- 
vimento delle donne nella gestione dei consultori. E que- 
sta idea ristretta della democrazia, secondo la quale tutta 
a vita sociale del nostro paese deve essere filtrata e di- 
retta dai partiti per avere un qualche peso, viene ricon- 
‘ermata in questa legge quando rigidamente si prevede 
che i componenti delle assemblee USL debbano essere so- 
o consiglieri comunali o circoscriziali, il che è riduttivo 
non solo per le ragioni sopra esposte, ma anche dal punto 
di vista tecnico; non ci pare 


» che siano poi così tanti i con- 
siglieri comunali che si interessano e seguono questi pro- 
lemi. 

A questa esclusione di altri cittadini si è cercato di rime- 
diare con l’art. 11 della legge, nel quale per il comitato di 
gestione delle USL si prevede la possibilità di nominare 
esperti anche al di fuori dei consiglieri comunali, con vo- 
to consultivo, ma ciò a noi non solo appare anacronistico, 
dal momento che esiste un’ clusione poi nelle assem- 
blee, ma anche la riproposizione del solito esperto «neu- 
tro» (che poi quasi mai è neutro, ma appartiene a un'area 
politica ben precisa) che è ormai consuetudine mettere in 
ogni comitato, sottocomitato, ecc. che la Regione forma 
per le più svariate materie. 
Anche qui ribadiamo che non 
zione che noi propugnamo e € 
non è la fagocitazione dell'espert 
cipazione degli utenti e che, es 
blee, è certo che questa non sar 
In questo senso avevamo presentato un 
che consentisse che nella formazione delle assemblee del- 
le USL un quinto almeno dei componenti fosse lasciato a 
cittadini non consig ircoscrizionali; 


Per quello poi che r 
sempre decantata a live 


è questo il tipo di partecipa- 
he ciò di cui vi è bisogno 
o, ma un'effettiva parte- 
cludendoli dalle assem- 
favorita. 


emendamento 


lieri comunali, nè cii 


emendamento che è stato respinto proprio in ossequio a 
quelle concezioni della partecipazione di cui abbiamo 
parlato prima. 

La legge inoltre registrava un altro arretramento per 
quel che riguarda la forma-icne di un'unica USL per il 
territorio della città di Bo!cgna e dei comuni di Anzola 
Emilia, Granarolo e Calderara di Reno, andando così alla 
creazione di una maxi strutti:ra contro la quale ci siamo 
sempre battuti e che contribuimmo a non far passare 
quando furono definiti gli arabiti territoriali delle USL, 
che appunto prevedevano tre ambiti per Bologna e comu- 
ni limitrofi; da qui il nostro voto favorevole in quella cir- 
costanza e le ragioni, in questo caso, di un nostro emen- 
damento che proponeva di aitenersi a quelle decisioni. 
Dobbiamo sottolineare come un fatto positivo che, dopo 
diverse riunioni fra i vari gruppi consiliari e la Giunta, 
tale emendamento sia stato sostanzialmente accolto, evi- 
tando così di compiere una scelta che sarebbe stata 
senz'altro piena di negative conseguenze. Altro emenda- 
mento da noi presentato e che è stato accolto, è quello ri- 
guardante la necessità di articolare anche a livello delle 
USL l'intervento per l'interruzione della gravidanza, così 
come da tempo va richiedendo il movimento delle donne; 
ora a noi pare che l’aver inserito tale possibilità in questa 
legge non sia di per sè decisivo per far sì che questa pos- 
sibilità venga effettivamente realizzata, ma crediamo 
possa rappresentare un indubbio aiuto nella lotta in atto 
in questo campo. 

Altri rilievi ancora abbiamo avanzato e riguardano l’or- 
ganizzazione dei servizi, dove si ripropone una gerarchi 
piramidale di tipo ospedaliero con nomine di coordinato- 
ri fatte in modo che certamente non garantiscono la col- 
ialità della direzione dei servizi. 
i tratta quindi di una legge importante e che, pur dove- 
rosa e giusta in quanto va a definire la costituzione delle 
USL, per le quali ci siamo sempre battuti, registra una 
impostazione negativa sul piano della partecipazione, 
della gestione e dell'effettiva funzionalità del servizio. 
Del resto la posizione che in questo settore abbiamo volu- 
to sempre tenere, tenendo anche conto del particolare 
momento che stiamo attraversando nel campo della sani- 
tà, non è certo mai stata di contrapposizione con le scelte 
della Giunta, e lo abbiamo dimostrato anche col voto fa- 
vorevole sugli ambiti territoriali delle USL; ma coerente- 


124 


rr F_r&@ 


empre assunte dal nostro gruppo, 
li arretramenti di questa legge, 
damenti di migliorarne il testo 
dificare alcuni punti, come ab- 
biamo cercato di spiegare in questo ao aiar 
to con queste considerazioni che SENO che 200 si 
astensione espresso dal compagno Coniglio Sal ato p 

namente rispondente alla necessità del momento. 


mente con le posizioni s 
abbiamo sottolineato g 
cercando con nostri emen 
e in parte riuscendo a mo 


Una legge a favore 
dei cittadini handicappati 
Le ragioni del voto di astensione 


Una legge a favore dei cittadini portatori di handicaps è 
stata approvata nelle scorse settimane dal consiglio re- 
gionale. Si tratta di una legge che affronta un grave pro- 
blema sociale sempre trascurato, non solo a livello della 
legislazione nazionale, ma soprattutto negli interventi 
concreti che ogni giorno le istituzioni compiono. 

Anche in questo caso vale il discorso che già altre volte 
abbiamo fatto sul ruolo di emarginazione nel quale sono 
confinati tutti coloro che non sono più immediatamente 
produttivi per la società e per la assoluta mancanza di 
iniziative a livello nazionale, ma anche a livello locale, in 
tema di barriere architettoniche, che rendono di difficile 
attuazione l'inserimento del cittadino handicappato. 

La legge approvata può senz'altro essere classificata co- 
me una legge di stampo prettamente assistenzialistico, 
essa subisce infatti il riflesso negativo delle proposte 
contenute in una proposta di legge del gruppo della DC, 
dove il ruolo assistenziale della regione veniva ulterior- 
mente accentuato, con ampi spazi all'iniziativa privata, 
che sappiamo essere assai agguerrita nel campo dell'a 
stenza agli anziani e agli handicappati; anche se spe 
con fini di lucro e non già di servizio. La legge infatti 
stanzia alcuni miliardi per consentire l'inserimento degli 
handicappati nei luoghi di lavoro e certo non è cosa di po- 
co conto, ma si tratta pur sempre di un aspetto limitativo 
della questione. 
Ciò di cui vi sarebbe bisogno, è lo-abbiamo sottolineato 
nell'intervento svolto in consiglio dal compagno Coniglio, 
è un intervento teso a sviluppare i servizi di riabilitazio- 
ne e di assistenza domiciliare tanto carenti oggi e che so- 
no la premessa necessaria per un ruolo meno ghettizzato 
dell’handicappato nella vita di ogni giorno. Del resto que- 
ste mancanze sono evidenziate dall'attività di ogni giorno 
dei consorzi socio-sanitari, incapaci di far fronte non solo 
all'assistenza agli handicappati, ma anche a quella degli 
anziani, come abbiamo sottolineato nella discussione che 
vi fu in consiglio sulla legge a favore degli anziani. Inter- 
venti quindi parziali e permeati di un forte spirito assi- 


126 


is sizioni espresse 
stenzialistico e troppo spostati Sulle posizione SES 
dalla DC, ed è proprio per queste Fagioni Cc ca 
1 i avorevole su una S 
s re un voto favorevole su u 
mo potuto esprime ol ea 
ri re ro essere le più ampie converg 
nella quale vi dovrebber xe RE 
e e di sini ; ma pur afferman h 
ze tra le forze di sinistra; and: : 
SS che questo provvedimento sana una lacuna nella no 
stra legislazione region 


voto di astensione. i x x DN 
Eicrito a questo problema rimandiamo anche al pro 


setto di legge sull’eliminazione delle Danticro architetto- 
niche presentata dal nostro gruppo il 28/2/80. 


ale, e da qui le ragioni del nostro 


INTERVENTO SULL’ATTUAZIONE 
DELLE DIRETTIVE C.E.E. 
IN AGRICOLTURA 


25 Maggio 1976 


Carlo Coniglio - pdup 


Signor presidente, colleg 
nell’esprimere il giudizio su 
sulla attuazione delle direttive 
delle scelte in cui si collocano le direttive GEE:e 
statale di attuazione, non si può non fare riferimento 
situazione attuale per quello che si riferisce alla c 
profonda non solo dell’ag coltura italiana ma alla crisi 
più complessiva del paese, caratterizzata dalla diminu- 
zione netta della produzione industriale, da alti livelli di 
disoccupazione, da una inflazione che si mantiene note- 
volissima, da una forte accentuazione degli squilibri zo- 
nali e settoriali 
È vero quanto ttolinea nella relazione, che le previ- 
sioni fatte in passato sull'Europa, come capace di reperi- 
re a basso prezzo prodotti agricoli sul mercato mondiale, 
puntando allo sviluppo industriale sono state smentite 
dai fatti. Oggi c'è penuria di prodotti gricoli alimentari, 
notevole in certi settori, e c'è una grave, per quanto 
ci riguarda, della bilancia alimentare; mentre vasta è la 
crisi in diversi paesi, fra cui il nostro, in campo industria- 
le per le scelte di sviluppo che ci sono state, con dati g 
vissimi di disoccupazione, e di ritorno degli emigranti. In 
tale quadro ritenere, come ha detto per esempio il rap- 
presentante della DC Felicori, che le direttive mantengo 
no la loro validità, che esse devono essere attuate con I 
ferimento alla imprenditorialità, cioè alla selettività e 
quindi alla economicità di impresa, con c i di forte 
esclusione e marginalizzazione delle aziende più deboli, 
| considerando ogni intervento pubblico o di nuove strut- 
ture o gestioni in a, oltura come collettivismo deterio- 
re e al limite autoritario, mi pare estremamente grave. 


Privilegiati i forti a danno dei deboli 


Secondo tale linea che critica le scelte, del resto ampia: 
mente condizionate dalle direttive CEE dal progetto re- 
gionale, il disegno diventerebbe quello di una esclusione 
dall’agricoltura di diverse altre migliaia di addetti gettati 
in un mercato, del lavoro ricco di disoccupati per la crisi 
degli altri settori e per le ristrutturazioni di massa in at- 
to, con riflessi sociali ‘e politici gravi per lo stesso potere 
sindacale e democratico, con situazioni gestibili in un 
quadro certamente pieno di rischi autoritari. 

Noi come partito di unità proletaria siamo convinti che, 
nel quadro di crisi profonda del processo d’integrazione 
capitalistico e delle scelte portate avanti dal capitalismo 
europeo, il dato della politica agricola CEE sia un esem- 
pio notevole di come la tendenza sia sempre quella di pri- 
vilegiare i forti a danno dei deboli, di emarginare per 
quanto riguarda l'Italia, la nostra agricoltura e la nostra 
realtà. Per cui riteniamo giunto il momento di una lotta a 
fondo contro le scelte fatte dalla comunità economica eu- 
ropea a livello generale e in particolare in campo agrico- 
lo; crediamo giunto il momento di una negoziazione nuo- 
va delle scelte e delle politiche a livello europeo nel qua- 
dro della avanzata di una alternativa di direzione econo- 
mica e politica in vari paesi e nella stessa Europa. 

Il nodo dell'agricoltura è per noi italiani fondamentale in 
quanto siamo i più colpiti dalla politica agricola comune. 
Nel periodo 1964-1972 agli interventi sulle strutture è 
stato riservato in nove anni una somma pari alla metà di 
quella spesa in un solo anno per il sostegno dei prezzi: 
questo ha determinato un allargamento della forbice fra 
le regioni ricche e quelle povere, tra agricoltura e indu- 
stria. 


Accentuato in agricoltura 
il processo di capitalizzazione 


Il nostro paese ha accentuato il processo di capitalizza- 
zione in agricoltura, con espulsione delle aziende deboli, 
abbandono e malcoltivazione di un numero altissimo di 
ettari. E il dato può riferirsi anche alla agricoltura emi- 
liana: infatti dalle tendenze di ristrutturazione che si ri- 


130 


cavano dal raffronto fra gli ultimi due censimenti si di- 
mostra come vi sia questa caratterizzazione anche in 
Emilia-Romagna ove si è avuta una diminuzione del nu- 
mero delle aziende pari al 17 per cento, della superficie 
pari al 6 per cento. Esaminando in dettaglio questi due 
dati si ha chiaro il processo di concentrazione della su- 
perficie in quelle aziende con oltre 50 ettari; queste sono 
aumentate sia nel numero che in superficie. 

Questo fenomeno di concentrazione capitalista varia di 
intensità a seconda delle zone. La montagna € la collina 
sono quelle più colpite; la diminuzione numerica è pari al 
23 per cento. Dei 295.800 ettari liberi ben 176.300 sono re- 
cuperati da aziende di ampiezza maggiore secondo i se- 
guenti criteri zonali, in pianura il 79 per cento della su- 
perficie liberata è recuperata dalle aziende con oltre 20 
ettari, in collina il 58 per cento delle aziende con oltre 50 
ettari, ed in montagna il 21 per cento di quelle con più di 
100 ettari. 

Da questi dati si vede come la terra liberata dalla crisi 
delle piccole aziende in pianura ed in collina dove più si 
adatta una «economica gestione aziendale» il terreno 
venga recuperato dalle aziende così dette vitali; in monta- 
gna il recupero è stato minimo e di fatto si è avuto l’ab- 
bandono della terra e il conseguente depauperamento 
idrogeologico. Questo ridimensionamento dell'azienda 
ha avuto come ripercussione una variazione sulla desti- 
nazione a cultura della superficie agraria; in particolare 
si sono avute perdite pesanti nei settori foraggeri, ortag- 
gi, e prato pascolo che calano di oltre il 30 per cento. 


L'anello di congiunzione 
tra sfruttamento rurale e urbano 


I cereali hanno subito perdite lievi in quanto è possibile 
la meccanizzazione integrale. Le colture arboree sono au- 
mentate solo nelle aziende comprese fra i 20e 50 ettari. 
Per quanto riguarda la zootecnia il dato che maggiormen- 
te colpisce, oltre a quelli già noti e di pubblico dominio, è 
quello che ci dice la diminuzione dei capi bovini in Emilia 
che in termini relativi è di gran lunga superiore ai dati 
nazionali: 71 per cento nazionale contro il 92 per cento. 


Da questi pochi dati è già possibile trarre alcune conside- 
razioni. La prima è che in Emilia, come del resto in tutta 
Italia, vi è stato un processo intensivo di concentrazoine 
capitalista che può essere riassunto così: ridimensiona- 
mento aziendale e crescente intensità dicapitali immessi 
per un minore impiego di mano d'opera; questo processo 
si è potuto ottenere soprattutto in Emilia ma anche nel 
resto d’Italia grazie alla crisi in cui versa l'azienda conta- 
dina di tipo precario. 

È in una situazione di questo tipo, in cui è presente il fe- 
nomeno del part-time, dell’invecchiamento delle forze la- 
voro e di fuga dalle campagne che va ricercato l'anello di 
- giunzione fra lo sfruttamento rurale e quello urbano. 
Questo è un fenomeno estremamente grave che verrà ac- 
centuato con l'applicazione delle direttive CEE. 

In Emilia-Romagna ci sono 198 mila aziende; di queste, 
stando alle cifre ufficiali, 83.000 sono da considerare 
marginali e quindi necessitano per il loro sostentamento 
di attività extra aziendale. Secondo altre fonti la cifra sa- 
rebbe molto superiore e più aderente alla realtà e le 
aziende da considerare marginali sarebbero il 40-45 per 
cento e possiamo presumere che buona parte di esse sia- 
no interessate al part-time. . 

Ciò significa che coloro che fanno il part-time per neces- 
sità sono doppiamente sfruttati, prima con il lavoro 
aziendale, poi con quello extra aziendale. 


L'azienda contadina 
in gravissime difficoltà 


Questo si verifica soprattutto in una struttura produttiva 
quale è quella emiliana, caratterizzata da fasce periferi- 
‘che di artigianato, piccola e media industria che impiega- 
no, sfruttano e necessitano di questo tipo di mano d’ope- 
ra. Questo fenomeno porta anche ad una incentivazione 
del lavoro precario e di quello a domicilio. Nell'ultimo 
decennio, per essere più chiari, lo sviluppo industriale, 
artigianale e terziario nella nostra regione è avvenuto in 
forma estensiva: le aziende artigiane ed il lavoro a domi- 
cilio con la formazione di cinture piccolo-industriali nei 
comuni periferici hanno creato e continuano ad aggrava- 
re il problema di marginalizzazione e proletarizzazione 
dei contadini. 


132 


L'esodo che a questo processo consegue è di tipo pendola- 
re, si ha l’operaia con un piede nell'industria e uno in 
campagna, il contadino bracciante e la lavorante a domi- 
cilio. Si è creata così quella figura di lavoratore ideale 
della pubblicistica corrente, ma che in realtà rappresen- 
ta l'anello di congiuzione fra lo sfruttamento rurale e 
quello urbano, che viene mascherato dalla cosiddetta «in- 
tegrazione città-campagna». 

L'acuirsi della crisi cronica agricola ha scatenato la cor- 
sa all’associazionismo come ipotesi di soluzione al deficit 
della bilancia alimentare. Ma su queste forme di associa- 
zionismo sarebbe opportuno diffondersi; io credo che 
non sia questa la sede, anche se su tali problemi dovremo 
quanto prima arrivare ad un dibattito preciso. 

Questo quindi per quanto riguarda l'Emilia. Per quanto 
riguarda la situazione più generale, riferendosi al perio- 
do 1960-70 abbiamo che la superficie utile è sensibilmen- 
te diminuita (— 6 per cento). Il numero degli occupati è 
diminuito del 41 per cento e oggi sono circa 3 milioni e 
mezzo. Su 3 milioni e 600 mila aziende il 76 per cento 
hanno ampiezza non superiore a 5 ettari ed occupanò il 
7-18 per cento della superficie agraria, ma in esse lavor- 
no i 2/3 dei 3 milioni e mezzo di occupati. Con la linea del- 
a forte selettività ed economicità di impresa la margina- 
izzazione e la espulsione per moltissime di queste azien- 
de è evidente. Abbiamo così un calo della produzione, di- 
soccupazione, fatti sociali gravissimi con la necessità di 
ripensare ad un processo di trasformazione dell’agricol- 
tura, che, secondo noi, non può poggiare esclusivamente 
sulla azienda contadina oggi in gravissime difficoltà, nè 
su una agricoltura fatto privato di chi ci lavora, dando a 
tutto il problema un taglio corporativo consono al tipo di 
subalternità, che vi deve essere per certe forze, soprattut- 
to per la DC, dell'agricoltura rispetto all'industria e alla 
penetrazione finanziaria nel settore. 


Occorrono forme nuove 
di conduzione e gestione 


Noi riteniamo che il problema dell’agricoltura debba es- 
sere collocato in un disegno di trasformazione più com- 
plessiva dell'economia del paese, e di esse devono farsene 


133 


— e = ==» 


carico lo stato, le regioni, le rappresentanze elettive, le 
forze sindacali e di massa, ma non solo quelle dei conta- 
dini, anche quelle degli operai, degli altri lavoratori per- 
chè l'agricoltura ritrovi un suo ruolo attivo, non subalter- 
no rispetto all'industria e che sia foriera anche di nuovi 
indirizzi in campo industriale. 
E siccome c'è crisi di produzione in molti settori 
agricolo-alimentari, crisi della bilancia alimentare che 
ormai sta superando anche i dati del deficit petrolifero, 
vi è disoccupazione, vanno visti gli opportuni interventi 
per rimediare a tali fatti e le direttive CEE per quanto ri- 
guarda i primi due aspetti dell’ammodernamento e 
dell'esodo non rispondono alla crisi attuale come ho det- 
to prima. 
La crisi della piccola azienda contadina, le terre abban- 
donate ed incolte, le terre pubbliche degli enti morali di- 
sponibili dimostrano che è necessaria la ricerca di forme 
nuove di conduzione e di gestione superando i vecchi con- 
tratti agrari e nel quadro dei piani zonali portati avanti a 
livello comprensoriale ed in cui l'intervento pubblico de- 
ve muoversi sia sul piano della creazione delle infrastrut- 
ture agricole, canalizzazioni, irrigazioni ma anche delle 
infrastrutture sociali che sono urgenti per permettere 
anche condizioni civili adeguate a chi oggi vuole lavorare 
sulla terra. 
Quindi è utile, ad esempio, che nelle zone i piani cultura- 
li, li presentino tutte le aziende, non solo quelle che vo- 
gliono adeguare l'azienda stessa, che vengano fatti pro- 
mozonali dal comprensorio e piani di accorporamento di 
aziende, con forme associative e cooperative anche a pro- 
prietà divisa rispondendo a criteri più validi di gestione e 
di conduzione a proprietà indivisa, che ha dato ottimi ri- 
sultati proprio qui nella nostra terra. E che vengano af- 
frontati quindi con forza facendosene carico sia i conta- 
dini che la classe operaia, proprio per il fatto che tuttii 
giorni si adoperano i prodotti alimentari, che aumentano 
continuamente di prezzo, i nodi oltre che della produzio- 
ne e del MEC, anche del costo dei mezzi tecnici, dei ferti- 
lizzanti, mettendo quindi in discussione anche le scelte 
industriali e il ruolo svolto nelle campagne dalla Feder- 
consorzi. A questo riguardo la Federconsorzi era uno dei 
nodi che dovevano essere sciolti dal centro sinistra; lo ab- 
biamo invece vivo e vegeto sulle nostre spalle. 


134 


Anche l’agricoltura 
ha bisogno dei giovani 


I problemi di disoccupazione, i problemi delle scelte che 
pure vengono avanti, ad esempio nella facoltà agraria, da 
parte di studenti, di giovani diplomati e laureati possono, 
a nostro parere, creando le condizioni civili valide, per- 
mettere, ad esempio, una prospettiva di occupazione dei 
giovani nell’agricoltura attraverso la costruzione di coo- 
perative di gestione sulle terre incolte e malcoltivate, non 
smobilitando in maniera abnorme e senza regolamenta- 
zione il patrimonio agrario pubblico, ma cercando di 
coordinarlo, di gestirlo con fini di programmazione e con 
risultati economici e sociali che possono essere validi. 
Io credo che noi qui rileviamo non solo a livello locale 
una delle lacune più grosse; cioè di fronte ad un dato di 
fondo di disoccupazione giovanile vi è il fatto che non si 
riesce ancora a formulare una proposta adeguata di oc- 
cupazione per i giovani nell’agricoltura che pure è un set- 
tore che da parte di tutti si riconosce come settore che de- 
ve essere rilanciato anche per bloccare quello che è l’alto 
deficit alimentare della nostra bilancia. 

Solo in tal modo penso si potrà arrivare ad una soluzione, 
ad una fuoriuscita in positivo dalla crisi attuale ed è chia- 
ro che per uscire in positivo occorre mutare il sistema 
con cui si è andati avanti fino ad oggi. Allora l'intervento 
regionale limitato in tale caso dalle direttive CEE e da 
una legge nazionale che non è certamente solo di princi- 
pio, deve tradursi in provvedimenti che affrontano i nodi 
detti sopra; non ci si può limitare, l'abbiamo già detto 
nella discussione sul bilancio e in altre occasioni, da par- 
te della regione a muoversi solo nell’ambito dell’attuazio- 
ne delle direttive della CEE, occorre ripensare ad una po- 
litica di intervento agricolo che sia capace di dare rispo- 
sta ai problemi che oggi abbiamo, delle nuove produzioni 
e soprattutto dei problemi dell'occupazione. 


Un ruolo dei comprensori 
che non sia solo istituzionale 


Per quanto si riferisce al progetto regionale, osservato 
che si muove strettamente nel quadro di scelte che non 


135 


condividiamo, si è cercato all’inizio di fare uno sforzo per 
fuoriuscire in qualche modo dalle strettoie poste dalle di- 
rettive e dalle legge nazionale e quindi per cercare di con- 
tenere quelle tragiche conseguenze che ne deriverebbero 
applicando le direttive con 7 criteri selettivi richiesi ad 
esempio nell'intervento fatto dalla DC. Noi riteniamo pe- 
rò che nel dibattito in commissione si sia arretrato da 
questo tentativo, si è fatto un passo indietro per quanto 
riguarda questi aspetti e soprattutto per l'attacco che è 
venuto alla giunta dalla Dc. S 
Io credo che nel prosieguo di discussione e nella discus- 
sione degli emendamenti sarà opportuno soffermarci con 
maggiore attenzione su queste questioni. Alcune questio- 
ni noi vorremmo sottolineare che possono essere la base 
per un dibattito e una mobilitazione nuova che dal basso 
ci permetta anche di superare, di contenere e di battere 
le tragiche conseguenze dell’applicazione delle direttive 
CEE. 
Un discorso è quello relativo al ruolo dei comprensori e 
soprattutto alla formulazione dei piani zonali. Io credo 
che i comprensori possano essere il momento non solo 
istituzionale, ma anche di mobilitazione e di elaborazio- 
ne, di piani in agricoltura capaci di far diventare l'ag 
coltura, le scelte da farsi in questo settore, patrimonio 
non solo di coloro che ci lavorano cioè dei contadini, ma 
di tutta la collettività e che possano essere mobilitati sul- 
le scelte, sulle decisioni da prendere non solamente le or- 
ganizzazioni professionali dei produtori ma di tutti i la- 
voratori della terra, di tutti i lavoratori della città e delle 
zone su cui il comprensorio opera € insiste. 


Il respiro da dare alla 
socio-informazione 


Quindi io credo che questo sia l'elemento determinante 
da tenere presente, senza rinchiudere viceversa tutto nel. 
la logica corporativa, nella logica delle organizzazioni di 
categoria così come vuole la Dc con i fini precisi che pri 
ma sottolineavo. In questo senso quindi tutte le attività 
relative alla formazione professionale, relativa alla socio- 
informazione devono avere questo respiro; non devono 
essere un aspetto corporativo, chiuso, ma devono avere 


136 


un momento forte di direzione, di organizzazione da par: 
te della regione, da parte dei comprensori in ene 
che la stessa formazione professionale sia collegata ai 
piani di sviluppo e si saldi la scuola a quelli che devon 
essere gli sbocchi occupazionali, che bisogna Coe x 
costruire appunto con un dibattito e scelte comuni a li 
vello della formazione professionale e a livello delle fi È 
mazioni dei programmi di sviluppo. SIRO 
Così sulla socio-informazione; questo è un compito mol 
papontente e noi crediamo che anche su dieta son Ss 
Cope andare a forme di autogestione esclusiva come 
€ d crazia cristiana attraverso l'organizzazio- 
ne di queste attività lasciate ai produttori e alle organi 
zazioni professionali. Noi riteniamo, proprio DESES vo- 
gliamo che l'agricoltura diventi un fatto di.tutti e non si 
limitato in maniera corporativa, che anche questo dis == 
erica socio-informazione abbia un forte EIA 
ratterizzazione pubblica regionale e comprensoriale e 
ea orsnente rappresentativa degli interessi si 
Ecollettiv ha ae en un’interazione che vi deve 
‘a scelte che si fanno in agric ra e scelte che 
carono essere portate avanti in fia SS, 
no edo che in questo senso le linee del progetto 
i legge che esce dalla commissione, dopo anche l’attace 
che ne è venuto da parte della Dc, seguono del tutto le di 
rettive CEE che noi riteniamo negative e che dev ‘ono x 3 
re riviste profondamente per lo sviluppo non par 
dell'agricoltura ma per lo sviluppo diverso e democrati Si 
del nostro paese. In questo senso, quindi, tutto quello ne 
prezremo a fare anche nella discussione degli SE 
enti per poter creare le condizioni per NI e 
mento dei limiti e dei dci i 
ve comunitarie, oltre che invitare la giunta a darsi Sad 
porre ue poncio che non si I orasIoHer 
ettoie di queste direttive, noi cerchere di far 
legando anche il nostro voto sul O ea Si Ci 
tato che uscirà da tutta la discussione. Pe 


Intervento sul progetto di legge 
regionale su: 
utilizzazione delle terre incolta 


Signor presidente e colleghi, alcune brevi notazioni in 
merito ad un progetto di legge di attuazione di una legge 
nazionale che riveste indubbiamente una notevole impor- 
tanza e che nella discussione ci ha posto di fronte alcune 
questioni di fondo relativamente a problemi anche costi- 
tuzionali in merito alla tutela o meno del diritto di pro- 
prietà, problemi sollevati in particolare dal consigliere 
Fiorini il quale dimentica sempre come nella nostra Co- 
stituzione si parli di funzione sociale della proprietà 
quando evidentemente questa funzione sociale non vi è. E 
come su altri problemi (mi viene in mente adesso il pro- 
blema della case tenute sfitte, sempre più di grossa attua- 
lità e che ridiscuteremo a breve anche in questa sede), 
così per quanto riguarda la proprietà abbandonata, as- 
senteista in agricoltura nel caso si apra la possibilità di 
una sua utilizzazione sociale su domande di persone, di 
cooperative, di enti, di società, di privati, interessati a da- 
re un ruolo ad un recupero della funzione produttiva, oc- 
cupazionale, sociale, di equilibrio idrogeologico, ecc. di 
queste terre, di fronte a un problema di questo genere rl- 
teniamo si debba cercare di dare una risposta che, a livel- 
lo nazionale, si è cominciata a dare con questa legge na- 
zionale e che credo anche in tempi rapidi appunto si deb- 
ba dare con l'attuazione della legge regionale. Io non cr 

do si debbano contestare una serie di valutazioni fatte da 
altre forze politiche sul perchè queste terre sono abban- 
donate. 
Il consigliere Fiorini ha detto che sono terre poco produt- 
tive, che è inutile andare a fare uno sforzo in questa dire- 
zione: qui si è verificato, evidentemente, un abbandono 
che ha motivazioni economiche e ogni sforzo teso a que- 
sto recupero sarebbe uno sforzo costoso e non favorevole 
alla collettività. Io credo che noi qui dovremmo, evidente- 
mente, analizzare il tipo di sviluppo che si è avuto nel no- 
stro paese, non solo nell'ultimo trentennio, il tipo di eso- 
do di massa che vi è stato dalle campagne alla città, l'illu- 
sione che abbandonando il settore primario dell’econo- 
mia e sviluppando un certo tipo di industrializzazione vi 


138 


fossero poi altri che pensavano ai nostri problemi ali- 
mentari, di produzione agricola, di equilibrio idrogeolo- 
gico; abbiamo visto come la lezione che si può trarre nel 
paese e in altri è che l'abbandono del settore primario 
dell'economia è un abbandono nocivo a tutto lo sviluppo 
economico e sociale. Questo sappiamo benissimo in che 
termini l'abbiamo pagato: in termini di importazioni e di 
deficit della bilancia commerciale, l'abbiamo pagato in 
termini di squilibrio, in termini culturali e di scasso cul- 
turale. Se pensiamo il perchè questo esodo si è verificato: 
abbandono delle campagne da parte delle giovani genera- 
zioni contrarie a lavorare la terra per una mancanza di 
strutture sociali, civili, le abitazioni, la scuola, tutti quei 
servizi che nel nostro paese si è trascurato di sviluppare 
nelle zone di campagna e di collina per concentrare, vice- 
versa, lo sviluppo attorno alle grandi città e lo sviluppo 
squilibrato anche dal punto di vista degli investimenti in- 
dustriali. Quindi io credo che se oggi vi è, da parte di set- 
tori anche giovanili, un reimpegno, certe volte anche in 
termini di ritorno alla campagna che non conosce anche 
quali problemi di sofferenza e di impegno richiede la col- 
tivazione della terra e il lavoro agricolo, però se c'è que- 
sto tipo di impegno che noi vediamo svilupparsi anche 
con forza nella creazione di cooperative agricole e di im- 
pegni di forze produttive che non hanno mai abbandona- 
to l'agricoltura (pensiamo al movimento cooperativo, le 
tradizioni che ha nelle nostre zone), che oggi vogliono al- 
largare anche la possibilità di lavorare terreni che pre- 
sentano prospettive di recupero produttivo, noi ritenia- 
niamo che questo sforzo debba essere assecondato e deb- 
ba essere assecondato proprio ridando una funzione so- 
ciale alla proprietà e quindi senza nulla togliere anche ad 

eventuali impegni di proprietari, che viceversa, persino 
di potersi reimpegnare essi stessi in una forma organiz- 

zata aziendale nel recupero e nella coltivazione di queste 

terre. 

Quindi, per quanto riguarda il fine sociale e politico que- 

sta legge giunge già in ritardo, e direi che oggi va appro- 

vata e va affrontata in termini tali da mettere in condizio- 

ne al più presto queste forze, queste realtà che attendono 

l'approvazione di questa legge di poter presentare le loro 

domande di assegnazione, di poter mettere in moto il 

meccanismo della legge stessa. 


No, ma non solo dell’insieme dei parametri, ma anche del 
tipo di gestione con cui deve avvenire questo, perchè lo 
dicevo prima, spesse volte certe cooperative di giovani, 
che non hanno esperienza e vogliono farsela in questa di- 
rezione, sembra quasi che possano muoversi solamente 
se incorporati in altre cooperative o se unificate in altri 
processi, in altre strutture. E questo assumerebbe un sa- 
pore così centralistico che non mi sembra valido e che 
smorzerebbe anche il tipo di iniziativa che si muove in 
questa direzione. 
Vorrei concludere praticamente riferendomi al discorso 
e alla critica che da parte di Truffelli è venuta al fatto che 
il decentramento si attua sulle province. Qui Truffelli noi 
ritorniamo a problemi che abbiamo visto per altri settori 
e direi che il discorso più generale dell’articolazione del- 
lo Stato e della riforma delle autonomie locali. Noi oggi 
ci troviamo alla fine ormai prossima del secondo manda- 
to regionale, non solo con la riforma della finanza locale 
che non c'è, ma anche col problema ben noto dell'ente in- 
termedio non sciolto a livello proprio di legislazione na- 
zionale, e quindi con tutto quello che è stato fatto anche 
da regioni, che pure su questo terreno si erano impegna- 
te, che è messo praticamente in discussione da questo. 
Allora io non sono certamente d'accordo sulla provincia 
oggi così com'è, perchè sappiamo benissimo che realtà è 
però di fronte ad un tipo di attuazione di una legge e del 
problema della delega, di fronte ad una non precisazione 
ancora della realtà dell'ente intermedio e di questo pro- 
cesso di riforma, pur riconoscendo la validità che noi as- 
segnamo ai comprensori, alle comunità montane, della 
programmazione, dei piani zonali eccetera, non possia- 
mò nemmeno non riconoscere che su questo problema e 
dell'agricoltura e soprattutto anche delle terre incolte vi 
sono province, tipo anche la provincia di Bologna, che so- 
no anni che ci lavorano ed è ancora la struttura costitu- 
zionale, cioè l'ente costituzionale che noi abbiamo. 
Questo è il discorso. Anche me lascia parecchio perple 
questa questione, perchè sappiamo benissimo che cos'è 
la provincia, però devo dire anche che so cos'è il com- 
prensorio oggi, per cui tra i due enti, diciamo, oggi se una 
delega va assegnata va ancora assegnata alla provincia, 
pur sapendo tutti i limiti che questo comporta. 


Intervento sulla relazione sull’ERVET 


Signor presidente, colleghi consiglieri, poche parole sul- 
la relazione che è stata presentata dall'assessore Righi e 
sulla relazione prevista per il 1976 dell'ERVET. = 

Credo ci sia un certo disagio manifesto espresso dai col- 
leghi che mi hanno preceduto nell'affrontare la proble- 
matica dell’ERVET; un disagio che dipende da vari aspet- 
ti, primo dei quali, mi pare, e questa è la prima osserva- 
zione che si può fare, è che noi ci troviamo a discutere di 
uno strumento quale l’ERVET che interviene a livello 
economico e territoriale senza basi conoscitive, senza un 
quadro preciso dello stato dell’industria nella nostra re- 
gione, della situazione economica, nella crisi nel suo evol- 
versi rispetto ai problemi della produzione, dei prezzi, 
dell'occupazione. 
Questo mi sembra un problema molto serio, su cui si de- 
ve intervenire subito con un impegno preciso della Giun- 
ta, che mi sembra sia totalmente latitante su questo pia- 
no, latitante e come Giunta e come strumenti che la regio- 
ne ha, tra cui l'ERVET. Non c'è un coordinamento, per 
esempio, nell'analisi di questi dati con assessorati che 
pure una attività in questa direzione fanno, anche se limi- 
tata (vedi l'Assessorato dell'agricoltura che produce an- 
che un bollettino). Non vi è una pressione adeguata e un 
coordinamento, quindi, per avere dati sufficienti in dire- 
zione degli Uffici del lavoro e delle Camere di commer- 
cio. Quindi ci troviamo in presenza di una mancanza di 
fonti sistematiche locali che diano un quadro continua- 
mente aggiornato dello stato della nostra economia. 

Un altro dato da rilevare, che poi si collega strettamente 
a questo, è la mancanza di un programma regionale. Ora 
io sono d'accordo che non dobbiamo qui fare una legge, 
un qualche cosa di estremamente rigido, ma noi, al di là 
di un discorso generico di presentazione della Giunta al 
momento dell'insediamento, non abbiamo un program- 
ma di intervento economico e sociale nella regione, cioè 
un programma e non sono d'accordo sul fatto che questo 
programma non si può fare fin che non c'è un analogo 
piano nazionale — da intendersi come una definizione di 
obiettivi corrispondenti ai bisogni sociali della popola- 
zione in termine di produzione, in termine di sviluppo di 
certi settori, in termini di occupazione, in unì quadro 


141 


quindi non solo regionale ma con una visione anche dei 
ruolo che si vuole fare giocare alla nostra Regione in una 
prospettiva di trasformazione economica € strutturale 
del paese, quindi con ipotesi e obiettivi di riequilibrio ter- 
ritoriale per potere poi sottoporre 2 verifica i risultati 
economici e sociali dei vari interventi, dal settore pubbli- 
co ai livelli imprenditoriali, e in certo qual modo dando 
anche precise indicazioni ai lavoratori, alle organizzazio- 
ni dei ceti medi, alle organizza ioni imprenditoriali, agli 
altri enti pubblici. Noi di questo manchiamo assoluta- 
mente. Quindi qui non si c iede una legge, un qualche co- 
sa di rigido, ma si chiede un programma di intervento 
che parta dalle esigenze, dai bisogni e dai problemi che 
debbono essere risolti nella nostra regione in un quadro 
nazionale. 
Questo non lo si è fatto come precisa scelta politica. E io 
credo che su queste questioni bisognerà ritornare, nel 
momento in cui si dà attuazione ai comprensori, cioè per 
vedere come si intreccia la definizione di questo piano 
tra il livello di programma regionale e il contributo che 
possono dare i comprensori a questo programma © ai pia- 
ni comprensoriali come unità minime della programma- 
zione e quindi per creare le condizioni per un confronto € 
per ipotesi di obbiettivi su cui si possa evidentemente an- 
dare a delle verifiche e che possono essere un terreno a 
cui debbono collegarsi anche strumenti quali l’ERVET; 
sul quale, poi, è necessario entrare nella definizione più 
precisa di quelli che debbono essere i suoi compiti dato il 
modo caotico in cui si è mossa in questi anni. 
Credo che su queste cose bisogna esprimere un giudizio, 
in quanto non è vero che noi abbiamo una verifica, da 
parte della Regione, di una serie di dati: un discorso che 
si è sempre fatto per quanto riguarda lo s riluppo regio- 
- nale è quello ad esempio della decongestione dell'asse 
della via Emilia, del cercare certe linee di sviluppo diver- 
se per decongestionare tale asse viario. Se noi andiamo 
ad una verifica nei comprensori del piano intercomunale 
di Bologna o del comprensorio attorno a Modena, noi ve- 
diamo che rispetto a certe previsioni che anni fa si erano 
fatte di decongestionare talune zone, per residenza, per 
numero degli addetti e per insediamenti, abbiamo avuto 
un ulteriore congestionamento di queste zone. Il che sta a 
dimostrare che in mancanza di un programma, di un in- 
tervento costante della Regione, degli enti locali, di mo- 


142 


menti di confronto e di dibattito con le organizzazioni im- 
prenditoriali e sindacali non riusciamo ad inte: venire in 
maniera adeguata in quelli che sono prublemi che da 
tempo, sin dal piano del Comitato regionale per la pro- 
grammazione economica, si erano individuati e che poi 
sono stati messi da parte senza andare a verifiche e a pre- 
cisazioni. 

In questo senso ci sono delle responsabilità precise della 
Regione e l’ERVET si colloca in un quadro di assenze 
drammatiche di dati e di programmi. Per cui l’ERVET, 
che dovrebbe muoversi in un quadro più definito dal pun- 
to di vista programmatico, come uno degli strumenti at- 
tuativi delle scelte della Regione, senza questo quadro 
programmatico è usato per gli obiettivi più vari: dall’as- 
sistenza delle aziende ai rapporti con le partecipazioni 
statali, in un quadro che è prevalentemente di accordi 
verticistici, che spesso vengono fatti calare nella realtà 
regionale emiliana sulla base di quella che dalla Giunta 
viene definita «Costituzione di un programma 
articolato», che è quel programma per progetti che, si di- 
ce, sostituisce invece un programma più organico di in- 
tervento, per avere poi secondo me, più libertà di muo- 
versi e per sottrarsi anche a controlli più precisi da parte 
degli stessi enti elettivi locali. 

Su questi aspetti i rischi che si corrono sono notevoli e i 
rischi che corre l’ERVET sono di fronte a tutti noi, sotto- 
lineati in parte anche nella relazione dell'assessore Ri- 
ghi. Cioè questo muoversi in una maniera caotica sul pia- 
no dell'assistenza e dell'intervento richiesto dalle varie 
aziende, in logiche che non hanno nessun punto di riferi- 
mento se non la drammaticità di certe situazioni o le 
pressioni che vengono avanti nel modo più strano e più 
vario. Quindi con una logica anche subalterna alle richi 
ste delle aziende e senza riferimenti precisi. Vi è la ten- 
denza, ad esempio, a sostituirsi a quello che le aziende ri- 
fiutano di fare in un momento in cui una serie di aziende 
non sentono più problemi di rapporto con gli enti pubbli- 
ci o con strumenti quali l’ERVET, nel momento în cui, ad 
esempio attraverso la svalutazione, il loro mercato ha ri- 
preso a tirare e non sentono più problemi di riconversio- 
ne o problemi di formazione professionale e managers e 
quindi problemi di ricerca scientifica. È 
Questi settori vengono abbandonati, si cerca di util 

al massimo quello che offre la svalutazione e la ripresa 


143 


dell’esportazione e quindi, in un certo qual modo, diventa 
anche pericoloso un discorso quale quello che viene fatto 
di supplire alle carenze e alle deficienze di tali aziende, 
che in certi casi sono anche aziende multinazionali, di in- 
tervenire nel settore della ricerca scientifica e della 
formazione-quadri, non so chi si riferisse a questo, pre- 
scindendo da un discorso più vasto che ha investito in 
questi anni il movimento operaio, i tecnici su problemi 
posti dalla formazione professionale, quindi i problemi 
dell’inquadramento unico, delle 150 ore, da vedersi non 
solamente come recupero sul piano dell’alfabetizzazione, 
ma anche su un terreno di formazione tecnico- 
professionale, con un discorso quindi sul ruolo della 
scuola e della Università. Credo che su questo terreno noi 
non possiamo andare a cose improvvisate, per esempio, 
per quanto riguarda anche il ruolo dell’ERVET in questa 
direzione, senza affrontare in maniera più adeguata un 
discorso più ampio sulla formazione professionale, in 
rapporto anche a un programma e ad esigenze di svilup- 
po della nostra regione, rapporto con l'università, con la 
scuola, eccetera. Credo che su questo sia opportuna una 
riflessione complessiva e non andare a cose affrettate di 
tipo quelle che anche nella relazione che riguarda l’ER- 
VET si preannuciano. 
Sulle iniziative dell’ERVET sarebbe opportuno sapere di 
più. Noi abbiamo bisogno di informazioni precise sulle 
società a cui l'’ERVET partecipa, perchè effettivamente 
c'è il rischio che il Consiglio regionale con la successiva 
costruzione attraverso l’ERVET di altre società, prenda 
provvedimenti spesso senza una verifica e un controllo 
preciso del ruolo di queste società, per cui credo sia ne- 
cessario avere più dati per quanto riguarda queste socie- 
tà che sono state costruite con il contributo dell’ERVET, 
a cui l’ERVET partecipa, e anche avere dei dati, per 
esempio, su questi centri cui l’ERVET ha dato vita assie- 
me all'università e assieme ad associazioni di imprendi- 
tori. È importante sapere come incidono questi centri 
sulle scelte imprenditoriali, che cosa producono sul pia- 
no della ristrutturazione di tali aziende e di tali settori 
anche in termini di occupazione e di collegamento con 
programmi sociali ad esempio per quanto riguarda le ce- 
ramiche, di edilizia e di opere pubbliche. Credo che su 
queste questioni sia necessario andare a momenti di ap- 
profondimento, momenti di approfondimento che però, a 


144 


mio parere, sono sempre secondari rispetto ai due aspet- 
ti primari che ho qui sostenuto, cioè una analisi precisa e 
un quadro della situazione e dell'industria e dell’econo- 
mia regionale e un discorso sul programma cui si deve 
andare come regione, programma come definizione ap- 
punto di obiettivi, di esigenze dell'economia regionale, in 
un quadro naturalmente di ristrutturazione nazionale 
del paese. 

In questo senso credo che si rischi anche di fronte ad al- 
cune questioni che sono state sollevate, se non si affron- 
tano questi problemi, di muoversi in maniera pragmati- 
ca, in maniera frammentaria, del giorno per giorno, per 
cui non solo non trovano spazio e collocazione adeguata 
gli strumenti cui la regione ha dato vita, ma non abbiamo 
termini precisi di orientamento, di giudizio e di verifica 
anche noi come consilieri regionali. 

In questo senso penso sia giusto il discorso relativo alle 
critiche che sono state fatte al piano a medio termine; ri- 
prende in definitiva anche il discorso del programma; 
cioè qui si ritiene che sia possibile definire come regione 
obiettivi programmatici di intervento solamente se si ha 
l'analogo punto di riferimento nazionale. 

Penso che questo non sia un discorso esatto, rischia di 
chiudere la Regione nell'attività frammentaria settoriale 
del giorno dopo giorno, rispondendo alle situazioni più 
drammatiche, alle pressioni che possono venire da que- 
sta o quella area geografica, da questo o quello strato so- 
ciale, e spesso in maniera corporativa, come succede per 
l'agricoltura (e qui il problema’ l'ho sollevato anche re- 
centemente), ma non si risponde ad un problema preciso 
di riequilibrio territoriale, di sviluppo economico della 
regione con quei risultati, poi, cui facevo riferimento pri- 
ma per quanto riguarda, per esempio, l'ulteriore conge- 
stione di aree già ampiamente congestionate come quelle 
attorno a Bologna e attorno a Modena. 

In questo senso non ho molte altre cose da aggiungere. 
L'ERVET c'è, il mio gruppo non ha partecipato alla sua 
nascita e non fa parte degli organismi dirigenti. Credo 
chel’ERVET, in mancanza di un programma regionale, 
debba cercare il più possibile di rispondere ad esigenze 
che il sindacato e i consigli di fabbrica hanno posto con 
forza in questo periodo, non solo per aziende in crisi ma 
per aziende che hanno bisogno di essere ristrutturate, di 
poter pensare al futuro e di non vivere alla giornata, co- 


145 


me spesso le condannano a vivere gli imprenditori e i di- 
rigenti di queste aziende; cioè porsi anche al servizio di 
quelle conferenze di produzione, di quelle iniziative che i 
consigli di fabbrica hanno portato avanti, ad esempio 
nell'ultimo anno, di fronte appunto a problemi di ristrut- 
turazione, di riconversione, di mercato in maniera tale 
da potersi sviluppare certi settori salvaguardando ed am- 
pliando l'occupazione. 

Per questo credo che l’ERVET dovrebbe uscire anche 
dalla dimensione verticistica che l’ha caratterizzato fino 
ad oggi nei rapporti con le imprese e con le realtà azien- 
dali e andare, attraverso i propri uffici, utilizzando anche 
il livello comprensoriale che nascerà (e speriamo che na- 
sca come un qualche cosa di veramente nuovo e innovato- 
re) ad utilizzo delle proprie competenze, se ci sono, anche 
in rapporto alle richieste degli operai, di strati sociali che 
spesso mancano delle condizioni per potere intervenire 
con forza, con proposte di ristrutturazione, di riconver- 
sione, di sviluppo economico e aziendale, e questo credo 
sia un livello importante su cui l’ERVET può cominciare 
a qualificarsi in mancanza di un programma, in mancan- 
za di dati precisi senza i quali rischiamo tutti di annaspa- 
re nel vuoto. 


Intervento sulla situazione carceraria 


Signor presidente, io credo che la lunghezza dell’esposi- 
zione dettagliata dell'assessore Santini, fatta a nome del- 
la Giunta in risposta alle mie interpellanze, dimostri la 
consapevolezza da parte della Giunta stessa, e io credo 
anche da parte dei consiglieri, della delicatezza e dell’im- 
portanza di una problematica quale quella che io ho inte- 
so sollevare. 

To non vorrei qui riprendere tutta una serie di limiti della 
legge stessa che sono enunciati nella risposta che l’asses- 
sore Santini ha dato. Del resto noi sappiamo che il diritto 
nasce vecchio e questa legge è una legge già ampiamente 
superata non solo dalla presa di coscienza delle forze po- 
litiche e culturali più avanzate nel nostro paese, ma direi 
superata anche dalla presa di coscienza degli stessi dete- 
nuti attraverso le lotte che hanno compiuto in tutti questi 
anni e continuano a compiere non solamente per un ade- 
guamento delle strutture carcerarie, del regime della pe- 
na a quelli che sono i dettati della Costituzione, ma per- 
chè vi sia anche da parte delle forze politiche una presa 
di coscienza più chiara del fenomeno della criminalità 
nel nostro paese. È su questo che noi notiamo ritardi più 
grossi anche delle forze di sinistra, e in particolare della 
sinistra tradizionale, anche per la subalterni i 
che la sinistra ha avuto nel nostro paese nei confronti del- 
le ideologie e delle scelte dell'avversario (la classe domi- 
nante borghese) proprio su questi terreni. 

Io credo che su queste questioni vi sia un gravissimo ri- 
tardo politico. Nonostante gli spiragli che già si aprivano 
con questa legge non si è ritenuto, come enti istituzionali, 
di intervenire; per esempio, ci sono precisi compiti che 
possono spettare al presidente della Giunta regionale, 
precisi compiti dei consiglieri regionali, la possibilità di 
entrare nelle carceri senza autorizzazione, il problema di 
vedere il fenomeno della criminalità come fenomeno 
complessivo e non riferito particolarmente e solo alla te- 
matica dell'ordine pubblico, come tradizionalmente vie- 
ne visto nel nostro paese, e non solo nel nostro paese, a li- 
vello di una certa concezione. Io credo che su questo di- 
fettiamo di iniziativa politica. Il fatto stesso che il mini- 
stro Bonifacio scriva al presidente della Regione perchè 


147 


in definitiva cominci a vedere quali forme di iniziative 
portare avanti per attuare la legge (con tutti i limiti che 
ha la legge e che non sto qui a ribadire) e che il presidente 
Fanti risponda che è in attesa del regolamento attuativo e 
che vuole che ci si ritrovi come Regioni col Governo per 
discuterne insieme, dimostra una concezione, che è la so- 
lita concezione che io qui ho più volte sottolineato in ma- 
niera negativa, di un rapporto verticistico tra le istituzio- 
ni elettive locali anche dirette dalla sinistra, e il Governo, 
senza invece vedere quale spazio di iniziativa autonoma 
ci può essere dato anche dalle leggi che sono state con- 
quistate da lotte profonde di movimenti, in questo caso di 
detenuti, per prendere già noi iniziative. Un'iniziativa 
fondamentale innanzitutto è quella di rompere la separa- 
tezza che c'è tra queste istituzioni, la società civile, e le 
forze politiche e le altre istituzioni, e quindi cominciare 
anche a svolgere indagini, a entrare dentro queste strut- 
ture per vedere quali sono i regimi che vengono attuati, 
per esaminare i problemi dei servizi sociali e dei servizi 
sanitari, cioè andando anche a una forzatura nei confron- 
ti di una situazione che tutti riconosciamo essere negati- 
va. Quindi è il modo con cui si affrontano le cose, che è 
poi nella logica di un discorso politico, e non è un caso 
che su questo terreno noi diciamo: «la sinistra storica ha 
delle remore profonde» perchè è nel quadro di una conce- 
zione, di una strategia politica che è quella che tende evi- 
dentemente — lo sappiamo tutti — a un tipo di collabora- 
zione con le forze che hanno diretto il paese sino ad oggi, 
ipotizzandone un cambiamento. 
Cioè ipotizzando un cambiamento che non viene. E i fatti 
ci dimostrano questo. 
In questo senso non posso dichiararmi soddisfatto, per- 
chè c'è un grosso ritardo in questo campo da parte anche 
di una Giunta di sinistra che pure su una serie di questio- 
ni si è dimostrata sensibile, specialmente nei settori assi- 
stenziali e sanitari, ma che in questo caso dimostra un ri- 
tardo profondo nel momento in cui, viceversa, attraverso 
alcune iniziative, anche di carattere culturale, ad esem- 
pio la istituzione dello stesso Istituto di studi giuridici, 
eccetera, si comincia oggi a portare avanti e a prendere 
atto di un dibattito sulla questione criminale, che è un 
problema che evidentemente deve essere affrontato come 
momento di una più ampia politica sociale, quindi non ri- 
ferito solamente ai problemi della pena o delle strutture 


148 


carcerarie, anche se occorre partire di lì e se spazi ce ne 
sono dati dobbiamo coglierli e non aspettare livelli verti- 
cistici di incontro tra le Regioni con il Governo, quando 
lo stesso ministro sollecita cose di questo genere 
Quindi io non sono soddisfatto in questo senso. ‘Prendo 
atto che da parte della Giunta si vuole andare a elaborare 
delle proposte. Io credo che in questo senso sarebbe op- 
portuno far precedere queste proposte da un Comitato 
dei consiglieri, anche della stessa commissione — se vo- 
gliamo risolverlo in questo ambito —, che intanto comin- 
ci anche una presa di contatto con queste strutture, con 
incontri anche con i carcerati, dato che come consiglieri 
regionali possiamo entrare nelle carceri senza autorizza- 
zione, in maniera tale da raccogliere anche tutta una se- 
rie di elementi sui quali arrivare poi alla definizione di 
proposte precise da sottoporre non solo al dibattito del 
Consiglio regionale ma con gli altri enti locali della Re- 
gione, con le forze sindacali, perchè la rottura di questa 
separatezza e l’affrontare il fenomeno della ctimmalità 
come fenomeno sociale complessivo richiede l'intervento 
delle forze politiche, delle forze sindacali, delle forze di 
massa democratiche, perchè è un’opera di profonda tra- 
sformazione sociale oltre che di predisposizione di servi 
zi quella che deve essere portata avanti. Quindi io invito a 
utilizzare quegli spazi che ci sono aperti da una legge pur 
così piena di limiti, come rilevava l'assessore Santini. 
Sull'altra questione io mi dichiaro parzialmente soddi- 
sfatto, perchè secondo me arriviamo in ritardo e arrivia- 
mo in ritardo nel momento in cui in una serie di situazio- 
ni si è già chiesto da parte dei candidati, ad esempio, di 
entrare nelle carceri per svolgere la propaganda elettora- 
le e da parte del Ministero si è risposto negativamente; 
quindi andando a un’interpretazione restrittiva di quella 
che è la legge andando anche contro il dettato costituzio- 
nale che, evidentemente, riconosce diritti quale quello 
del voto ai detenuti in attesa di giudizio o non condannati 
da sentenza irrevocabile. Quindi io credo che il passo 
debba essere fatto e se da parte del Ministero ci sarà an- 
cora un presa di posizione negativa, come vi è stata in 
una serie di situazioni, io invito il presidente Cavina a 
prendere contatto con il direttore delle carceri e il giudi- 
ce di sorveglianza, perchè presidente della Giunta € con- 
siglieri regionali che hanno diritto di entrare nelle carce- 
ri senza autorizzazione possano entrare prima delle ele- 


149 


zioni ed avere incontri coi detenuti, illustrando anche, in 
breve, le posizioni dei rispettivi gruppi. Io credo che in 
questo senso noi dobbiamo andare ad una forzatura, che 
è poi una forzatura politica, perchè la legge questo ce lo 
consente. Per cui io chiedo ufficialmente al presidente 
Cavina che, in qualità di presidente della Regione, faccia 
questo passo nei prossimi giorni. 


Intervento sul comitato regionale 
per i servizi radio-televisivi 
e la riforma RAI-TV 


Credo che anche sul terreno dell’informazione da parte 
delle Regioni si marchi una sconfitta; bisogna ormai par- 
lare di sconfitta. Una sconfitta di un ruolo, una sconfitta 
di un’iniziativa che, badate, pesa anche sulla stessa istitu- 
zione Regione, perchè le cose che diceva, ad esempio, 
Gualtieri prima, e che io avevo già detto altre volte, cioè 
che nel momento in cui si parlava di Regioni, si lanciò la 
riforma regionale come riforma dello Stato, quindi come 
nuovo rapporto con la società civile, con i cittadini, e il 
fatto che poi non si conta niente e non si smuove niente a 
livello di nuovi mezzi di comunicazioni di massa e di in- 
formazione, significa anche troncare questa riforma del- 
lo Stato, significa troncare un ruolo di incisività a livello 
di governo, a livello di partecipazione, cioè di questo qua- 
dro nuovo della partecipazione della gente, la partecipa- 
zione democratica, in quelle che sono le scelte, in quello 
che è un nuovo ambito democratico che occorre sviluppa- 
re e non comprimere. 

E il fatto, ad esempio, che noi, per tutto questo mandato, 
anche come stessa assemblea elettiva regionale, come 
forze politiche, non abbiamo utilizzato per nulla il mezzo 
radiofonico e televisivo, intanto quello che c'è, feci pre- 
sente, nella campagna sul referendum, che emittenti pri- 
vate si erano date cura di organizzare confronti tra le va- 
rie forze che si presentavano nel dibattito sul referen- 
dum e le attuali nostre strutture della RAI e della Televi- 
sione non hanno fatto alcunchè di questo. 

Allora è evidente che noi ci troviamo di fronte a un setto- 
re che si muove nella logica più stringente dei rapporti di 
classe, dei rapporti di potere e che purtroppo mette nella 
condizione forze come le nostre, ma io direi anche; movi- 
menti che vogliono esprimere la propria voce, che voglio- 
no resistere a livello anche di organismi di stampa, a li- 
vello di radio, ecc. ci mette nella condizione di essere 
stretti in una morsa, cioè la morsa della lottizzazione da 
un lato e di questa nuova proposta del liberismo trionfan- 
te dall'altro. Questo è veramente un dramma: un dramma 
che ci dà il senso di una sconfitta. Scriveva giustamente 


151 


Pintor l’altro giorno sul Manifesto: «La situazione non è 
allegra. La sola linea ormai che ci convince, stretti ap- 
punto da una parte fra il monopolio statale che conoscia- 
mo, e la conseguente lottizzazione che si prepara, noi non 
scorgiamo altro che difendere qualsiasi forma di demo- 
crazia di base, qualsiasi voce ed esperienza di minoranze 
e quindi anche le esperienze che con sforzo, ma anche con 
significati culturali e politici profondi, perchè poi sono 
minoranze che cominciano a dilatarsi, hanno capacità di 
pesare e di incidere sulla situazione politica, cioè la ne- 
cessità di difendere questo ambito, stretti appunto tra 
due concezioni, che oggi operano e sono presenti con for- 
za all’interno della sinistra, che entrambe non riconoscia- 
mo come valide per impostare un corretto discorso de- 
mocratico, prima che di transizione verso una società 
nuova, nel campo dell’informazione, della stampa, dei 
mezzi di comunicazione radiotelevisivi. È qui dobbiamo 
dire, appunto, questa carenza e questa crisi profonda del- 
la Regione in questo campo. Crisi della Regione che io 
certe volte ho detto potrebbe anche fare a meno dell’as- 
sessore su questi problemi, perchè completamente assen- 
te. a 
Abbiamo un problema, per esempio, nel campo dell’edi- 
toria, nel campo di come assicurare espressione anche a 
gruppi, a forze che oggi non dispongono dei mezzi e quin- 
di che hanno bisogno oltre che di un discorso di riforma 
dell'editoria in generale, anche di un'iniziativa, per esem- 
pio, dei livelli regionali in questo campo. Su questo non si 
pensa a niente. C'era una proposta del Partito socialista 
buttata lì, su questo non si è detto niente, non sì è più va- 
lutato che tipo di prefigurazione anche a livello regionale 
portare avanti, anche forzando la legge, anche andando a 
scontrarsi con un certo centralismo statale. : 
Sappiamo benissimo che cioè sono campi dove vediamo 
che c'è un monopolio completo del potere, dove si entra 
per cooptazione, dove la logica di lottizzazione è una logi- 
ca sempre più stringente e da cui, evidentemente, si pen- 
sa poi di uscire attraverso un rilancio liberistico che noi 
sappiamo benissimo che significa il controllo dei grossi 
gruppi monopolistici, di coloro che hanno i mezzi finan- 
ziari e significa poi una compressione ancora piu pesante 
di quella che è un’espressione di base, di quella che è, per 
esempio, una riforma che noi riteniamo debba avvenire 
seriamente nell’ambito pubblico, con un discorso plurali 


152 


stico, che sia pluralistico nell’istituzione e non attraverso 
il pluralismo delle istituzioni che nell’ambito del sistema 
attuale significa la prevalenza dei più forti, la morte dei 
deboli, la prevalenza delle concentrazioni, delle testate; 
significa anche, nel modo come è avvenuta per esempio 
all’interno della RAI-TV, la logica della divisione dei set- 
tori: il settore laico, il settore cattolico, mentre noi rite- 
niamo che ci debba essere un pluralismo, un dibattito e 
una ricchezza di confronti con la società civile, una ric- 
chezza giornalistica che deve andare al di là di una divi- 
sione segmentizzata e settorializzata, per cui quello è il 
canale o la rete dei laici quello è il canale o la rete dei cat- 
tolici. Questo è un discorso che non ci sentiamo assoluta- 
mente di accettare. 

Per cui riteniamo che ci sia questa forte crisi che conti- 
nua a non fare andare avanti un processo di riforma per 
il quale si erano battute un numero ampio di forze. Noi 
oggi vediamo che le proposte di ristrutturazione che ven- 
gono avanti, che pure si inquadrano anche sul terreno dei 
costi con costi abbastanza ampi, non riescono ad intacca- 
re l’attuale logica centralistica. Anche lo stesso quadro 
discusso dell'Istituzione della terza rete rischia di essere 
un surrogato di un effettivo decentramento democratico. 
E qui la carenza di iniziativa delle Regioni è pesante, pe- 
sante anche nella crisi di questi comitati regionali radio- 
televisivi in grado di poter fare qualcosa. E qui la respon- 
sabilità primaria, diciamolo chiaramente, è della Regio- 
ne, è di chi ha la responsabilità politica a livello di mag- 
gioranza, a livello di governo. 

Basta pensare, per esempio, alla scarsissima incisività di 
rapporti con la commissione parlamentare di vigilanza, 
all’incapacità di stabilire un rapporto organico tra Regio- 
ni e Commissione parlamentare di vigilanza e di governo, 
che pure sarebbero gli interlocutori naturali. Noi ritenia- 
mo che questo sia un fatto molto grave che presuppone 
una subalternità — io qui mi rivolgo specialmente al Par- 
tito comunista — una subalternità pericolosissima. Per- 
chè cosa pensa di fare il Partito comunista? Pensa forse 
un domani di gestire con la Democrazia cristiana gli spa- 
zi pubblici della Rai-TV, dei due canali principali, com- 
preso il terzo? I socialisti pensano di essere stretti e sof- 
focati nell’ambito di questo accordo e di venirne fuori at- 
traverso il rilancio dell’iniziativa liberistica e dell’inizia- 
tiva privata? Io credo che qui proprio lo scollamento del- 


153 


la sinistra, cioè la perdita di punti, di coordinate, di quel- 
lo che significa oggi uno scontro anche politico, democra- 
tico, di classe, di massa su questi problemi, oggi vive ap- 
punto questa schizofrenia, che è una schizofrenia perden- 
te, destinata a non far fare un passo avanti non solo alla 
riforma democratica, pubblica della RAI-TV e quindi ad 
un effettivo decentramento, ad un effettivo ampliamento 
degli spazi democratici, e quindi dando anche a significa- 
ti tipo la terza rete, non significati riduttivi o nuovi signi 
ficati di lottizzazione e di spartizione, ma ambiti veri di 
rapporto con la società civile, e quindi di raccolta anche 
di esperienze che in ambito privato gruppi, cooperative 
hanno fatto in questo settore. Quindi trovare anche for- 
me nuove di uso del mezzo televisivo. 
Io mi meraviglio che il consigliere Bellelli abbia fatto 
una citazione che dimostra ancora la concezione di lottiz- 
zazione che egli ha di questi strumenti. Quando ha parla- 
to dell'uso distorto che il TG2 ha fatto dei fatti di marzo 
dell’anno scorso. Ma vogliamo scherzare? 
Qui c'erano degli operatori che riprendevano quello che 
faceva la polizia nelle piazze vuote, la quale, avendo occu- 
pato la citta, priva di studenti e di dimostranti, sparava 1 
candelotti lacrimogeni ai piccioni e poichè il TG2 ha do- 
cumentato questo che era la verità e per le riprese che ve- 
nivano fatte ecco che il consigliere Bellelli si lamentam a 
dimostrazione di quale tipo di mistificazione vuole che si 
faccia, evidentemente, dell'informazione e della comuni 
cazione radiotelevisiva. 
Per cui io credo, signor presidente, per concludere, che 
questo sia un dibattito che rimane aperto e sia un dibatti- 
to che, così impostato, anche da parte della Giunta, pre- 
senta dei limiti di iniziativa politica grossissimi. 
È chiaro che questo è collegato ad un problema di linea 
politica più generale e di strategia politica più generale, 
come infatti si può parlare di riformare in senso demo- 
cratico strutture di questo genere, che sono tra le struttu- 
re principali di potere della classe dominante (la Demo- 
crazia cristiana evidentemente) come si può pensare 
nell’ambito di una strategia che è quella che oggi noi, per 
parte nostra, denunciamo come subalterna e non pog- 
giante su quello che può essere invece un movimento di 
massa che anche in questo campo si è espresso € sl espri- 
me e che comincia anche a manifestare segni di insoffe- 
renza che dovrebbero essere canalizzati in una linea di al- 


154 


ternativa democratica, di lotta alternativa a questo siste- 
ma e non pigliare spesso le vie della disgregazione, del 
qualunquismo e del corporativismo che poi sappiamo al 
la fine da chi vengono cavalcate. 

Mi rendo conto che qui si sconta la subalternità, cioè, per 
esempio, per quanto riguarda la Regione, l’appiattimento 
più generale che c'è da parte della Regione sui program- 
mi, sugli accordi di governo, sulle politiche governative, 
sulle politiche nazionali. 

Questo stillicidio di incontri diversi, cioè la perdita di 
qualsiasi dialettica ormai nell’ambito Governo - Regione 
e autonomie locali. Il fatto che non c’è un'iniziativa a que- 
sto livello, il fatto che ancora ci si muove in quest'ottica 
verticistica delle mediazioni, degli accordi diversi, ecc., 
dimostra proprio che non si vuole su questo impostare 
un'iniziativa politica che sia tesa da un lato a battere la 
lottizzazione e dall'altro a impedire queste linee liberisti- 
che che poi si sposeranno con la lottizzazione e alla fine 
avremo poi la svuotamento della riforma della RAI-TV, 
nel senso che noi intenderemmo e avremo il predominio 
dei grossi gruppi finanziari che avranno poi ramificazio- 
ni, collegamenti, incidenze e condizionamenti dentro la 
stessa RAI-TV. Lo dimostra il fatto delle consociate, la 
faccenda della pubblicità come oggi è gestita dalle conso- 
ciate della RAI-TV e della SIPRA, il fatto di come attra- 
verso questi processi, che investono la riforma all’inter- 
no della RAI-TV, si tende a condizionare anche il settore 
della stampa. Grossi processi di concentrazione sono in 
atto: basta pensare, ad esempio, alle voci dell’ENI che as- 
sorbirebbe i giornali del gruppo Monti, il Carlino e La 
Nazione; mentre abbiamo, ad esempio, situazioni di diffi- 
coltà e di crisi per leggi che non vengono approvate, per 
rimborsi di cui a leggi che dovrebbero venire approvate, 
alle piccole testate, per esempio la testata del nostro gior- 
nale di partito che da tre giorni non esce proprio per que- 
sta crisi profonda, finanziaria, strangolata da situazioni 
che si stanno portando avanti proprio per scremare il 
mercato da questi strumenti che sono ormai le ultime vo- 
ci che cercano, evidentemente, di battersi in certe dire- 
zioni. Per cui noi riteniamo che vi sia da sottolineare que- 
sta crisi che è il frutto di una strategia più complessiva 
sulla quale, evidentemente, va approfondito il discorso. 

Noi riteniamo che oggi l'iniziativa della Regione debba 
essere l'iniziativa molto più incisiva e collegata alle forze 


del cambiamento, alle forze della trasformazione anche 
su questi problemi importanti e fondamentali. Noi rite- 
niamo ancora che si debba operare per una riforma d 
mocratica della RAI-TV, e deve rimanere un primari 
strumento pubblico della collettività e quindi deve occu- 
pare spazi più ampi e deve avere un decentramento reale, 
attraverso una terza rete che non sia una nuova centraliz- 
zazione, un nuovo surrogato, che dia possibilità attraver- 
so il decentramento ideativo e produttivo di collegare ve- 
ramente le realtà regionali alla società civile, alla realtà 
che in quella determinata zona si esprime, non una con- 
cezione regionalistica chiusa e ristretta, ma certamente 
cogliendo quelle che sono le specificità di queste realtà. 
E in questo senso anche si debba fare di tutto perchè 
nell'ambito della radio, delle emittenti private si possano 
sostenere quelle iniziative che sono state l’espressione 
spontanea di gruppi cooperativi, di gruppi associativi, di 
giovani, di intellettuali che hanno fatto esperienze che 
possono servire anche per la terza rete, per il decentra- 
mento televisivo pubblico. Riteniamo che su questa stra- 
da si debba andare, ma occorre un respiro e un'iniziativa 
politica che non vediamo a livello della Regione, di cui re- 
gistriamo l'incapacità di cogliere anche dati che vi sono e 
che a sette anni dalla nascita delle Regioni bisognerebbe 
già aver avviato con una consistenza ben più ampia. 

Detto questo, quindi, anch'io non mi sento di firmare oggi 
degli ordini del giorno. Questo è un dibattito che noi stia- 
mo avviando, e che riguarda anche il discorso del comita- 
to radiotelevisivo. Io credo che qui dobbiamo trovarci di 
fronte anche a delle proposte più precise da parte della 
Regione, anche con il contributo dei gruppi, per vedere 
nell'attuale situazione, che è difficile certamente per 
un'iniziativa della Regione in questi campi, nel settore 
dell’informazione, dell’editoria, dell'aiuto ad un processo 
di trasformazione della riforma della RAI-TV, come vor- 
remmo e come anche ci dicemmo in un dibattito che si 
concluse, mi pare, anche con un documento unitario, 
quali iniziative concrete pigliamo e su quali lavoriamo. 
Anche piccole cose, io mi accontento anche di piccole co- 
se, purchè si esca dal nulla, perchè oggi ci troviamo di 
fronte al nulla. E io credo che questo sia interesse di tutte 
le forze politiche che sono qui presenti, interesse anche 
di coloro che hanno la massima responsabilità, per esem- 
pio, della rappresentanza del Consiglio e dell'Assemblea 


156 


regionale. Che ci sia un'adeguata informazione, intanto, 
anche degli strumenti che abbiamo, a livello radiofonico 
e a livello televisivo, ma soprattutto radiofonico. Non è 
possibile che su tutta una serie di cose che vi sono state si 
siano mosse le emittenti private e le radio pubbliche non 
abbiano fatto niente. Io credo che sarebbe utile anche 
un'iniziativa dello stesso Ufficio di presidenza del Consi- 
glio, assieme anche alla Giunta, cioè i livelli di governo. 
Credo che qui vi sia anche la tutela di un’istituzione e la 
tutela di quello che noi oggi facciamo in questa sede, dei 
dibattiti che costruiamo, delle proposte che facciamo, dei 
confronti nuovi che vogliamo con la società civile. Cioè 
queste cose o le riusciamo a smuovere, oppure è chiaro 
che ci sarà sempre più questo distacco tra l’istituzione e 
le masse, ci sarà sempre più questo scollamento che, se- 
condo noi, non può essere certamente, come già lo sta di- 
mostrando, produttivo di esiti positivi. 


Intervento sulla centrale 
nucleare di Caorso 


Signor presidente, colleghi, devo dire che in una discus- 
sione di questo tipo, per le implicanze che ne vengono, sul 
piano della politica energetica e sul piano delle scelte di 
sviluppo economico, si rischia di fare lunghissimi discor- 
si. 

Io credo che, per usare una terminologia nucleare, si deb- 
ba stare al nocciolo delle cose dette dal presidente Turci 
nella comunicazione e soprattutto cercare di esprimere 
una posizione sul tipo di mozione che viene proposta e 
sulle conclusioni che questa mozione presenta, che mi 
trovano nell'ultima parte in profondo dissenso. In pro- 
fondo dissenso pur condividendo una serie di richieste 
che nella mozione vengono fatte nei confronti della costi- 
tuzione di una commissione nazionale, nei confronti di 
una richiesta di maggior poteri per le regioni e gli enti lo- 
cali sui problemi delle scelte, del controllo e della gestio- 
ne degli impianti nucleari e non solo nucleari. 
Io non sto qui a spiegare il perchè della posizione nostra 
che è profondamente contraria alla scelta nucleare. 

È una posizione che oggi si va ampiando nel paese e che 
vede protagoniste proprio in primo luogo quelle masse 
popolari e quelle popolazoni dei siti in cui vi sono o vi sa- 
ranno centrali nucleari, e quindi questa opposizione alla 
scelta nucleare non è più una opposizione di pochi gruppi 
e gruppetti, ma sta diventando una opposizione di massa 
anche nel nostro paese. 

Noi crediamo che sulla scelta nucleare si apra uno scon- 
tro di portata mondiale e si può costruire, a nostro pare- 
re, su questa scelta, un tipo di unità anche politica e di 
orientamenti politici molto importanti ai fini di una solu- 
zione della crisi che vive il nostro paese, che vive l’Euro- 
pa, a livello di scelte di sviluppo e quindi in una dimensio- 
ne anche di carattere mondiale. È in gioco, infatti, non so- 
lo la sicurezza e la salute delle popolazioni e dei lavorato- 
ri delle centrali, ma il tipo di sviluppo economico. 

Noi questo lo riaffermiamo con forza: sono scelte che ri- 
guardano la concezione del potere e dello stato, le sorti 
anche della democrazia nel nostro paese. 

L'incidente di Harrisburg e altri verificatisi negli ultimi 
mesi, hanno avuto conseguenze notevoli sulle masse po- 


(co) 


15 


e” 


polari, e direi hanno rimesso in discussione la validità 
della scelta nucleare anche fra i sostenitori della tecnolo- 
gia nucleare. 
Perchè i costi economici delle centrali, a seguito di questi 
incidenti, a seguito dei problemi aperti dalla sicurezza, 
hanno subito un ridimensionamento notevole e non si 
può fare il discorso, ad esempio, che faceva Fiorini, che 
scopre oggi la validità di un discorso non di costi e ricavi, 
per quanto riguarda la spesa pubblica, in direzione del la 
salute dei lavoratori, la scopre, guarda caso, quando di- 
ce: ma, insomma, la scelta nucleare va comunque perse- 
guita, va be’ se ci saranno problemi di sicurezza è compi- 
to dello stato, degli enti pubblici spendere tutto quello 
che è necessario spendere, anche se questi sono miliardi, 
se oltre ai miliardi della scelta nucleare, degli investi- 
menti e degli impianti, si possono spendere anche miliar- 
di per la sicurezza e la garanzia dei cittadini, perchè va 
tutelata la vita umana. 

Questo è uno strano discorso, cioè che addossa poi... 


FIORINI: Non da oggi, da sempre. 


CONIGLIO: Si, ma è un discorso balordo, mi permetti, ca- 
ro Fiorini? È un discorso balordo, perchè a questo punto 
allora ci mettiamo nei costi della scelta nucleare anche 
questi costi che derivano dall'esigenza di sicurezza, dallo 
smantellamento degli impianti, quando questi impianti 
hanno esaurito il loro ciclo e andiamo poi a vedere che 
cosa costano alla collettività!, ben sapendo poi che anche 
con tutte le spese enormi, non ne vengono garanzie certe 
sulla sicureza e la tutela della salute, e sappiamo benissi- 
mo che il rischio non è mai eliminato del tutto, rischio an- 
che di catastrofi e cose di questo genere. 

Quindi io credo che su questo bisogna capire allora la ab- 
normità di tesi, come quella di Fiorini, che pur di favori- 
re questa scelta nucleare che oggi noi sappiamo viene of- 
ferta a noi da pesei che la stanno già abbandonando e si 
stanno buttando con investimenti notevoli sulle scelte 
energetiche alternative, ad esempio, sull'energia solare, 
vedi gli Stati Uniti d'America, noi, per essere subalterni e 
alivello di paese coloniale, nell’acquisire questi impianti 
che gli altri ci appoggiano e che oramai sono messi in di- 
scussione perchè non servono più a loro, dobbiamo prati- 
camente fare un discorso di questo genere. 


159 


Io credo allora che su queste cose bisogna riflettere, biso- 
gna discutere, perchè noi assistiamo oggi a una posizione 
che è ancora troppo mediata a livello politico da parte di 
alcune forze del partito comunista e al partito socialista 
che sulla scelta del piano energetico hanno fatto una scel- 
ta di cedimento nei confronti della Democrazia cristiana. 

Il compagno La Forgia ha parlato di ridimensionamento 
delle pretese iniziali di Donat Cattin, ha detto che siamo 
poi riusciti a portare la scelta limitata a 8 centrali; noi pe- 
rò, dopo questa scelta, che pur era già una scelta di cedi- 
mento a queste pretese, abbiamo visto le proteste salire 
non solo da parte delle popolazioni, ma abbiamo visto an- 
che cambiare le posizioni all’interno del sindacato, per 
cui anche organizzazioni importanti sindacali, come la 
FLM hanno cominciato a precisare le loro posizioni con- 
tro questa scelta che era contrabbandata come capace di 
sviluppare occupazione in questi settori, e si sono anche 
precisate meglio alcune analisi, alcune critiche, rispetto 
al modello che viene imposto al nostro paese con la scelta 
nucleare, con i suoi costi. È un modello che tende a svi- 
luppare industrie ad alta intensità di capitale, a basso im- 
iego di mano d'opera e ad altissimo consumo di energia, 
el settore della chimica, della siderurgia, della petrol- 
chimica e della raffinazone e con molto spreco, quindi, di 
risorse energetiche, con finanziamenti enormi per il nu- 
cleare e con una spesa pubblica che naturalmente viene 
sottratta ad altre scelte, ben sapendo, oggi soprattutto, 
dopo gli incidenti che vi sono stati e i problemi che pon- 
gono, che non è vero che l'energia nucleare costi meno, 
considerando la vita di una centrale, i problemi dello 
smantellamento, i problemi della eliminazione delle sco- 
rie, ecc., ed è altamente inquinante con rischi enormi per 
la vita delle popolazioni e dei lavoratori. 

Ora io voglio dire che su questo terreno della scelta nu- 
cleare, noi verifichiamo il completo fallimento di un go- 
verno, completamente subalterno, asservito a livello co- 
loniale, non abbiamo un intervento e una politica in dire- 
zione dello svilupo di fonti energetiche, alternative, ed è 
grave anche a questo riguardo che neppure la Regione si 
sia mossa in questa direzione. 

Ora qui io riprendo un intervento che feci già nella di- 
scussione al bilancio dell’anno scorso, quando dissi che è 
gravissimo che a livello della Regone non ci sia un ufficio 


160 


| 


dell'energia, quindi anche di conquistarsi i poteri di in- 
tervento,, di iniziativa, per avere voce in capitolo, mezzi e 
disponibilità anche per partecipare ad una politica ener- 
getica che secondo noi deve dirigersi prima di tutto verso 
lo sviluppo di fonti di energia pulite; non abbiamo inizi 
tive della Regione in campo energetico. 3 = 
L'unica proposta fatta qui è una proposta presentata dal 
nostro gruppo, per l'utilizzazione dell'energia solare in 
Emilia-Romagna,a cui la Giunta non ha dato alcuna ri- 
sposta, non ha detto se è una cosa che può essere presa o 
no in considerazione, quando vediamo ormai che già a li- 
vello della discussione spicciola, della stampa quotidia- 
na, delle cose che si vengono a vedere, ormai ci sono ini- 
ziative che partono nel campo dei privati sull’utilizzo 
dell'energia solare, e vediamo che da parte degli enti pub- 
blici non c'è nessun sostegno finanziario per sviluppare 
iniziative in questa direzione. Noi vediamo ormai che 
per esempio, per l’acqua calda a basse temperature sa- 
rebbe possibile da oggi sviluppare proprio un pian 
zionale in questa direzione. E 
Se pensiamo; per esempio, alle attrezzature turistiche, al 
mare, se pensiamo agli impianti sportivi pubblici, alle pi- 
scine, ma ce ne sono enormemente delle possibilità di svi- 
luppo dell'energia solare, se c'è anche una politica pub- 
blica di sostegno, di sviluppo di questa fonte di energia. 


ESEDI: Si vede che non hai letto la variazione di bilan- 


CONIGLIO: Insomma, se voi mi date delle risposte sulle 
variazioni di bilancio, io dico fino ad oggi non c'è stato un 
discorso in questa direzione; se adesso voi cominciate a 
muovervi in questa direzione io sono lieto che da parte 
della Giunta questo avvenga. E Sa 


TURCI: Ti muoverai con noi! 

CONIGLIO: Io credo, però, che ci si muova con ritardo. 

ESS: In Emilia abbiamo le esperienze più significative 
i biogas e di cose di questo genere e non le ha fatte la divi- 

G provvidenza, le hanno fatte la Regione e gli enti locali. 

Le ESS di Cervia alle reti di energia integrata di Reggio 
milia e così via. Perchè stiamo a fare queste polemiche? 


161 


CONIGLIO: Ma una politica di intervento organico, di fi 
nanziamento, cioè una politica organica, perchè stiamo 
vedendo che sì sta muovendo più il privato su questo set- 


tore.. 
TURCI: Ma va bene che si muovano! 


CONIGLIO: Si, va bene che si muovano, però occorre una 
politica dell’ente pubblico adeguata a questo livello. Ora, 
siccome questo problema il governo non se lo pone, per- 
chè sappiamo benissimo che tipo di scelta sta facendo, io 
credo che un discorso della Regione a questo livello mol- 
to più serio sia necessario. 
Comunque, ecco, per tornare alla questione posta nella 
comunicazione e al problema serio che noi abbiamo in 
Emilia della centrale di Caorso, jo credo che debba rima- 
nere valida la posizione che, per quanto ci riguarda, noi 
avevamo espresso come gruppo subito dopo ’incidente 
di Harrisbourg, con l'interpellanza che noi facemmo alla 
Giunta, sulla quale ci rispose l'assessore Boiocchi e noi ci 
dichiarammo del tutto insoddisfatti. 
Noi riteniamo che dopo la gravità di quell’incidente e con 
tutti problemi che esso sta ponendo agli Stati Uniti, que- 
ste ricerche che si stanno facendo, i cui risultati sembra 
si avranno tra diversi mesi, noi chiedemmo risposte pre- 
cise, tenendo presente che si sapeva che con la centrale 
ettronucleare di Caorso, nel caso di incidente catastro- 
co, potrebbe rendersi necessaria l'evacuazione di una 
ran parte delle popolazioni dell'Emilia e della Lombar- 
ia nell’ambito di 80 chilometri, tenendo presente che 
uesto piano di emergenza € di evacuazione è elaborato 
alle autorità, come faceva prima riferimento il collega 
a Forgia, quindi non è un piano fondato scientificamen- 
te cioè con previsioni e garanzie scientifiche, ma è un pia 
no di emergenza elaborato da un comitato di urocrati € 
non evidentemente corre 


dati sulle pr 
di anche sulle misure da prendersi c 


0) 


oo pi 


he riguardano evi: 
o di una provincia, 
anche le regioni, 


dentemente non solamente il territori 
perchè il piano di emergenza riguarda 
per esempio, dell'Emilia e 
territorio molto più vasto di quell 
Quindi credo che su questa questione 
genza il discorso che noi abbiamo.è ancora un discorso 
che non ci dà nessuna garanzia per riavviare la centrale, 


dato da analisi scientifiche e da 
obabilità e sulla portata degli incidenti, quin: È 


della Lombardia, quindi un | 
o di una provincia. | 
del piano di emer: | 


cosa che è avv i di 
SLI è avvenuta, a quanto si dice, in questi giorni per 
Noi non i 7 
por cobiamo avuto nessuna garanzia sulle cose che 
ino poste nella na SE a 
= sola i Turci e che s i 
Bpmzude che > fa la gente oggi, che si fanno coil 
ne: Si entre, e qui nessuno ha citato ad esem- 
Lo Salina za conoscitiva, che è durata diverse se- 
Sa sone diversi contributi; mentre ci vie- 
ni Pre ente della Commissione consultiva 
SEHR ha ssessore Filippi di Piacenza, che il 26 giu- 
pesta una prova simulata sulla emergenza ei ri- 
ano se n Cotremamente negativi per la centrale 
Saar RI logi è del tutto latitante e non ri- 
CR L'UcAGaLa Lince di Harrisburg; che il 
sigere Ser a a fatto ancora niente per coin- 
uindi queste sono cose che non poss 
SEO ; e cl possono non preoccu- 
pa sso abbiamo una L esponsabilità enorme aa a 
retator Ra lici sul problema della centrale di 
So Car assumiamo la responsabilità, non 
ore assi del e queste verfiche che la centrale parta 
026 e approv no una mozione che, dice alla fine, che 
mondo so vano la necessità di queste verifi- 
sio? Esa centrale di Caorso possa funziona- 
gino ogime. ioè dice: per ora può funzionare al 
paeireme acco) entiamo, poi quando ci saranno le veri- 
Sa paoontazioni adeguate, avremo un piano di 
piirenza g ato e allora si potrà saltare anche dal 50 
No, non credo che sia questo il discorso da farsi 


LA FORGIA: Fu fatta n = 
re el do ta quando si escludeva che potesse 


CONIGLIO: esta è i 
GR o ones È la mozione che ci è stata data. Io 
gita ade nd è così, se la posizione è cambiata, io 
“ora cio. pe non posso nemmeno accettare il di- 
gie facere i prima il collega Pecorari al quale pri- 
pyicdoo, sc erzando: «ma è vero che il tuo partito a 
SA TEA Da preso posizione netta contro l'apertura 
Ga Sg e lui mi rispondeva: «ma, però 
pe P osi ne guiche discutibile, perchè bisogna stare 
E amo tutte le necessarie informazoni, ecc 
, jo dico, ma allora non è che fin che non abbia 


163 


mo le necessarie infomazioni po mo partire al 50%. 

Fin che non abbiamo le necessarie informazioni non par- 

tiamo. Questo è il discorso che faccio io. Perlomeno que- 

sta mi sembrava anche una presa di posizione del presi- 

dente della Giunta, mi sembrava, non vorrei che fosse so- 

lo limitato al periodo particolare in cui fu fatta la comu- 

nicazione, ma io credo che su queste cose abbiamo una 

responsabilità tremenda, perchè nel caso di un incidente 

che comprende un’area di 80 chilometri attorno alla cen- 

trale di Caorso, noi abbiamo che si riflette questo proble- 

ma di intervento, su un’area che è una delle zone produt- 

tive centrali del nostro paese, per quanto riguarda, per 

esempio, la produzione di latte, per quanto riguarda, ad 

esempio, la produzione di formaggi, e altri prodotti im- 
portanti dell’alimentazione e quindi anche con riflessi ol- 
tremodo gravi. Io credo che noi non abbiamo ancora co- 
scienza di cosa significi avere Caorso nella nostra regio- 
ne, anche se il problema, come ho detto prima, non è solo 
della regione Emilia, ma anche della regione Lombardia 
e riguarda anche la politica nazionale, ma insomma non 
abbiamo ancora coscienza, se è vero, come è vero (io, per 
esempio, ho presentato una interpellanza proprio due mi- 
nuti fa) che nella legge regionale 18-5-1979 n. 14, sulla for- 
mazione del piano sanitario regionale non vi è alcun se- 
gno che la presenza di Caorso sia stata tenuta nella ben- 
chè minima considerazione, tanto che non è stato neppu- 
re previsto a Piacenza, pe esempio, un reparto ospedalie- 
ro di ematologia con posti letto, nè un servizio di genetica 
medica. 

Ecco, io chiedo se queste esigenze organizzative, che ri- 
guardano poi la revisione del piano di emergenza, tutte 
queste cose che noi vogliamo concretamente mettere an- 
che su una base più scientifica e non lasciata ai burocra- 
ti, al capo dei vigili del fuoco o che so io, che magari sono 
importanti anche loro, ma non possono certamente esse- 
re alla base della redazione di un piano di emergenza, ec- 
co se noi non dobbiamo anche pensare al fatto che abbia- 
mo Caorso, al fatto che possono essere incidenti della 
portata che sappiamo, e quindi anche se sul piano delle 
nostre attrezzature sanitarie non dobbiamo prevedere 
cose di questo genere. 


TRIOSSI: La risposta la sai, Coniglio. Perchè hai fatto la 
interpellanza? Hai approvato anche tu in commissione 


164 


una delibera nella quale abbiamo commissionato un pia- 
no d'emergenza sanitario proprio per questo... 


CONIGLIO: Va be”, io ti ho detto che nel piano sanitario 
questo non c’è. 


TRIOSSI: Il documento è già stato elaborato da una Com- 
missione presieduta dal professor Manni. 


CONIGLIO: Va bene, ma tu capisci che un consigliere so- 
o nell’ambito di una regione che interviene su tutta una 
serie di questioni, può anche non essere al corrente. Le 
interpellanze si fanno anche apposta. Tu mi dirai che hai 
atto tutto e io sono ben lieto di darti atto; mi dichiarerò 
soddisfatto se tu mi dici che queste cose le hai fatte. 
Vorrei concludere, signor presidente, proprio tornando 
al punto della questione di fondo che ci viene sottoposta 
con la mozione. 

o credo che una serie di richieste che sono contenute e 
nella comunicazione del presidente Turci e anche nella 
mozione siano richieste che debbano essere sostenute e 
sostenute anche con una presa di posizione della Regione 
contraria all'apertura della centrale di Caorso anche al 
50%. Tanto più che l'Enel e il Cnen, ma soprattutto 
"Enel, hanno atteggiamenti, nei confronti degli enti loca- 
i e nei confronti dei sindacati dei lavoratori, che vanno 
profondamente stigmatizzati. 

Secondo, che esiste la necessità, su una materia che è 
completamente sottratta agli enti locali e alla regione, di 
una iniziativa legislativa. Questo concetto l'avevo lancia- 
to anche in occasione della riunione che facemmo subito 
dopo l'incidente di Harrisburg; esiste la possibilità per le 
regioni interessate agli insediamenti nucleari, ma direi 
anche per tutte le altre regioni, di avanzare una proposta 
di legge nazionale delle regioni per chiedere un coinvolgi- 
mento preciso degli enti locali, delle regioni, per quanto 
riguarda la politica degli insediamenti nucleari, pur te- 
nendo presente la nostra posizione nettamente contraria 
alla scelta nucleare. Io credo che in questa maniera noi 
diamo forza anche a un nostro ruolo. Se noi oggi cediamo 
su questo punto, sul punto che intanto la centrale può 
partire al 50%, perlomeno, senza una presa di posizione 
nostra, noi indeboliamo ancora la nostra posizione, non 
assumiamo una posizione responsabile nei confronti 


165 


delle masse popolari, delle popolazioni di quelle zone, so- 
prattutto poi ci mettiamo in contraddizione perchè chie- 
diamo una verifica profonda, sulla base dell'incidente ad 
Harrisburg. una verifica scientifica, dei dati precisi, e 
nello stesso tempo non diciamo no all’inizio dell'attività 
della Centrale di Caorso, senza avere ancora padronanza 
e conoscenza di queste cose. 

Io credo che questo sia un atto di leggerezza estremo, un 
atto di irresponsabilità, mi permetto di dire, che dimo- 
stra ancora una subalternità delle forze della maggioran- 
za e della Giunta alla scelta che già fecero nella discussio- 
ne del piano energetico nazionale quando accettarono la 
scelta nucleare e la scelta di proposte da Donat Cattin per 
otto centrali elettronucleari. Ecco, io non credo di dover 
aggiungere altro. 

Ho esposto la mia posizione, ma poichè adesso si dice che 
forse la conclusione viene cambiata, dichiaro che, siamo 
sempre aperti per vedere appunto a quali conclusioni si 
può giungere, ma se la conclusione è quella contenuta 
nella mozione il mio voto sarà contrario. 


dea «= <<: 


Dibattito sulla legge per la occupazione 
giovanile del 30/9/1977 


Signor presidente, colleghi già in questa sede abbiamo di- 
scusso in maniera anche abbastanza precisa, sulla legge 
dell'occupazione giovanile. 

Questo provvedimento di legge considera congiunturale 
e non strutturale la disoccupazione giovanile, una disoc- 
cupazione di massa e ormai prevalentemente intellettua- 
le. 
Secondo noi questa legge segna un grave regresso rispet- 
to alle conquiste operaie degli ultimmi anni, sancite an- 
che nello statuto dei lavoratori, nelle lotte per l'avanzata 
di un controllo operaio sulla produzione, sull'ambiente e 
sull’organizzazione del lavoro e — secondo noi — si coll 
ga alla necessità del fronte padronale delle imprese di r. 
costituire margini di profitto e di potere sui lavoratori 
con la flessibilità della forza — lavoro, attraverso, come 
abbiamo detto, la creazione di un doppio mercato di lavo- 
TO. 
n questo senso è vero quanto si dice nella relazione sulla 
strutturalità del fenomeno. È vero. Questa mattina, mi 
are, sia lo stesso Truffelli sia Gualtieri rilevavano che 
‘analisi sembrava più un'analisi di forze alla sinistra del 
PCI che un'analisi fatta all'interno del PCI e notavano ef- 
fettivamente una contradditorietà fra l’analisi fatta e il 
quadro, le proposte politiche del Partito comunista, sia 
per quanto si riferisce all'accordo di governo, alla pro- 
grammazione e alla collaborazione con la Democrazia 
cristiana. 
La relazione riconosce la strutturalità del fenomeno del- 
a disoccupazione, legato proprio alle caratteristiche che 
oggi ha lo svilupo del sistema capitalistico a livello inter- 
no e a livello internazionale, alle necessità di ristruttura- 
zione che vi sono da parte del padronato nel nostro paese 
che tendono a ridurre la base produttiva, che collocano 
’economia nazionale in un quadro di subalternità 
nell’area capitalistica e avendo appunto come obbiettivo 
questa disoccupazione di massa come recupero di potere 
e, come dice giustamente la relazione, in questo quadro 
andando anche ad un ulteriore deterioramento dell’appa- 
rato produttivo in quanto, evidentemente, si rinuncia a 
tutto quello che è politica di investimenti, di ricerca, di 


167 


tecnologie avanzate, eccetera. Non a caso poi, sapendo 
questo, nell’accordo di governo al primo punto c’è l’ordi- 
ne pubblico, perchè è evidente che andando verso una 
prospettiva di questo genere l’unica condizione, di fronte 
ad esplosioni, a lotte che non possono non esservi, è poi di 
cercare di ottenere questo con una politica di repressione 
e di ordine pubblico. 
In questo senso è vero che il calo dell'occupazione è nega- 
tivo nel quadro attuale, cioè è sempre negativo, ma nel 
quadro attuale assume delle caratteristiche particolar- 
mente negative perchè appunto si lega all'aumento degli 
squilibri settoriali e zonali, fra nord e sud, fra agricoltu- 
ra e industria, alla crisi nei settori della ricerca, delle in- 
novazioni tecnologiche e si aumenta quindi quel distacco, 
quello iato che c’è fra qualificazione, quindi ruolo della 
scuola, e offerta di lavoro a tale livello di qualificazione. 
Poichè questa logica è evidente allora si capisce anche 
perchè si tenta di introdurre questa divisione del merca- 
to del lavoro come appunto si opera con questa legge, 
mentre non si controlla nulla (e direi che è l’altra faccia) 
dei fenomeni di fondo quali sono quelli del lavoro nero, 
del doppio lavoro, sviluppatissimo in una zona come la 
nostra, e che arrivano a posizioni, accettate anche da par- 
te del PCI, di valorizzazione del dato di decentramento 
produttivo. Abbiamo assistito a queste dichiaraizoni fat- 
te da esponenti del PCI all’interno della commissione 
programmazione, sull’incalzare del collega Menziani il 
quale diceva che in fondo bisogna anche stare attenti a 
condannare il lavoro a domicilio e fenomeni di decentra- 
mento perchè — lo diceva anche Truffelli questa mattina 
— assicura una certa elasticità e sono caratteristici an- 
che del tipo di sviluppo che si è avuto nella nostra regio- 
ne. 
Credo che su questi aspetti occora evidentemente fare 
chiarezza. La spinta poi alla richiesta nominativa fatta 
dalla Confindustria è emblematica dell'ulteriore attacco 
che si vuole sferrare alle conquiste del lavoratore e come 
esigenza di recuperare un potere assoluto di dominio in 
fabbrica e fuori e battere posizioni che sono venute avan- 
ti in questi anni a livello del movimento operaio. 
Questa richiesta nominativa significa mandare a monte 
tutte le graduatorie, partire dalle esigenze che vi sono nei 
diversi strati giovanili per quanto riguarda le loro condi- 
zioni complessive, significa reintrodurre criteri di sele 


168 


zione clientelari, discriminazioni politiche, eccetera. _ 
Quindi è vero; c'è questo distacco profondo fra la analisi 
che si fa nella relazione, il giudizio sulla legge, 1 accordo 
di governo e il programma regionale. — re = 
Credo che — e qui rientriamo in discorsi che ci siamo già 
fatti in questa sede e anche ieri accennati nel dibattito 
sulla variazione al bilancio — credo che non si abbia il co- 
raggio di trarre le dovute conseguenze che derivano da 
una analisi del genere, che io considero corretta, che so- 
no conseguenze da trarre sul piano delle scelte da far sia 
livello della collocazione internazionale del nostro paese, 
nell’area capitalistica e nell’area comunitaria e, quindi, 
con conseguenti scelte di politica interna nel nostro pae- 
se. Truffelli questa mattina riprendeva, capiva questo di- 
scorso e diceva «ma noi dobbiamo rimanere in un merca- 
to libero», cioè ribadiva il discorso del sistema aperto, 
della non autarchia, cioè se noi vogliamo rimanere in un 
sistema aperto di un mercato libero. to 
Noi contestiamo questo. Sembra che qui ci siano dei vin- 
coli internazionali immodificabili, come se non ci fosse 
una via di mezzo ed esistesse solo in termini drastici un 
prendere o lasciare, cioè o si è autarchici o si è in un mer- 
cato libero che significa poi mercato dominato e diretto 
con le logiche ferree dalle conomie più forti: dagli Stati 
Uniti e dalla Germania. - 
Per esempio due anni fa mi ricordo che contro le attuali 
scelte politiche agricole in sede di Mercato Comune ebbe 
qualche parola di condanna anche La Malfa, e sappiamo 
chi è La Malfa... 


VOCE: Chi è? 


CONIGLIO: È un esponente del capitalismo «agnelliano», 

rosso padronato italiano. rn 
Su Siruali politiche a livello della divisione capitalisti 
ca internazionale, quindi delle logiche delle economie più 
forti, del mercato comune e della CEE impoveriscono 
produttivamente il nostro paese, accentuano tutti gli 
squilibri, che sono sempre più in crescita, TETTO 
disoccupazione e ne fanno un fenomeno di massa, anche 
a livello di disoccupazione intellettuale, non si capisce 
perchè non si debbano contrattare livelli diversi co- 
struendo margini di autonomia sufficiente per certe pro- 
duzioni e ricerche nel nostro paese, andando all’equili- 


169 


brio fra i settori, creando maggiore corrispondenza fra la 
scuola, la qualificazione e il mercato del lavoro, andando 
anche ad una politica di riduzione di orari di lavoro in 
una serie di settori e di controllo democratico di fenome- 
ni che ci sono e che debbono essere colpiti, come il dop- 
pio lavoro, sull’utilità precoce che poi va a coprire altri 
posti di lavoro sottratti ad altra mano d'opera. Questa è 
tutta una serie di fenomeni che possono essere controlla: 
ti attraverso un processo che è quello evidenziato dalle 
lotte di questi anni dove c'era un controllo dal basso, un 
controllo in fabbrica, un controllo a livello di territorio 
con i consigli di zona allargati ai disoccupati, agli studen- 
ti. Cioè questo è il modo per colpire certi fenomeni e mu- 
tare gli orientamenti che vi sono. 
Questi sono i nodi di fondo ed è inutile che noi ci prendia- 
mo in giro; se non si affrontano questi nodi la situazione 
diventerà sempre più grave e lo scontro frontale fra le 
masse giovanili e lo Stato si farà sempre più pesante con 
la sconfitta, che sarà sconfitta della sinistra, se non si 
prende coscienza di questa situazione, della sinistra la 
cui ala storica importante è inserita in una logica che è 
una logica perdente. Cioè se non si ha la forza di mettere 
in discussione tutto ciò siccome vediamo che c’è una scis- 
sione secca fra analisi e proposte politiche, significa, alla 
fine, andare verso prospettive perdenti. 
r venire al piano della Regione. Il piano della Regione 
sembra una via di mezzo fra una proposta illusoria e un 
rogetto faraonico. Il piano è particolareggiato negli in- 
dirizzi di utilizzo dei fondi, è velato però nella logica poli- 
tica di fondo. Che cosa vuol dire? La prevalenza data ai 
contratti di formazione lavoro, la sottolineatura data alla 
scelta dei giovani non corrispondente al titolo di studio e 
per il settore dell'agricoltura sonò significative di questo 
aspetto di logica politica; il velo demagogico è quello del- 
a ricomposizione fra lavoro manuale e lavoro intellet- 
tuale, cioè il laureato che fa l'operaio, il cittadino che va a 
avorare in campagna rifiutando l'ideologia del lavoro 
impiegatizio come superiore a quello manuale e quello 
del lavoro in città superiore al lavoro in campagna. 
Gli effetti, nella sostanza, possono essere gravi: cioè vi 
può essere, attraverso questo discorso, la tendenza 
all'eliminazione del valore legale del titolo di studio, che 
è da respingere perchè porta allo svuotamento di fatto 
delle scuole pubbliche, favorendo l'eliminazione del con- 


170 


trollo pubblico a favore di quello privato, incontrollabile 
e padronale, della formazione delle figure professionali, 
prefigurando così un tipo di struttura della scuola estre- 
mamente negativo e avviando una riforma della stessa di 
‘atto. È bene pensare a questi aspetti. A 

AI di là della demagogia, i contratti di formazione lavoro 
sono lavoro precario e, come tale, rappresentano di per 
sè un rafforzamento del mercato di lavoro precario finan- 
ziato dello Stato, alternativo a quello stabile. 

contratti di formazione lavoro sono da effettuare solo se 
è garantita l'assunzione stabile, ma questo non è detto 
nella relazione. Il fatto di avere, alla fine, una qualifica 
non porta all'assunzione, come sostiene la Regione, dimo- 
strando una illimitata fiducia nel padronato. deci 

La Regione deve schierarsi con i lavoratori e quindi so- 
stenere questi in modo deciso. L'ultimo documento della 
Confindustria sostiene in modo aperto l'utilizzo dei gio- 
vani per lavoro precario a loro discrezione. Quindi su 
questo c'era anche una presa di posizione (lo discutemmo 
anche l’altra volta) del sindacato, qui la regione se ne è di- 
menticata della posizione del sindacato in sede regionale. 
Il lavoro a tempo indeterminato è subordinato alla situa- 
zione economica che se rimane così non lo permette e, co- 
munque, la quantità proposta è compresa nel turn-over. 
Inoltre si dà credito alla tesi padronale di difficoltà crea- 
te dalla mancanza di mano d'opera qualificata; nel primo 
caso ci si deve chiedere che cosa si fa se la situazione si 
aggrava e deve essere combattuta una battaglia per l oc- 
cupazione comunque. Inoltre coprendo parte del turn- 
over non si risolve nessun problema, solo lo si rimanda 
agli altri disoccupati, con il rischio anche di mettere gli 
uni contro gli altri. vw 
Oltre al fatto della mancanza di mano d'opera qualificata 
noi riteniamo che il padronato non sia in difficoltà per la 
mancanza di questa mano d'opera qualificata (ammesso 
che sia in crisi sul serio il padronato, perchè in certi set- 
tori è da dimostrare), ma perchè si desidera una mano 
d'opera controllabile a piacimento e la qualificazione 
professionale di per sè non induce il padronato ad assu- 
mere. . i € 

Il piano per l'occupazione a tempo indeterminato è del 
tutto arbitrario, non è collegato ad un piano economico 
che sta andando avanti, è subordinato allo sviluppo eco- 
nomico e quindi, in prospettiva, alle scelte del padronato, 


visto che la politica dell'ente locale o segue queste scelte 
o non incide affatto. È questa la parte più demagogica, 
anche se molto limitata. 
L'intervento nell’agricoltura è anch'esso campato in aria, 
esattamente come i piani di rilancio della stessa che non 
siano collegati ad una dura lotta contro le scelte del MEC 
e del Governo. Ma questo l’ha detto l'assessore Severi e 
quindi è vero; sono parole sacrosante dette dall'assessore 
Severi, ma il fatto è che si dicono ma poi nonsi fa niente 
perchè, fra l’altro, è all'ordine del giorno anche il dato dei 
mille miliardi richiesti e dei duecento che il Governo da- 
rebbe per l'agricoltura. Quindi la centralità dell’agricol- 
tura è un problema nettamente eluso da questo quadro 
politico, da questo accordo di Governo e da questa politi- 
ca nella quale il PCI è inserito. 

Questi sono i dati. Per potere fare un discorso realistico 
sullo sviluppo di una occupazione in agricoltura bisogna 
andre contro gli accordi in sede di MEC, perchè le diretti- 
ve comunitarie, caro Ceccaroni, le abbiamo discusse am- 
piamente in questa sede. Per fare entrare un certo tipo di 
aziende a fruire dei contributi l'assessore Severi ha dovu- 
to fare i salti mortali e il Governo glieli ha bocciati due 
volte; quindi a questo punto sappiamo bene come sono le 
questioni. 

Il richiamo, inoltre, per quanto riguarda lo sviluppo delle 
cooperative in agricoltura e criteri di redditività impedi- 
sce di fatto la formazione delle cooperative stesse, perchè 
se per avere i finanziamenti bisogna dimostrare di essere 
in grado di produrre reddito, significa che verranno favo- 
rite le cooperative già esistenti, o cooperative fittizie (tra 
l’altro nel settore cooperativo bisogna stare molto atten- 
ti), ma non certo quelle di giovani anche volonterosi, che 
non hanno possibilità di dimostrare a priori di poter es- 
sere redditivi. E poi chi decide se una cooperativa è red- 
ditiva o no? Anche qui entriamo in un terreno in cui an- 
che i punti di vista differiscono. 

Quindi o si rilancia una lotta contro la politica del MEC e 
del Governo sull'agricoltura o tutto resta demagogia. Su 
queste questioni è bene che non si ingannino i giovani, 
perchè l'inganno è la cosa peggiore in una situazione di 
disgregazione e di difficoltà quale è quella attuale. 

Nei servizi socialmente utili i lavori previsti sono in gran 
parte temporanei e, comunque, tutti non per assunzione 
diretta della pubblica amministrazione. Ecco, allora che 


172 


discorso facciamo sula costituzione di cooperative che la- 
vorano per gli enti pubblici rispetto all’assunzione diret- 
ta da parte degli enti pubblici? Credo che su queste que- 
stioni si debba stare molto attenti, perchè un rapporto di 
questo genere crea una disparità fra lavoratori che sono 
dipendenti dell'ente pubblico e lavoratori dipendenti del- 
le cooperative che sono sostanzialmete dipendenti da pri- 
vati anche se la cooperativa ha particolari fini, però in so- 
stanza è una azienda privata. Quindi questo, con le attua- 
li tendenze della spesa pubblica, e qui ieri accennavamo 
al Comitato d'intesa e alle logiche della spesa pubblica 
che sembrano prevalere nel quadro attuale, significa 
creare un rapporto che si pensa — da parte dell’ente pub- 
blico — di andare a rescindere quando non serve più, 
creando minori problemi certamente in quanto si pensa 
che — essendo ditte private — queste possano risolvere 
più facilmente il problema. 

Credo che questo sia sbagliato; credo che per servizi so- 
ciali di base, penso per esempio agli asili nido e ad altri 
settori, questi debbano essere dipendenti pubblici a tutti 
gli effetti; non si possono assolutamente creare coopera- 
tive e forme privare per lavori di questo genere senza get- 
tare i lavoratori a tempo indeterminato contro quelli a 
tempo determinato creando una situazione, sul piano po- 
litico e sindacale, esplosiva, con conseguenze gravissime. 
Per cui su questo problema invito chiaramente la Giunta 
arimediare la scelta perchè è una scelta, a nostro parere, 
negativa. 

Se tutti i servizi debbano essere pubblici è una vecchia te- 
matica che abbiamo discusso molto qui a Bologna. 
Credo che se si marciasse in una situazione di sviluppo 
questo problema potrebbe avere anche un tipo di decan- 
tazione diverso; in una situazione di questo genere il pro- 
blema diventa evidentemente più grave da affrontare, pe- 
rò credo che per servizi sociali fondamentali, nel campo 
soprattutto dell'educazione, delle scuole, degli asili, ecce- 
tera, queste disparità non debbono assolutamente essere 
costruite. Quindi noi che cosa diciamo? Per il contratto 
di formazione lavoro, detto questo e concludo, noi chie- 
diamo almeno due condizioni, cioè la garanzia dell’assun- 
zione al termine del contratto, come previsto dal proto- 
collo regioni-sindacati all’inizio di anno; non cedere asso- 
lutamente e se il Governo modifica la legge è veramente 
una sconfitta della classe operaia e delle sue conquiste di 


questi anni; non cedere sul terreno delle richieste nomi- 
native ma battersi per una gestione sempre più democra- 
tica e collettiva del collocamento. E poi, un'altra condi 
zione, è che questa formazione serva effettivamente e 
quindi sia controllata dai lavoratori della fabbrica e dai 
giovani e quindi sia una qualifica riconosciuta e valida. 
Io ho fatto queste osservazioni; mi pare di essere entrato 
anche nel merito del provvedimento che viene messo in 
discussione; credo che su alcune questioni la giunta deb- 
ba dare delle risposte precise. 


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Dibattito del 28/10/1977 
sul canone sociale 


Signor presidente, colleghi, con questo provvedimento 
affrontiamo un problema di grande importanza che an- 
che in altre occasioni abbiamo avuto modo di accennare 
in questa sede: il problema dell'uso sociale di un patrimo- 
nio pubblico di edilizia residenziale (in questo caso patri 
monio pubblico degli Istituti autonomi per le case popo- 
lari), in una recente occasione, anche a seguito di una in- 
terpellanza che ho avuto modo di fare sul problema 
dell'uso del patrimonio residenziale di proprietà dei Co- 
muni, degli Ospedali, delle Opere pie. Un patrimonio no- 
tevole che, messo assieme a quello degli istituti autono- 
mi, può permettere una certa politica della casa a favore, 
soprattutto, degli strati sociali meno abbienti. 

Ho avuto modo di lamentare, il ritardo politico delle 
maggioranze che hanno diretto la nostra regione e il no- 
stro comune di Bologna, in particolare, nell'affrontare 
con criteri sociali il problema di questo patrimonio pub- 
blico. 

È chiaro che una politica della casa nel nostro paese non 
può passare solamente attraverso l’uso sociale del patri- 
monio pubblico; è evidente — affrontando questo proble- 
ma — che una vera volontà politica da parte delle forze 
che si impegnano su questa strada può essere realizzata 
solo se si lotta, contemporaneamente, per ottenere l’equo 
canone per quanto riguarda la generalità degli alloggi di 
proprietà privata nel nostro paese e, soprattutto, ad 
esempio, se ci si impegna, cosa che non è mai stata fatta 
nella nostra regione, a differenza di altre città, per esem- 
pio per quanto riguarda il problema degli alloggi sfit 
applicando già norme di legge che consentono di requisi- 
re gli alloggi sfitti e darli in affitto a chi ha bisogno della 
casa. 
È evidente che occorre un contemporaneo impegno su 
tutte queste questioni, e io ho motivo di avere seri dubbi 
per la passata politica fatta dalle maggioranze in questa 
regione, e debbo dire che mentre in passato, e anche di re- 
cente, su tutta una serie di questioni si era trovato anche 
un punto di incontro, su una cosa però non sono mai riu- 
scito a trovare un impegno che potesse avvicinarmi alle 
posizioni della maggioranza e cioè sulla politica della ca 


176 


sa, sulla politica urbanistica. Questo anche negli anni 
dell'espansione, in cui positivo è stato lo sviluppo dei ser- 
vizi sociali fatti dal comune di Bologna, ma il vuoto era 
sempre lì, nella politica della casa, che è poi scoppiato 
nel modo che sappiamo, sollecitato dalla situazione della 
domanda non corrisposta degli strati meno abbienti, dal 
problema degli studenti, dei pensionati, eccetera. Su que- 
sto proprio c’è il vuoto. Quindi io ho e mantengo seri dub- 
bi su questa volontà politica, seri dubbi che mi derivano 
poi anche dal tipo di scarso impegno che oggi vi è, e sul 
problema della requisizione degli alloggi e sulla battaglia 
che si conduce sull’equo canone, nel quadro del colpo di 
mano portato avanti dalla democrazia cristiana, dalle de- 
stre, dal Partito repubblicano dell'aumento della rendita 
al 5% con il regalo di migliaia di miliardi, se passa, alla 
proprietà edilizia, e quindi con una situazione sociale che 
possiamo benissimo immaginare. 

Comunque, di fronte al provvedimento in oggetto innan- 
zitutto vi è un scarsa volontà, che del resto avevo già sot- 
tolineato nella replica a 
rini, di estendere la normativa al restante patrimonio. 
Vi fu allora una definizione generica dell'assessore Bac- 
carini che viene ripetuta tale e quale qua; quindi per 
quanto riguarda il patrimonio delle Opere pie, degli 
Ospedali e di altri enti pubblici su questo non c'è nessun 
impegno preciso neanche di dire quello che si può fare, 
cioè ad es. una anagrafe della situazione, l'intervento del- 
le commissioni di quartiere, cioè anche prefigurare che 
tipo di direzione svolge la regione, che cosa intende fare; 
su questo non c'è niente e quindi le cose continueranno 
ad andare come sono andate fino ad oggi. 

Per quanto riguarda il provvedimento e l’uso del patri- 
monio dell’IACP credo che è un fatto grave che si inter- 
venga solo oggi, cioè è un fatto grave per esempio che 
persone che avevano chiesto l'alloggio pubblico non ne 
abbiamo potuto usufruire fino ad oggi, è un fatto grave 
che sia stato possibile per certe persone continuare ad 
abitare questi alloggi avendo superato quel dato reddito, 
quelle condizioni economiche che permettono appunto la 
permanenza dentro questi alloggi; il che dimostra che fi- 
no ad oggi si è fatta una politica non sociale, a questo ri- 
guardo. Sappiamo attraverso quali traversie è passato 
l’IACP, dalle vecchie gestioni democristinae e socialde- 
mocratiche di stretto stampo clientelare, però vediamo 


177 


che dei grandi passi avanti, perlomeno in passato, non se 
ne sono fatti, fino a questo programma che evidentemen- 
te accoglie una spinta e una lotta che in un certo qual mo- 
do è venuta avanti. 
Mentre noi diciamo che per quanto riguarda il patrimo- 
nio pubblico tutto deve essere gestito in maniera traspa- 
rente come una casa di vetro, si deve potere avere un con- 
trollo democratico di tutto quello che succede per questo 
patrimonio, di chi ci sta dentro, così come vogliamo un 
controllo democratico e trasparente per quanto riguarda 
le situazioni di reddito di tutti i cittadini, noi compresi, 
tutti. Cioè ci deve essere chiarezza e controllo dal basso 
su tutto, sull'uso del patrimonio sociale, pubblico, sul 
reddito che ciascuno di noi ha, sulle reali condizioni 0 
meno per abitare in determinate situazioni. Credo che 
queste cose dobbiamo cominciarle a dire perchè eviden- 
temente altrimenti rimangono lettera morta anche i buo- 
ni propositi, cioè le buone normative, perchè credo che il 
fine che questo provvedimento si propone è un fine — a 
mio parere — valido, quello appunto di fare si che questo 
patrimonio pubblico sia gestito socialmente dalle perso- 
ne che ne hanno diritto e sia usufruito dalle persone più 
bisognose e che quindi questo discorso della gestione 
pubblica sociale, questo discorso della mobilità, a secon- 


da delle esigenze che i cittadini e le famiglie hanno, vada 
avanti. C'è, per esempio, il discorso della mobilità per chi 
ha degli standards superiori alle proprie esigenze che de- 
ve andarsene da quell’alloggio, andare in un alloggio più 


corrispondente alle sue esigenze, e credo che in questo 
senso occorra una forte determinazione politica perchè 
anche le penalità che sono state messe per chi vuole man- 
tenere, anche a seguito della proposta fatta dall'Istituto, 
un alloggio che è superiore a quelle che sono le sue esi- 
genze, le penalità non sono molte alte, se andiamo a con- 
siderare le situazioni di reddito che possono esserci in 
certe famiglie e gli affitti che ci sono fuori. Cioè rendia- 
una forte gestione demo- 


moci conto anche che occorre 
cratica di questi provvedimenti. 

Credo che su questo terreno si misuri appunto la volontà 
politica della maggioranza e di coloro che dovranno ge- 
stire in prima persona questi problemi. 

Per quanto riguarda le proposte che qui vengono fatte, 
per quanto riguarda l'articolazione del provvedimento 
penso che il meccanismo sia sostanzialmente valido, nel 


178 


one il discorso dell’applicazione del 10% alle varie 
sce di reddito sembra giusto, cioè si fissa un criterio — 
per noi, ad esempio, questa è una proposta che elaboram- 
Rorcome gruppo parlamentare e che poi non abbiamo 
po avanti RO proprio di ancorare l’affit- 
ear 0% de reddito credo che ancorare l'affitto soprat- 
utto di edilizia pubblica al 10% del reddito sia un crit 
rio giusto perchè si sottolinea la socialità, cioè l'abitazio. 
pgeome servizio sociale, portandolo fuori dal discorso 
lel mercato e quindi richiedendo un impegno pubblico in 
duesto settore che nel nostro paese non c'è. Si costruisce 
il 3% rispetto ad altri paesi capitalistici avanzati dove sè 
il 25/30/35% 40 o 50%, e credo che sulla casa occorra f: SE 
una politica prevalentemente pubblica. Che cosa snioligr 
re questo? Vuol dire che se io ho un reddito molto alt i 
spetto ad altri redditi e pago il 10% del mio reddit 0, 
poi la fiscalizzazione diretta che percepisce da me sù 5 
pacata ata con un controllo democratico e a 
3A otta alle evasioni, percepisce da me quei fondi che in 
lefinitiva vanno ad incrementare tutta una serie di servi 
gi sociali tra cui metto la casa e i trasporti che, PSE, 
med cspone = dati a prezzo politico e debbono usci- 
S giche di costi e ricavi perchè servizi sociali prima- 
I quali fra l’altro, secondo noi, debbono essere alla base 
di uno sviluppo economico diverso, cioè alternativo * 
imm de abbiamo avuto fino ad oggi e che ci A 
t attuale crisi, e che quindi deve vedere un gros- 
giome di investimenti pubblici, e TERA 
pene paro posto a fare questo, credo che i servizi so- 
cd reggono dati a questi prezzi e essere sostenu- 
Eescp: ia imposizione fiscale diretta forte- 
e Singue credo che il eianio debba essere questo, cioè 
Ù Ita che si fissano le 5/6 mila lire, che è veram 
rico (è come il trasporto pubblico a 50 lire), il pre: 
ema è che si deve intervenire su pensioni che sono a li 
o neanche della sopravvivenza. Non è che il correttivo 
A e atrodonio gu; qui mi interessa fissare un 
erio che caratterizzi la casa, soprattutto la casa di 
proprietà pubblica come servizio sociale e questo crit 
rio ancorato al 10% del reddito mi sembra un criteri Fs 
cettabile. Caro 


In questo senso credo che il meccanismo che qui viene 


179 


proposto sia valido ma che il problema sia, come dicevo 
prima, quello della gestione politica, e da troppi fatti io 
mi permetto di sollevare i dubbi sulla traduzione concre- 
ta nel senso che effettivamente questa proposta serva a 
gestire socialmente questo patrimonio, a mandare via co- 
loro che non hanno diritto di stare lì, e quindi per questo 
il discorso va collegato alla battaglia più generale perchè 
questa gente che viene mandata via deve poi trovare la 
possibilità sul mercato di avere case ad affitti non specu- 
lativi come ci sono oggi, e di garantire la mobilità inter- 
na, cioè che ciascuno abbia la possibilità di usufruire di 
questo patrimonio a seconda delle esigenze familiari, dei 
nuclei familiari che vi sono. 

In questo senso credo ci sia una forte istituzionalizzazio- 
ne. Che cosa intendo dire? Intendo dire che i termini del 
controllo dal basso sono scarsamente prefigurati anche 
nelle proposte di gestione che qui vengono fatte. Non vo- 
glio fare sul SUNIA il discorso che ha fatto Forcione, per- 
chè il SUNIA sappiamo benissimo chi è, si potrà essere 
d'accordo o meno sulle sue scelte e sui suoi contenuti, pe- 
rò il SUNIA è oggi il sindacato più rappresentativo 
dell’inquilinato, è collegato alle federazioni sindacali e 
gindi lo conosciamo bene. Il problema è che qui deve es- 
sere dato più spazio ad altre organizzazioni di inquilini e 
coinvolgere maggiormente gli enti locali, e anche qui cre- 
do che la scelta sia limitativa, questa articolazione del 
controllo, sia per quanto riguarda gli utenti, sia per 
quanto riguarda anche la realtà circostante, cioè la rap- 
presentanza degli enti locali e dei quartieri, debba essere 
articolata con maggiore presenza e maggiori garanzie. 
Ecco, quindi non so, la sostanza mi pare di averla detta. 
Io ritengo che il meccanismo sia valido; ho seri dubbi, e li 
ho espressi, sulla gestione politica, e quindi attendo una 
verifica in questo senso; credo che nonsi possa estendere 
meccanicamente questo criterio ad altri enti, perchè cre- 
do sia difficile estendere (va bene che la Giunta ha preso 
solo un impegno generico) a proprietà di altri enti i crite- 
ri che sono qui. Io vi invito a farlo però bisogna pensarci, 
nel senso che ci sono situazioni di standard, di edifici di- 
versissime (proprietà di Opere pie, palazzi antichi, came- 
roni enormi), bisogna studiare standard di tipo diverso. 
Però credo che anche su questo siamo in ritardo e sottoli- 
neo questo ritardo da parte della Giunta. 

Queste sono le osservazioni che volevo fare e ritengo di 
non dovere aggiungere altro. 


180 


Progetti di legge 


Nel corso di questi cinque anni sono stati presentati dal 
consigliere Coniglio otto progetti di legge su temi attorno 
ai quali si erano sviluppate iniziative di gruppi a livello di 
base: è il caso dei progetti di legge per il Parco dell’Ac- 
quacheta (Forlì), frutto del lavoro di un gruppo di compa- 
gni della zona che, da tempo, lavorano in una comunità 
agricola, come pure quello per un programma per la di- 
vulgazione e la sperimentazione di tecniche agricole bio- 
logiche. presentato insieme al capogruppo del PSI dopo 
incontri con gruppi di ecologisti e per loro espressa ri- 
chiesta. Analoga cosa si può dire per il progetto su norme 
per l'utilizzazione dell'energia solare in Emilia- 
Romagna. 

Altri progetti di legge sono invece rivolti a problemi di 
grande interesse generale e di estrema attualità, quali 
quello sull’utilizzazione degli alloggi sfitti, quello sulla 
disciplina dei referendum abrogativi e consultivi, e, ulti- 
mi in ordine di tempo, quello a favore dei cittadini handi- 
cappati per l'eliminazione delle barriere architettoniche 
e quello per la istituzione del Collegio per la difesa civica 
in Emilia Romagna. 

Alcuni di questi progetti di legge non hanno trovato una 
soluzione positiva nel dibattito in Consiglio regionale, tra 
questi quello sull'utilizzazione degli alloggi sfitti o solo 
parziale come quello sull'abrogazione della legge regio- 
nale 9/8/74 n. 38 e norme interne di elaborazione giuridi- 
ca della regione. Altri non sono stati ancora discussi e so- 
lo quello sui referendum ha trovato per ora una positiva 
soluzione, anche se con modifiche frutto della discussio- 
ne tra le diverse forze politiche. 

Crediamo comunque importante pubblicare tutti i prc 
getti di legge, sperando che quelli non ancora discu 
trovino una positiva accoglienza nella nuova legislatura 
regionale. 


ABROGAZIONE DELLA LEGGE 
REGIONALE 9 AGOSTO 1974, N. 38, 
E NORME IN TEMA DI 
ELABORAZIONE GIURIDICA DELLA 
REGIONE EMILIA-ROMAGNA 


RELAZIONE 


La costituzione di un ente regionale apposito, quale l’Isti- 
tuto di studi giuridici, per l'elaborazione e la formazione 
di una cultura e di una documentazione giuridiche regio- 
nali, non fu vista da noi benevolmente fin dal tempo della 
istituzione medesima. Si riteneva infatti più giusta la 
scelta di svolgere — diversamente — tali attività diretta- 
mente come Regione, istituendo efficaci rapporti con le 
organizzazioni della società civile e con le Università, in 
tal modo contribuendo altresì a rompere la «separatez- 
za» degli istituti universitari dal tessuto sociale e dalle 
realtà pubbliche con particolare riferimento agli enti lo- 
cali elettivi e alla Regione. Era da temersi che l’Istituto di 
studi giuridici si rinchiudesse negli ambienti universita- 
ri, restando slegato da quel contatto con le formazioni so- 
ciali che la legge istitutiva stessa prevedeva come neces- 
sario; ciò che purtroppo è nei fatti accaduto, l'Istituto ri- 
manendo appannaggio di poche componenti accademi- 
che 
Più che a incontri «a metà strada», come quelli postulati 
da tale Istituto, con risultati oltretutto non molto validi, 
pensavamo allora e pensiamo oggi — con questa propo- 
sta di legge — ad un confronto più serrato e ad imposta- 
zioni di lavoro comuni, realizzando positivamente — con 
un rapporto di «interazione» — forme di eventuali inte- 
grazioni fra Regione da un lato e istituti o facoltà univer- 
sitarie dall'altro, in modo da contribuire alla democratiz- 
zazione della stessa Università. 

Va detto inoltre che lo spirito dei decreti attuativi della 
legge n. 382 del 1975 induce, tra l’altro, a snellire il più 
possibile l'apparato regionale, in primo luogo pertanto 
con la massima riduzione degli enti strumentali della Re- 
gione. 

Ambedue queste ragioni consigliano la soppressione 
dell'Istituto regionale di studi giuridici. Mentre va rico- 


183 


nosciuta valida tuttora una funzione della Regione 
nell’ambito della promozione di una cultura giuridica 
pienamente partecipe del processo di rinnovamento de- 
mocratico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali. 
Nel progetto di legge che si presenta, pertanto, la sop- 
pressione dell'Istituto di studi giuridici (primo comma 
dell'art. 1 e art. 6) è stata accompagnata con la predispo- 
sizione di norme che indicano analiticamente le funzioni 
relative all'elaborazione giuridica regionale e alla forma- 
zione della cultura giuridica predetta, oltre al metodo di 
svolgimento di tali funzioni e all'indicazione di alcune li- 
nee di attività in argomento (artt. 2 e 3). Tali funzioni sa- 
ranno, come è ovvio, esercitate direttamente dalla Regio- 
ne, tramite la Giunta regionale e secondo gli indirizzi 
col controllo del Consiglio. 

Sempre allo scopo di cui sopra, le norme relative alla 
soppressione sono state accompagnate dalla previsione 
(art. 4) di una Sottocommissione della Commissione con- 
siliare «Bilancio e affari generali», che dovrà seguire lo 
svolgimento di tali attività, oltre che dalla prescrizione di 
una periodica relazione della Giunta in argomento. Esse 
sono state accompagnate inoltre (art. 5) dall’istituzione, 
presso l'Assessorato Affari istituzionali e legali, di un Uf- 
ficio Legislativo della Giunta. È infatti perlomeno assur- 
do che, dovendo le Regioni essere enti di legislazione e 
programmazione, la Giunta della Regione Emilia- 
Romagna manchi, come manca, di un proprio ufficio legi- 
slativo, dal momento che allo stato attuale essa è prov 
sta soltanto di — pur qualificati — consulenti esterni, 
che svolgono la propria opera pertanto con carattere di 
saltuarietà. 
A proposito dell'Ufficio Legislativo della Giunta, ne è pi 
vista piuttosto analiticamente la composizione, nella spe- 
ranza che tali disposizioni possano presto integrarsi con 
quelle, più generali e per moltissime ragioni estrema- 
mente necessarie, dell’inquadramento funzionale di tutti 
gli uffici. È disposto altresì un collegamento organico tra 
l'Ufficio Legislativo della Giunta e ‘gli Uffici Studi Legi- 
slativi e Documentazione del Consiglio, di cui all'art. 15 
dello Statuto regionale. 
L'ultimo comma dell’art. 5 disciplina poi le consulenze in 
materia giuridica della Giunta, affidandone il controllo 
alla Sottocommissione dell’art. 4. 

Per quanto concerne le disposizioni finanziarie, l’art. 7 


184 


prevede che la Giunta ne faccia proposta al Consiglio en- 
tro 40 giorni dall'entrata in vigore della presente legge, e 
cioè entro 10 giorni dal termine massimo entro cui il Pre- 
sidente dello scadente Istituto di studi giuridici cons 
gnerà formalmente alla Regione i dati economi 
dell'Istituto stesso, dati necessari per la previsione di di- 
sposizioni di bilancio relative, sostanzialmente, alle me- 
desime attività già svolte dall'Istituto di studi giuridici, e 
relative comunque in tale ambito ad attività di promozio- 
ne dell’elaborazione giuridica. 


PROGETTO DI LEGGE 


Art. 1 


La legge regionale 9 agosto 1974 n. 38, relativa alla «Co- 


stituzione dell'Istituto regionale di studi giuridici» è 

abrogata. 

Le funzioni già proprie del disciolto Istituto, così come 

nuovamente individuate nei successivi artt. 2 e 3, sono di-. 
rettamente esercitate dalla Regione Emilia: Romi agna, 

tramite la Giunta regionale che agisce collegialmente se- 

condo gli indirizzi renerali ed il controllo del Consiglio, 

come specificato nei successivi artt. 4 e 5. 


Art. 2 


La Regione Emilia-Romagna, nell’ambito delle funzioni 
del comma II dell'articolo precedente, concorre a realiz- 
zare gli obiettivi di progresso culturale, civile, giuridico, 
economico e ioctale CUDASIAA dallo Statuto regionale, e 
comunque nello spirito dello Statuto medesimo, adope- 
randosi per la formazione di una cultura giuridica piena- 
mente partecipe del processo di rinnovamento democra- 
tico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali. 

In tale prospettiva la Regione Emilia-Romagna si impe- 
gna, in primo luogo, a curare la predisposizione più effi- 
cace e corretta possibile della normativa regionale. Essa 
promuove l'impegno unitario e il confronto di quanti — 
nella società e nelle sue organizzazioni, nella pubblica 
amministrazione, nelle università, nella magistratura e 
nel Foro — intendono dare un positivo contributo alla ef- 


185 


fettiva attuazione della Costituzione; essa assume così 
iniziative di ricerca e di studio per la pieha realizzazione 
dei principi sui quali si fonda l'ordinamento regionale e 
dell’autogoverno locale, operando nell'interesse non solo 
proprio ma anche dei Comuni, delle Province e delle altre 
istituzioni locali, rivolgendo prevalente attenzione agli 
studi giuridici concernenti le Regioni, gli enti locali terri- 
toriali, le autonomie e il decentramento amministrativo, 
al fine di una effettiva attuazione dell'art. 5 della Costitu- 
zione. 


Art. 3 


Per la realizzazione degli scopi funzionali indicati dall’ar- 
ticolo precedente, la Regione Emilia-Romagna assume 
come proprio metodo d'azione un diretto e costante con- 
tatto con le formazioni della società e con gli enti, istitu- 
zioni ed associazioni che siano portatori di esigenze di 
rinnovamento culturale e sociale. 
In tal senso, essa intraprende rapporti con i Comuni, le 
Province e gli altri enti locali territoriali, con le organiz- 
zazioni sindacali, con gli organismi cooperativi e con al- 
tri enti ed associazioni della società,-con le istituzioni 
universitarie e le altre istituzioni scientifiche culturali e 
professionali, favorendo il contatto di queste ultime con 
le forze popolari che operano nella so Essa stabili. 
sce altresì rapporti con gli ambienti giudiziari e forensi, 
e con analoghe istituzioni o formazioni sociali che op 

no per fini di progresso democratico. Essa elabora, anche 
in collaborazione con tutti gli enti, istituzioni ed associa- 
zioni sopra menzionati, programmi di studio e di ricerca. 
Per raggiungere tali scopi la Regione Emilia-Romagna: 
a) predispone nel modo più efficace e corretto gli atti nor- 
mativi di propria competenza; 
b) promuove e organizza — ove necessario — convegni, 
seminari, corsi di aggiornamento, ed altre manifestazioni 


di carattere culturale, professionale e scientifico, favo- 
rendo la partecipazione agli stessi di studiosi e ammini- 
stratori; 
c) cura la raccolta di materiale documentario e bibliogra- 
fico; 

d) promuove e organizza ogni altra utile iniziativa cultu- 
rale, nell'ambito della realizzazione degli scopi dell'art. 2 
e secondo la metodologia fissata dal presente articolo. 


186 


Art. 4 


È istituita in seno alla Commissione consiliare «Bilancio 
e Affari generali», una Sottocommissione permanente, 
avente il compito di promuovere, vigilare e controllare 
l'esercizio delle funzioni di cui agli artt. 2 e 3. 

Tale Sottocommissione è formata da un numero di Consi 
glieri non inferiore a 4 e non superiore a 8, nominati dalla 
Commissione «Bilancio e Affari generali». Ai lavori della 
Sottocommissione stessa sono stabilmente invitati, con 
diritto di voto consultivo: 
— i rappresentanti delle forze sindacali; ) 

— i rappresentanti delle forze produttive e di tutti gli or- 
ganismi cooperativi; 
— i rappresentanti delle Facoltà di Giurisprudenza, 
Scienze Politiche ed Economia e Commercio delle Uni- 
versità dell'Emilia-Romagna, nonchè i rappresentanti di 
altre facoltà universitarie in quanto siano interessati agli 
argomenti in discussione; ; 
— i rappresentanti di tutti gli altri enti, istituzioni e asso- 
ciazioni sociali, culturali e professionali interessati; 

— i componenti degli ambienti giudiziari e forensi; 

— ogni altro cittadino dell’Emilia-Romagna che si riten- 
ga interessato, con gli argomenti in discussione, al pro- 
cesso di formazione di una cultura e di un’elaborazione 
giuridiche partecipe delle istanze di rinnovamento demo- 
cratico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali 
Nell'ambito delle attività dirette alla realizzazione degli 
scopi di cui agli artt. 2 e 3, la Giunta, tramite l'Assessore 
agli affari istituzionali e legali, presenta ogni 6 mesi una 
relazione al Consiglio sullo svolgimento delle attività me- 
desime. Tale relazione sarà preventivamente esaminata 
dalla Sottocommissione di cui ai commi precedenti, non- 
chè dalla Commissione «Bilancio e affari generali». 


Art. 5 


La Giunta regionale, per lo svolgimento delle funzioni in- 
dicate dagli artt. 2 e 7, si avvale — tramite l'Assessore 
agli affari istituzionali e legali — di un Ufficio Legislati- 
vo, istituito presso l'Assessorato medesimo, ed avente i 
compiti, in primo luogo, di curare la predisposizione il 
più efficace e corretta possibile dei provvedimenti nor- 
mativi regionali, e inoltre di coadiuvare la Giunta — ove 


187 


da essa richiesto — per l’esercizio delle funzioni di cui 
agli artt. 2 e 3. 

‘ale Ufficio Li lativo sarà composto da 8 collaboratori 
regionali, di cui 5 appartenenti a un livello retributivo 
funzionale non inferiore al VI e con compiti referenti, a 3 
appartenenti a un livello retributivo funzionale non infe- 
riore al III e con compiti organizzativi. 

Tale Ufficio Legislativo dovrà svolgere le proprie funzio- 
ni — quali indicategli dalla Giunta tramite l'Assessore 
predetto — in via di collegamento, cooperazione e, ove 
possibile, collaborazione con gli Uffici Studi Legislativi e 
Documentazione del Consiglio regionale, di cui al primo 
comma dell’art. 15 dello Statuto regionale. A tal fine 
avranno luogo incontri bimestrali fra l'Assessore agli Af- 
ari istituzionali e legali, altri membri della Giunta regio- 
nale, i componenti dell'Ufficio di Presidenza del Consi- 
glio, uno o più componenti dell'Ufficio di cui al primo 
comma e uno o più componenti degli Uffici di cui all'art. 
15, comma I, dello Statuto, allo scopo di programmare 
una attività coordinata e — per quanto possibile — comu- 
ne dell'Ufficio Legislativo della Giunta e degli Uffici Stu- 
di Legislativi e Documentazione del Consiglio, anche per 
quanto concerne il problema del coordinamento formale 
delle leggi regionali, che sarà direttamente curato 
dall'Ufficio Studi Legislativi del Consiglio. 

La Giunta regionale, tramite l'Assessore agli Affa titu- 
zionali e legali, può altresì avvalersi per lo svolgimento 
dei compiti di cui agli artt. 2 e 3 di consulenze esterne 
previamente autorizzate dalla Sottocommissione di cui 


all'art. 4. 


Art. 6 


Per una corretta esecuzione della disposizione del primo 
comma dell’art. 1, entro 30 giorni dall'entrata in vigore 
della presente legge la Giuunta esecutiva dell'Istituto re- 
gionale di studi giuridici procede all'approvazione del 
conto consuntivo 1977 e del conto consuntivo riguardan- 
te il periodo dell’anno 1978 che va dall'inizio dell'eserci- 
zio finanziario alla data di approvazione di tale atto da 
parte della Giunta esecutiva medesima. Essa provvede 
altresì ad approvare uno Stato della consistenza patrimo- 
niale dell'Istituto, redatto in termini riassuntivi, nonchè 
un Estratto della situazione di cassa, quale sarà conse- 


188 


gnato dietro richiesta dall’Istituto tesoriere. 

Il Presidente dell'Istituto regionale di studi giuridici, en- 
tro lo stesso termine del comma precedente, provvederà 
alla consegna formale di tali documenti al Presidente del- 
la Regione. 


Art. 


Entro 40 giorni dall'entrata in vigore della presente leg 

il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regiona 
le, provvederà a deliberare con legge le variazioni di bi- 
lancio eventualmente necessarie per l'esercizio dei com- 
piti di cui agli artt. 2 e 3, sulla base anche delle risultanze 
economiche dell'Istituto di studi giuridici secondo le pre- 
visioni dell'articolo precedente. 


DELEGHE AI COMUNI PER 
INTERVENTI IN MERITO 
ALL'OCCUPAZIONE DI URGENZA 
DEGLI ALLOGGI NON UTILIZZATI 


RELAZIONE 


Questo progetto di legge presentato da Democrazia Pro- 
letaria, oltre che una proposta concreta relativamente al 
drammatico problema della domanda di case sollevato 
da migliaia di lavoratori vuole anche essere un pronto in- 
vito alla coerenza rivolto alla Giunta Regionale 
dell'Emilia-Romagna, la quale a tale proposito ha espo- 
sto posizioni in un comunicato-ordine del giorno recente- 
mente emesso. 

Non condividiamo, come Democrazia Proletaria, il giudi- 
zio politico positivo sulla legge di «equo» canone. E non 
lo condividiamo proprio perchè siamo completamente 
d'accordo relativamente al quadro preoccupato della si- 
tuazione esposto anche dalla Giunta; un quadro che ren- 
de del tutto improponibile un giudizio positivo su di una 
legge che al pesante dato esistente aggiunge nuovi e più 
drammatici aspetti di preoccupazione, come l'aumento 
vertiginoso degli sfratti negli ultimi mesi. 

Vogliamo citare alla lettera l'ordine del giorno della 
Giunta regionale: «registriamo scarsità di alloggi offerti 
in affitto, aumento delle vendite frazionate, buone entra- 
te ai fini di concedere l'alloggio in affitto, crescita delle 
destinazioni terziarie e degli sfratti delle attività artigia- 
nali e commerciali soprattutto nei centri storici, difficol- 
tà per le giovani famiglie, anziani, studenti, a trovare al- 
loggi idonei costruiti prima e dopo il 1975. 

Inoltre di estrema gravità è il fenomeno degli sfratti, sia 
legati alla legge di equo canone e alle precedenti, che am- 
montano a diverse migliaia anche in Emilia-Romagna ed 
in particolare nei grossi e medi centri, con difficoltà a 
trovare un alloggio per gli sfrattati in affitto pronto ed 
abitabile, anche in conseguenza di una mancanza di una 
mobilità del patrimonio residenziale pubblico e privato». 
Queste parole ricordano l’interpellanza presentata un 
mese or sono in Consiglio Regionale da Democrazia Pro- 
letaria, cui la Giunta ha debolmente risposto. 


190 


Non c'è granchè da aggiungere, o nulla da obiettare; 
quadro è sotto gli occhi di tutti e ciascun cittadino, cia- 
scuna famiglia lo sperimenta quotidianamente. Voglia- 
mo solo ricordare una cifra: recenti indagini, ancora del 
tutto incomplete e disordinate, denunciano la presenza di 
migliaia di alloggi sfitti in ogni grande e media città; pre- 
senza che mette in rilievo la logica perversa che — 
«equo» canone o no — regola tuttora il mercato della c 
sa. Siamo di fronte a un drammatico aumento della do- 
manda e a una dolosa occultazione dell'offerta a fini spe- 
culativi. 

È una situazione che non si può tollerare oltre, in partico- 
lare nella nostra regione, dove in passato si è dimostrata 
una certa sensibilità su questi temi. La Giunta chiede un 
intervento governativo. Siamo d'accordo; anche se certi 
livelli di mediazione, già contenuti a priori nella proposta 
ventilata, fanno intravedere i risultati di una iniziativa 
del genere di efficacia non diversa dal pateracchio rag- 
giunto sull’equo canone. 

Ciò che ci chiediamo, e chiediamo ufficialmente presen- 
tando questo progetto di legge, è se la Regione non possa 
far nulla per risolvere i problemi accennati: una Regione 
come la nostra, per altro, che presenta equilibri politici 
in parte diversi da quelli nazionali, e dove quindi le possi- 
bilità di successo di una iniziativa concreta potrebbero 
avere altre speranze? 

La domanda è retorica, perchè proprio in questo consi- 
glio abbiamo sperimentato la volontà politica della Giun- 
ta, veramente assai scarsa. 

Non dimentichiamo che, in nome di nonsi sa quali conc 
zioni la Giunta, ha sacrificato alle resistenze dell'opposi- 
zione di maggioranza democristiana, evidentemente inte- 
ressate a che la situazione rimanga quale è, l'ex art. 34 
della legge sulla tutela e uso del territorio. Un articolo 
che noi ripresentiamo nella sostanza, come disegno di 
legge, e sul quale richiamiamo la Giunta e la maggioran- 
za ad un minimo di coerenza con quanto esse stesse han- 
no proposto a suo tempo, sempre che in qualche modo 
stia loro a cuore che le proteste popolari trovino un mini- 
mo di credibilità nell'aula consiliare e che le iniziative re- 
gionali vengano avvertite al di fuori dell'aula stessa. 

Si potrà obiettare in merito al potere legislativo regiona- 
le in materia. Ma occorre considerare globalmente e uni- 
tariamente il «catalogo» dell'art. 117 della Costituzione, 


191 


utilizzare in maniera coordinata e organica le competen- 
ze — ad esempio — in tema di «urbaristica» e di «assi- 
stenza sociale» e leggere «cum grano salis» quella norma 
che nel 1948 si attagliava ad una realtà socio-economica 
diversa. La Costituzione deve cioè essere interpretata al 
la luce del reale-divenire dei fatti storici. 
In questo quadro debbono essere — anche qui unitaria- 
mente — considerate le competenze amministrative re 
gionali dell'art. 22 (sicurezza sociale) e dell'art. 93 (edili- 
zia residenziale) del d.p.r. n. 616 del 1977; in questo qua- 
dro ancora occorre tenere conto degli artt. 7 della legge 
48 del 1865 e degli artt. 7 e 71 e seguenti della legge 
n. 2359 dello stesso anno. In tal senso, del resto, si sono 
recentemente espresse alcune sentenze pretorili, le quali 
— sia pur nella inevitabile genericità delle proposte — fa- 
cevano riferimento a tali concetti. 
L'art. 1 si occupa dell'anagrafe dei contratti di locazione, 
e l'art. 2 considera analoghe incombenze in merito al cen- 
<imento comunale della proprietà immobiliare. 
Tutte queste attività, come pure quelle relative al Piano 
degli alloggi sfitti dell'art. 3 vengono delegate ai Comuni, 
ai quali l'art. 4 affida, sempre in via di delega, il potere 
fondamentale di questa legge, relativamente all'occupa- 
zione di urgenza degli alloggi vuoti abitabili. 
L'art. 5 ci presenta una soluzione per il problema dell’oc- 
cupazione di urgenza degli alloggi vuoti inabitabili, men- 
tre l'art. 6 prevede una sanzione amministrativa regiona- 
le contro i proprietari inadempienti alla comunicazione 
prevista nell'art. 


PROGETTO DI LEGGE 


Art. 1 
Anagrafe dei contratti di locazione 


Entro il termine di due mesi dalla data di entrata in vigo- 
re della presente Legge i proprietari di alloggi concessi in 
locazione devono comunicare al Comune in cui è ubicato 
l'alloggio le generalità del conduttore, l’ultima data di 
rinnovo del contratto di locazione e la durata del medesi- 
mo. 


192 


Analoga documentazione deve essere fornita ai Comuni 
delegatari della Regione, relativamente ai contratti di lo- 
ore stipulati dopo la entrata in vigore della presente 
legge. 


Art. 2 


Anagrafe della proprietà immobiliare 


Entro il termine di quattro mesi dalla data di entrata in 
vigore della presente legge, i Comuni sono delegati a pro- 
cedere alla formulazione di elenchi della proprietà im- 
mobiliare edilizia sulla base dei dati del Nuovo Catasto 
Edilizio Urbano e delle registrazioni dei contratti di loca- 
zione giacenti presso l'Ufficio del Registro. 


Art. 3 
Piano dello sfitto 


Entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore 
della presente Legge, e periodicamente ogni sei mesi, sul- 
la base dell'anagrafe della proprietà immobiliare di cui 
ai precedenti articoli, i Comuni sono delegati a procedere 
all'accertamento degli alloggi non utilizzati situati nel 
territorio comunale di competenza. 

Sulla base di detto accertamento e con la stessa periodi- 
cità sopra descritta, i Comuni sono delegati a provvedere 
alla stesura di un piano degli alloggi sfitti, contenente: 
a) l'elenco e l'ubicazione degli alloggi sfitti accertati; i 
b) un programma annuale di occupazione di detti alloggi 
ai sensi dei successivi artt. 4 e 5; x 
c)i necessari adempimenti di coordinamento, per quanto 
concerne l'applicazione di quanto disposto al successivo 
art. 5, con il programma poliennale di attuazione del vi- 
gente piano regolatore generale; 

d) un piano di assegnazione dei predetti alloggi ai sogget- 
tiche abbiano i requisiti per l'assegnazione di un alloggio 
economico e popolare ai sensi della legislazione vigente 
prevedendo che una quota dei suddetti alloggi in percen- 
tuale variante dal 5% al 10% venga messa a disposizione 
degli studenti fuori sede nelle città con insediamenti uni- 
versitari, secondo criteri da definirsi da parte delle Ope- 
re universitarie. 


193 


Detto piano viene depositato ed esposto al pubblico pres 
so la segreteria del Comune per la durata di quindici 
giorni consecutivi esecutivi. 

Nel termine di ulteriori quindici giorni il Comune racco. 
glie le osservazioni dei cittadini, contenenti indicazioni e 
richieste nel merito dell'uso organico, pieno ed equo del 
patrimonio edilizio inutilizzato. 

Con delibera consiliare di controdeduzioni alle osserva- 
zioni predette, da assumere non oltre quindici giorni dal- 
la data di chiusura del registro delle osservazioni, il Co- 
mune dà esecutività al piano degli alloggi sfitti. 


Art. 4 
Occupazione d'urgenza degli alloggi vuoti abitabili 


Nella considerazione globale e unitaria dell'art. 117 della 
Costituzione, visti gli artt. 22 e 23 del d.p.r. n. 616 del 25- 
7-1977, tenuto conto degli art. 7 della legge 20-3-1865 n. 
2248 e 71 e seguenti della legge 25-6-1865 n. 2359, per sop- 
perire alla documentata carenz. di alloggi e per ga i 
re una piena utilizzazione del patrimonio edilizio esisten- 
te, gli alloggi compresi nel piano di cui all'art. 3 possono 
essere occupati temporaneamente dal Comune, asse- 
gnandoli con canone di affitto regolato secondo le dispo- 
Sizioni di cui all'art. 32 della legge regionale 7-12-1978 n. 
47 qualora non risulti superiore al canone stabilito dalla 
legge 27-7-1978 n. 392. 


Art. 5 
Occupazione d'urgenza degli alloggi vuoti inabitabili 


Per tutti gli alloggi vuoti di proprietà privata, i quali ver- 
sino in condizione di inabitabilità e non siano oggetto di 
interventi programmati ai sensi della legge 18-4-1962 n. 
167 e successive modificazioni, qualora non sia stato pos: 
sibile raggiungere un'intesa tra il Comune e i proprietari 
circa interventi di carattere manutentivo o risanatore de- 
gli alloggi stessi, il Comune è autorizzato a procedere 
all'occupazione temporanea d'urgenza degli alloggi in 
questione al fine di eseguire, con eventuale contributo in 
denaro del futuro inquilino in percentuali da stabilire, Ì 
lavori indispensabili ed urgenti occorrenti per renderli 


194 


nuovamente abitabili, assegnandoli trattenendo dai cano- 
ni di locazione, fissati secondo le leggi vigenti in materia 
il corrispettivo della occupazione dovuta ai proprietari e 
protraendo di conseguenza l'occupazione stessa fino al 
La scomputo della somma spesa per l'esecuzione dei 
avori. 


Art. 6 
Sanzione amministrativa 


I proprietari di alloggi concessi in locazione che, attra- 
verso gli accertamenti del Comune di cui all'art. 3 risul- 
tassero inadempienti degli obblighi prescritti dal ‘prece- 
dente articolo 1, sono puniti con un'ammenda pari a sei 
pa del canone riscosso sugli alloggi non denuncia- 
gelo comunque ai sensi della 


DISCIPLINA DEI REFERENDUM 
ABROGATIVO E CONSULTIVI 
NELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA 


RELAZIONE 


La presente legge intende colmare la grave lacuna relati- 
va all'attuazione dell'art. 50 dello Statuto. 

Mentre infatti l’art. 46 dello Statuto stesso, relativamen- 
te alla iniziativa popolare delle leggi regionali, ha trovato 
attuazione nella legge regionale n. 7 del 1973, per quanto 
concerne il referendum abrogativo permane una gravis- 
sima lacuna, che mostra l’insensibilità del legislatore re- 
gionale per una materia pur prevista dallo Statuto (l'ulti- 
mo comma dell'art. 50 chiaramente dice: «la legge regio- 
nale definisce le modalità di attuazione del referendum 
abrogativo»). 

Per quanto concerne il referendum consultivo, se esso 
non trova riscontro nella lettera delle disposizioni dello 
Statuto, esso è chiaramente e certamente voluto dalle di- 
sposizioni di tutto il suo Titolo IV, oltrechè indubbiamen- 
te postulato dai moderni svolgimenti della società regio- 
nali (si ricordi il recente referendum consultivo della Re- 
gione Veneto in merito alla separazione o meno dal Co- 
mune di Venezia della frazione di Mestre). 

Per quanto concerne il commento ai singoli articoli della 
proposta di legge, non sembra necessario dilungarsi ec- 
cessivamente, limitandocisi a ricordare come il Capo I si 
occupi analiticamente della disciplina relativa alla ri- 
chiesta di referendum, come il Capo II si riferisca al refe- 
rendum per l'abrogazione di regolamenti ed atti ammini- 
strativi regionali e come infine il Titolo III intenda disci- 
plinare i referendum consultivi. 

La presente proposta è sostanzialmente piuttosto confor- 
me alla L.R. n. 26 del 31 luglio 1973 della Regione Lom- 
bardia, e non è quindi il caso che contro di essa vengano 
agitati gli spauracchi del rinvio governativo. 


196 


PROGETTO DI LEGGE 


I 
REFERENDUM POPOLARE 
PER L’ABROGRAZIONE 
DI LEGGI REGIONALI 


CAPO I 
RICHIESTA DI REFERENDUM 
Art. 1 


Possono essere sottoposte a referendum abrogati- 
vo le leggi regionali ovvero singole disposizioni in 
esse contenute. 

Non è ammesso il referendum popolare per l’abro- 
gazione di disposizioni dello Statuto, del Regola- 
mento del Consiglio, di leggi tributarie e di bilan- 
cio, di norme meramente esecutive di leggi dello 
Stato e della Regione. 


Il referendum abrogativo è indetto quando lo ri- 
chiedano almeno 30.000 cittadini iscritti nelle liste 
elettorali per l'elezione del Consiglio regionale, o 
tre Consigli provinciali o tanti Consigli comunali 
che rappresentano almeno un quinto degli abitanti 
della Regione Emilia-Romagna. 

La richiesta di referendum non può essere presen- 
tata prima che sia decorso un anno dall’entrata in 
vigore della legge oggetto di referendum. 


Art. 2 


Per la raccolta delle firme devono essere usati i 
moduli forniti e vidimati dalla Giunta regionale. 
Su tali moduli deve essere indicato, a cura dei pro- 
motori, il quesito da sottoporre alla approvazione 
popolare, con la seguente formula: «Volete che sia 
abrogata», seguita dalle indicazioni della data, del 
uiaiero e del titolo della legge oggetto di referen- 
um. 
Qualora il referendum sia richiesto per l’abroga- 
zione di singoli disposizioni di una legge, occorre 
indicare anche il numero dell'articolo o degli arti- 


197 


coli, ed eventualmente anche del commma o dei commi, 
sui quali il referendum è richiesto. 


Art. 3 


La richiesta di referendum viene effettuata mediante ap- 
posizione della firma dell’elettore o del legale rappresen- 
tante pro-tempore dell'ente pubblico territoriale, sul mo- 
dulo di cui all'art. 2. Accanto alla firma devono essere in- 
dicati per esteso nome e cognome, luogo e data di nascita, 
ed il Comune nelle cui liste elettorali è iscritto. 

La firma, tranne che nel caso di referendum richiesto da 
Province o Comuni, deve essere autenticata da un notaio 
o da un cancelliere di un ufficio giudiziario nella cui cir- 
coscrizione è compreso il Comune dove è iscritto l’eletto- 
re, ovvero dal giudice conciliatore, dal Sindaco o dal Se- 
gretario di detto comune, ovvero dal Segretario dell’am- 
ministrazione provinciale. L'autenticazione può essere 
unica per tutte le firme contenute in ciascun modulo di 
richiesta di referendum, ma in questo caso deve indicare 
il numero di firme contenute nel modulo stesso. 

Alla richiesta di referendum devono essere allegati i cer- 
tificati, anche collettivi, da rilasciarsi dal Sindaco del Co- 
mune a cui appartengono i sottoscrittori, attestanti 
l'iscrizione dei medesimi nelle relative liste elettorali. 


Art. 4 


La richiesta di referendum, corredata dalla prescritta do- 
cumentazione, va presentata all'Ufficio di presidenza del 
consiglio regionale da parte di almeno tre promotori de- 
signati ai sensi del precedente art. 2. 
Un funzionario dell'Ufficio di presidenza, con processo 
verbale, dà atto della presentazione e della richiesta, del- 
la sua data e del deposito dei documenti. Nello stesso ver- 
bale è indicato, giusta dichiarazi ei presentatori, il 
numero delle firme raccolte. 


Art. 5 


Qualora sia stata dichiarata l'ammissibilità della richie- 
sta ai sensi del successivo art. 8, le spese per i moduli di 
cui all'art. 2 e quelle sostenute per l'autenticazione del 
minimo delle firme, nella misura stabilita per i diritti do- 


198 


vuti per l'autentica ai Segretari comunali, sono a carico 
della Regione. 

Per ottenere il rimborso di tali spese i presentatori devo- 
no farne domanda scritta, indicando il nome del delegato 
a riscuotere la somma complessiva, con effetto liberato- 
rio. Tale domanda deve essere presentata unitamente al- 
la richiesta di referendum. 


Art. 6 


La richiesta di referendum dei Consigli provinciali e co- 
munali deve essere deliberata dai rispettivi Consigli e de- 
ve contenere l'indicazione precisa della legge o delle sin- 
gole disposizioni di cui si propone l'abrogazione. 

Le relative deliberazioni consiliari sono trasmesse dai 
Presidenti delle amministrazioni provinciali o dai Sinda- 
ci dei Comuni interessati all'Ufficio di presidenza del 
Consiglio regionale. 
La richiesta viene presentata, contestualmente o subito 
tali trasmissioni, con la complicazione di uno dei moduli 
cui all'art. 2 da parte dei Presidenti delle amministrazio- 
ni provinciali o dei Sindaci dei Comuni. 

La presentazione deve avvenire entro 6 mesi dalla data 
della deliberazione del Consiglio comunale o provinciale 
che ha aprovato per primo la richiesta. 

Tale Consiglio è considerato promotore agli effetti di 
quanto previsto dai successivi artt. 8, 13, 16 e 18. 


Art. 


Entro dieci giorni dalla presentazione della richiesta di 
referendum, l'Ufficio di presidenza del Consiglio regiona- 
le delibera all'unanimità sull’ammissibilità della richie- 


sta stessa. 

Qualora manchi l’unanimità, delibera a maggioranza as- 
soluta dei suoi componenti il Consiglio regionale nella se- 
duta successiva alla riunione dell'Ufficio di presidenza. 
Le delibere dichiarative dell'innammmissibilità delle ri- 
chieste ai sensi dei commi precedenti devono essere co- 
municate entro sette giorni al Presidente della Giunta e 
successivamente pubblicate sul Bollettino ufficiale della 
Regione. 


199 


Art. 8 


Ritenuta l'ammissibilità della richiesta a norma dell'art. 
7 della presente legge l'Ufficio di presidenza del Consi- 
glio procede alla operazione di verifica e di computo del- 
le firme. Le operazioni devono svolgersi entro 20 giorni 
dalla data delle deliberazioni di cui all'articolo preceden- 
te. 

Di tutte le operazioni è redatto processo verbale. 

Alle operazioni di cui al precedente comma possono assi- 
stere su richiesta i promotori del referendum o loro rap- 
presentanti. 

Qualora la documentazione di cui all'art. 3 ultimo com- 
ma risulti irregolare, l'Ufficio di presidenza del Consiglio 
stabilisce un termine per la sanatoria e ne dà immediata 
comunicazione ai promotori; tale termine non può essere 
superiore a 30 giorni dal ricevimento della comunicazio- 
ne. In tali ipotesi i termini di cui al comma seguente de- 
corrono dal giorno dell'avvenuta sanatoria o da quello di 
scadenza del termine stesso. 

Sulla base dei risultati delle operazioni di verifica e di 
computo delle firme l'Ufficio di presidenza con propria 
deliberazione dà atto formalmente dell’ammissibilità o 
dell’inammissibilità della richiesta di referendum. La de- 
liberazione è comunicata entro sette giorni al Presidente 
della Giunta regionale ed è pubblicata successivamente 
sul Bollettino ufficiale della Regione. 

Non può essere ripresentata richiesta di referendum 


abrogativo sulla medesima legge o disposizioni di legge, 
se non sia decorso almeno un anno dalla pubblicazione 
della deliberazione dell'Ufficio di presidenza. 

Tale preclusione non sussiste nel caso di inammissibilità 
dichiarata ai sensi del quarto comma dell'art. 1. 


Art. 9 


Il referendum abrogativo è indetto, ai sensi dell'art. 26 
dello Statuto, con decreto del Presidente della Giunta re- 
gionale. 


Art. 10 


Non può essere effettuato il referendum nell'anno solare 
di cessazione della legislatura regionale. Le richieste pre- 


200 


sentate in tale periodo verranno iscritte nella prima tor- 
nata successiva all'elezione del Consiglio regionale. 

Nel caso di anticipato scioglimento del Consiglio regiona- 
le il referendum già indetto è automaticamente sospeso 
all'atto della pubblicazione del decreto di indizione dei 
comizi elettorali per l'elezione del nuovo Consiglio regio- 
nale. Il referendum sospeso avrà luogo nell'ultima dome- 
nica del mese di aprile o di ottobre immediatamente suc- 
cessiva all'insediamento del nuovo Consiglio; purchè tra 
tale insediamento stesso e detta domenica intercorra un 
periodo libero di tempo almeno di 45 giorni. 

In caso contrario il referendum si svolgerà nell’ultima 
domenica rispettivamente del successivo mese di ottobre 
o di aprile. 


CAPO II 
SVOLGIMENTO DEL REFERENDUM 


Art. 11 


La votazione per il referendum si svolge a suffragio uni- 
versale, con voto diretto, libero e segreto. 5 

L'elettorato attivo e la tenuta e la revisione annuale delle 
liste elettorali sono disciplinati dalle norme del T.U. delle 
leggi per la disciplina per l'elettorato attivo e per la tenu- 
ta e la revisione delle liste elettorali di cui al D.P.R. n. 223 
del 20 marzo 1967. La ripartizione dei Comuni in sezioni 
elettorali e la scelta dei luoghi di riunione sono discipli- 
nate dalle disposizioni di cui al T.U. delle leggi sulla com- 
posizione e l'elezione degli organi delle amministrazioni 
comunali, di cui al D.P.R. n. 570 del 16 maggio 1960 e suc- 
cessive modificazioni. = 


Art. 12 


I certificati di iscrizione nelle liste elettorali devono es 

re consegnati agli elettori entro il ventesimo giorno suc- 
cessivo a quello di pubblicazione del decreto che indice il 
referendum. 

I certificati non recapitati al domicilio degli elettori e i 
duplicati possono essere ritirati presso l'ufficio comuna- 
le dagli elettori stessi a decorrere dal venticinquesimo 
giorno successivo alla pubblicazione del decreto. 


201 


In ciascuna Sezione è costituito un Ufficio elettorale, 
composto da un Presidente, da tre scrutatori e da un se- 
gretario, secondo quanto disposto dal D.P.R. n. 570 del 16 
maggio 1960 e successive modificazioni. 

Alle operazioni di voto e di scrutinio presso i seggi non- 
chè alle operazioni degli Uffici provinciali e-dell’Ufficio 
centrale per il referendum possono assistere, ove lo ri- 
chiedono, un rappresentante di ognuno dei partiti politici 
rappresentanti in Consiglio regionale e dei promotori. 
Alla designazione dei predetti rappresentanti provvede 
persona munita di mandato, autenticato da notaio, da 
parte del Presidente o Segretario provinciale del partito 
o gruppo politico oppure da parte dei promotori del refe- 
rendum. 


Art. 14 


Le schede per il referendum sono fornite dalla Giunta re- 
gionale, e devono essere conformi alle disposizioni di leg- 
ge per l'elezione del Consiglio regionale. 

Esse contengono il quesito formulato a termini dell'art. 
5 

L'elettore vota tracciando con matita un segno sulla ri- 
sposta da lui prescelta, o comunque nel rettangolo che la 
contiene. 

Qualora contemporaneamente debbano svolgersi più re- 
ferendum, all’elettore vengono consegnate più schede di 
colore diverso. 

Nel caso previsto dal precedente comma, l'Ufficio di se- 
zione dei referendum osserva, per gli scrutini, l'ordine di 
presentazione delle richieste di referendum. 


Art. 1 


Per le operazioni preelettorali e per quelle inerenti alla 
votazione e allo scrutinio si osservano, in quanto applica 
bili, le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16 
maggio 1960 e successive modificazioni. 


202 


Presso il Tribunale la cui circoscrizione comprende il ca- 
poluogo della provincia, è costituito l'Ufficio provinciale 
per il referendum, composto da tre magistrati, nominati 
dal Presidente del tribunale entro venti giorni dalla data 
del decreto che indice il referendum. Dei tre magistrati il 
più anziano assume le funzioni di presidente. Sono nomi- 
nati anche magistrati supplenti per sostituire i primi in 
caso di impedimento. 

Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie- 
re del tribunale, designato dal Presidente del Tribunale 
stesso. 
Sulla base di verbali di scrutinio trasmessi dagli Uffici di 
sezione per il referendum di tutti i Comuni della provin- 
cia, l'Ufficio provinciale per il referendum dà atto del nu- 
mero degli elettori che hanno votato e dei risultati del re- 
ferendum, dopo aver provveduto al riesame dei voti con- 
testati. 
Di tutte le operazioni è redatto verbale in due esemplari, 
dei quali uno resta depositato presso la Cancelleria del 
Tribunale, l’altro viene inviato all'Ufficio centrale per il 
referendum unitamente ai verbali di votazione e di scru- 
tinio degli Uffici di sezione e ai documenti annes 

I promotori della richiesta di referendum, o i loro rap- 
presentnti, possono prendere cognizione o copia 
dell'esemplare del verbale depositato presso la Cancelle- 
ria del Tribunale. 


Presso la Corte d'appello di Bologna è costituito l'ufficio 
centrale per il referendum popolare dell’Emilia- 
Romagna. Esso è composto da una Sezione della Corte 
d'appello, designata dal Presidente della Corte stessa en- 
tro venti giorni dalla data del decreto di convocazione del 
referendum. 
L'ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i 
verbali di tutti gli uffici provinciali e i relativi allegati e 
comunque non oltre venti giorni dallo svolgimento del re 
ferendum, procede in pubblica adunanza facendosi assi- 
stere per l'esecuzione materiale dei calcoli da esperti no- 
minati dal Presidente della Corte d'appello, all’accerta- 
mento del numero complessivo degli elettori aventi dirit- 


203 


to e dei votanti, e quindi alla somma dei voti validamente 
espressi, di quelli favorevoli e di quelli contrari alla pro- 
posta sottoposta al referendum. 

Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie- 
re della corte-d’appello, designato dal presidente della 
corte. 
Di tutte le operazioni è redatto verbale in quatto esempla- 
ri, uno dei quali è depositato presso la Cancelleria della 
Corte d'appello unitamente ai verbali ed agli atti già tra- 
smessi dagli Uffici provinciali per il referendum. I rima- 
nenti esemplari sono trasmessi rispettivamente al Presi- 
dente la Giunta regionale, al Presidente del Consiglio re- 
gionale e al Commissario del Governo. 
L'ufficio centrale conclude le operazioni procedendo alla 
proclamazione dei risultati del referendum. 
La proposta sottoposta a referendum è approvata se ha 
partecipato alla votazione la maggioranza di voti valida- 
mente espressi. 


Art. 18 


Sulle proposte i cui reclami relativi alle operazioni di vo- 
tazione e di scrutinio, presentati agli uffici provinciali o 
all'ufficio centrale per il referendum, decide quest’ulti- 
mo nella pubblica adunanza di cui all'articolo preceden- 
te, prima di procedere alle operazioni ivi previste. 


Art. 19 


il risultato del referendum sia favorevole alla 

zione della legge regionale o delle singole disposi- 

zioni sottopste a referendum, il Presidente della Giunta 

gionale, non appena ricevuto il verbale previsto dal 

quarto comma dell'art. 17, dichiara con proprio decreto 

l'abrogazione della l regionale o delle singole dispo- 

sizioni, che si ha per avvenuta nel giorno e nell’ora in cui 

ha avuto termine lo svolgimento del referendum stesso. 

Il decreto è pubblicato sul Bollettino ufficiale della Re- 
gione. 


Art. 20 


Qualora i risultati del referendum siano contrari 
all'abrogazione, la richiesta di referendum abrogativo 


204 


della medesima legge o di singole disposizioni di essa non 
potrà essere ripresentata se non decorsi cinque anni dal- 
la pubblicazione dell’esito del referendum sul Bollettino 
ufficiale della Regione. 

Se il referendum ha avuto per oggetto singole disposizio- 
ni di legge la norma non si applica per i referendum ri- 
guardanti altre disposizioni della medesima legge. 


Art. 21 


Se, prima della data di svolgimento dei referendum, sia 
intervenuta l'abrogazione della legge regionale o delle 
singole disposizioni di legge sottoposte a referendum, il 
Presidente della Giunta regionale dichiara con proprio 
decreto che le operazioni relative non hanno più corso. 


II 
REFERENDUM POPOLARE PER L'ABROGAZIONE 
DI REGOLAMENTI ED ATTI AMMINISTRATIVI 
REGIONALI 


Art. 22 


Possono essere sottoposti a referendum abrogativo i re- 
golamenti regionali e gli atti amministrativi deliberati 
dal Consiglio regionale, esclusi quelli indicati nel succes- 
sivo art. 23. 

La richiesta e lo svolgimento dei referendum sugli atti di 
cui al precedente comma sono disciplinati dalle norme 
contenute nel titolo I della presente legge. 


Art. 23 


Non è ammesso referendum per l'abrogazione di atti am- 
ministrativi emanati dal Consiglio regionale relativi a: 
a) disposizioni tributarie e di bilancio; 

b) approvazioni delle delibere relative alla assunzione di 
mutui e all'emissione di prestiti; 

c) deliberazioni concernenti l'assunzione e la cessione di 
partecipazioni regionali; 

d) nomina degli amministratori di enti ed aziende dipen- 
denti dalla Regione nonchè di rappresentanti della Regio- 
ne in Enti e Società a partecipazione regionale; 


205 


e) formulazione dei pareri formalmente richiesti alla Re- 
gione dagli organi costituzionali della Repubblica; 

to) designazione dei componenti di Commissioni e di altri 
organi collegiali spettanti alla Regione; 

g) riesame degli atti amministrativi e inviati alla Regione 
ai sensi dell'art. 125 della Costituzione; È 

h) designazione, a norma del secondo comma dell'art. 83 
della Costituzione, dei delegati della Regione per l’elezio- 
ne del Presidente della Repubblica; % ; 
i) formulazione di pareri di cui agli artt. 132 e 133 della 
Costituzione. n 


II 
REFERENDUM CONSULTIVI 


Art. 24 


Il Consiglio regionale, prima di procedere all'emanazione 
di provvedimenti di sua spettanza, può deliberare l'indi 
zione di referendum consultivi delle popolazioni intere 
sate ai provvedimenti stessi. à 
La deliberazione del Consiglio regionale che indice il ri 
ferendum consultivo deve indicare il quesito e le popola- 
ziol interessate. 
Sono sempre sottoposte a referendum consultivo del 
popolazioni interessate le proposte concernenti l'istitu- 
zione di nuovi Comuni e i mutamenti della circoscrizione 
delle denominazioni comunali. i 
Il Presidente della Giunta regionale indice con decreto il 
referendum consultivo, in seguito alla trasmissione della 
deliberazione consiliare o della proposta di legge di cui ai 
commi precedenti da parte dell'Ufficio di presidenza del 
Consiglio regionale. 

La data di effettuazione è fissata a norma dei precedenti 
artt. 9e 10. 


Art. 


A tale referendum consultivo partecipano gli elettori 
iscritti nelle liste valide per l'elezione del Consiglio regio- 
nale. È È 

Per il referendum consultivo si osservano, in quanto ap- 
plicabili, le norme contenute nel Capo I della presente 


legge. 


206 


e operazioni preeletiorali e per quelle inerenti alla 
zione e allo scrutinio, si osservano in quanto applica- 
e disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16 mag- 
gio 1960 e successive modificazioni 
Le schede per i referendum consultivi sono fornite dalla 
Giunta regionale. In esse è formulato il quesito da sotto- 
porre alla consultazione elettorale ed è riportato inte- 
gralmente il testo del provvedimento della proposta di 
legge sottoposta a referendum. 
L'elettore vota tracciando con la matita un segno sulla ri- 
sposta da lui prescelta o comunque nello spazio în cui es- 
sa è contenuta. 
Qualora nello stesso giorno devano svolgersi più referen- 
dum all'elettore vengono consegnate più schede di colori 
diversi. 
Nel caso previsto dal precedente comma, l'Ufficio di se- 
zione dei referendum osserva per gli scrutini l'ordine che 
indice il referendum. 


Art. 26 


Il Presidente della Corte d'appello di Bologna, entro 20 
giorni dalla data del decreto che indice il referendum, de- 
signa una sezione della corte che assume le funzioni di 
Ufficio centrale per il referendum popolare consultivo. 

I verbali di scrutinio e i relativi allegati sono trasmessi 
direttamente all'Ufficio centrale per i referendum dagli 
uffici di sezione dei Comuni interessati. 

L'Ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i 
verbali di cui al comma precedente, e comunque non ol- 
tre 10 giorni dallo svolgimento del referendum, si riuni- 
sce in pubblica adunanza, facendosi assistere per l'esecu- 
zione materiale dei calcoli da esperti nominati dal Presi- 
dente della Corte d'appello. 

Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie- 
re della Corte d'appello. 

Di tutte le operazioni viene redatto verbale in tre esem- 
plari, uno dei quali è depositato presso la cancelleria del- 
la Corte d'appello, unitamente ai verbali e agli atti tra- 
smessi dagli uffici di sezione dei referendum. I rimanenti 
esemplari sono trasmessi rispettivamente al presidente 
della Giunta regionale e al presidente del Consiglio regio- 
nale. 


Art. 27 


Sulla base dei verbali di scrutinio ad esso trasmessi, l’Uf- 
ficio centrale del referendum consultivo, dopo aver prov- 
veduto al riesame dei voti contestati e provvisoriamente 
non assegnati, procede all'accertamento del numero 
complessivo degli elettori aventi diritto, del numero com- 
plessivo dei votanti e alla somma dei voti favorevoli e di 
quelli contrari alla proposta sottoposta a referendum. 
L’Ufficio centrale conclude le operazioni conla proclama- 
zione dei risultati del referendum. 


Art. 28 


Sulle proposte e sui reclami relativi alla operazione di vo- 
to e di scrutinio, eventualmente presentati all'Ufficio 
centrale per il referendum consultivo, decide quest’ulti- 
mo, prima di procedere alle operazioni previste dagli ar- 
ticoli precedenti. 


Art. 29 


Il Presidente della Giunta regionale non appena ricevuto 
il verbale di cui all'ultimo comma dell'art. 27, ordina la 
pubblicazione dei risultati del referendum sul Bollettino 
ufficiale della Regione. 


IV 
DISPOSIZIONI FINALI 


Art. 30 


Per tutto ciò che non è disciplinato dalla presente legge si 
osservano in quanto applicabili le disposizioni previste 
negli artt. 51 e 52 della legge n. 352 del 25 maggio 1970, 
contenente norme sui referendum previsti dalla Costitu- 
zione e sull’iniziativa del popolo. 

Le spese per lo svolgimento delle operazioni attinenti ai 
referendum popolari, nonchè quelle previste dal prece- 
dente art. 5, fanno carico alla Regione. 

Le spese relative agli adempimenti spettanti ai Comuni, 
nonchè quelle per le competenze dovute ai componenti 
dei seggi elettorali, sono anticipate dai Comuni e rimbor- 
sate dalla Regione. 


208 


Agli oneri derivanti dallo svolgimento dei referendum in 
dipendenza della presente legge si provvede con stanzia- 
menti da imputarsi ad apposito capitolo di bilancio. 


ISTITUZIONE DEL PARCO NATURALE 
INTERREGIONALE 
DELL'ACQUACHETA, PER LA 

PARTE RIGUARDANTE 

LA REGIONE EMILIA-ROMAGNA 


RELAZIONE 


Il progetto di legge e la mozione che si presentano, si 
commentano, si può dire, da soli. Essi nascono dalla ne- 
cessità di favorire tutte le forme di tutela popolare del 
patrimonio ecologico della Regione, e nel caso concreto 
di salvaguardare il patrimonio naturalistico proprio del 
territorio dell'Acquacheta e la possibilità dell'inserimen- 
to «naturale» dell’uomo, sia come visitatore sia come abi- 
tante che vive dei prodotti della terra senza sconvolgere 
gli equilibri naturali. Nella zona si sono già insediate al- 
cune cooperative che si muovono secondo tali obiettivi e 
centinaia di cittadini hanno firmato perchè il parco ven- 
ga istituito chiedendo l'intervento immediato delle due 
regioni interessate. Si chiede che la gestione avvenga con 
la partecipazione degli abitanti della zona, con le associa- 
zioni per la difesa della natura e le varie amministrazioni 
interessate. L'obiettivo che ci si propone è quello del ri- 
pristino delle vecchie vie di accesso al parco, al fine di 
evitare la costruzione di nuove strade che turberebbero 
l'equilibrio della zona. Tutto ciò richiede un pronto inter 
vento legislativo delle regioni interessate. 

La circostanza ora, che parte del territorio del parco n 
turale sia sito nella Regione Toscana, pone la necessità di 
una non difficile, anche se nuova, operazione — diciamo 
così — istituzionale. 
Infatti il progetto di legge è il risultato, da questo punto 
di vista, di un piuttosto semplice sillogismo. 
Premessa maggiore ne è l’istituibilità da parte delle Re- 
gioni di Parchi naturali, quale inequivocabilmente risul- 
ta dall'ultima annotazione del I comma dell'art. 66 del 
D.P.R. n. 616 del 1977. 

Premessa minore è il disposto del I comma dell'art. 8 de 
lo stesso decreto, secondo il quale le Regioni per attività 
e servizi che interessano territori finitimi, possono addi- 


210 


venire ad intese e costituire uffici e gestioni comuni, an- 
che in forma consortile. È 

Alla costituzione dell'Ufficio comune per la gestione del 
parco naturale interregionale sono dedicati gli art. 1e2 
della legge, mentre gli artt. 3, 4, e 5 disciplinano la gestio- 
ne del parco stesso. L'art. 6 si occupa delle misure di sal- 
vaguardia in proposito, mentre gli artt. 7 e 8 recano la re: 
sponsabilità e le sanzioni relative all'osservanza delle di- 
sposizioni dell'art. 6. 

L'art. 9, infine, si occupa — con disposizione piuttosto de- 
terminante — di alcuni sistemi di partecipazione popola- 
re all'istituzione del parco. 


PROGETTO DI LEGGE 


Art. 1 


Considerati l'art. 117 della Costituzione e il I comma 
dell'art. 66 del D.P.R. n. 616 del 24 luglio 1977, la Regione 
Emilia-Romagna provvede — per la propria parte — 
all'istituzione del parco interregionale naturale dell’Ac- 
uacheta, comprendente le aree delimitate nelle planime- 
rie allegate alla presente legge, della superficie comples- 
siva di kmq. 28 ed interessante il Comune di Portico - S. 
Benedeto, in provincia di Forlì, oltre ai Comuni di Marra- 
di, S. Godenzo e Vicchio in provincia di Firenze, per i qua- 
li provvederà la Regione Toscana. 
po l’entrata in vigore di analoga complementare legge 
arte di quella Regione, i rappresentanti della Regio- 
Emilia-Romagna, della Regione Toscana, del Comune 
Portico - S. Benedetto, della Comunità montana 
Appennino Forlivese, del Comprensorio di Forlì, del-- 
rovincia di Forlì, dei Comuni, delle comunità monta- 
degli altri enti o organi e della Provincia indicati dalla 
Regione Toscana, riuniti in U fficio comune ai sensi 
dell'art. 8 del D.P.R. n. 616/1977, preso atto dell’istituzio- 
ne de o naturale interregionale, che si considererà 
avvenuta automaticamente con l’entrata in vigore delle 
due leggi regionali, eserciteranno le funzioni previste 


p 


dalla presente legge. 


211 


Art. 2 


Entro trenta giorni dall'entrata in vigore dell'ultima del- 
le due leggi regionali, il Presidente della Giunta regionale 
dell'Emilia-Romagna e il Presidente della Giunta regio- 
nale della Toscana, d'intesa tra loro, convocano i sindaci 
dei Comuni, i presidenti delle comunità montane, degli 
organi comprensoriali e delle Province specificatamente 
o per rinvio indicati nel precedente articolo, per la predi- 
sposizione dello Statuto dell'Ufficio comune, per il quale 
potrà farsi riferimento alle norme previste per i consorzi 
intercomunali dal R.D. 3 marzo 1934, n. 383. Lo Statuto 
verrà adottato previa approvazione da parte degli organi 
assembleari delle Regioni, delle Province, delle comunità 
montane, degli organi comprensoriali e dei Comuni inte- 
ressati. 


Art. 3 


L'Ufficio comune: 
a) promuove l'arricchimento del patrimonio 
naturalistico-ambientale dell'area del parco, tra l’altro 
provvedendo per quanto necessario ed opportuno a fer- 
mare la costruzione della strada forestale prevista ed ini- 
ziata nella zona, promuovendo altresì il recupero del pa- 
trimonio storico del parco stesso, a urando le destina- 
zioni di quanto sopra ad usi pubblici, ferma restando la 
prevalenza delle aree a bosco e a verde agricolo; 

b) promuove e favorisce le attività agricole e artigianali 
esercitate o esercitande dalle cooperative costituitesi o 
che si costituiranno nella zona; 

c) promuove e favorisce ogni attività agricola, in partico- 
lare cooperativistica, anche con l'acquisizione e la messa 
a coltura delle aree recuperabili a destinazione agricola; 
d) coordina gli interventi nell’area del parco con le opere 
ed i servizi in esso attuati; 

e) promuove le acquisizioni delle aree destinate ad uso 
pubblico dal piano territoriale provvedendo direttamen- 
te o per il tramite degli enti associati, anche agli atti 
espropriativi eventualmente occorrenti; 

f) promuove la massima partecipazione alle iniziative 
concernenti la gestione del parco, prevedendo nel pro- 
prio Statuto organi formati dai rappresentanti degli abi- 
tanti dell’area racchiusa nei confini del parco stesso, del- 


212 


e organizzazioni ecologico-naturalistiche, delle Universi- 
tà degli studi interessate, degli enti o istituti regionali 
specificamente deputati alla tutela dei beni naturali e 
storici; 

g) esercita le altre funzioni assegnategli dalla presente 
egge o delegategli dagli enti associati di cui all'art. 1. 


Art. 4 


L'Ufficio comune, in accordo con gli organismi compren- 
soriali interessati, ove costituiti, entro 12 mesi dalla pro- 
pria prima riunione predispone ed invia alle Regioni 
Emilia-Romagna e Toscana il progetto di un piano terri- 
toriale del parco, relativo al territorio delimitato nelle 
planimetrie allegate alla presente legge e a quella della 
regione Toscana, in conformità alle disposizioni vigenti 
in ambo le regioni in materia territoriale. 

Il piano territoriale così predisposto è approvato entro i 
successivi 90 giorni con delibere consiliari delle regioni 
Emilia-Romagna e Toscana, e si considera automatica- 
mente adottato con l'entrata in esecuzione dell’ultima di 
tali due delibere. 


Art. 5 


Il piano territoriale: 

a) indica le destinazioni delle diverse parti dell’area in re- 
lazione agli obiettivi previsti dalla presente legge; 

b) individua le aree la cui destinazione agricola o boschi- 
va deve essere mantenuta o recuperata; 

c) detta disposizione intese alla salvaguardia dei valori 
storici ed ambientali; 

d) precisa i caratteri, i limiti e le condizioni per la costru- 
zione di nuovi edifici, l'ampliamento e le trasformazioni 
d'uso di quelli esistenti, sempre che questi siano consen- 
titi; 
e) definisce le aree da destinare ad uso pubblico e per at- 
trezzature fisse in funzione sociale, educativa, ricreativa 
nonchè il sistema della viabilità compatibile con la desti- 
nazione del parco; 

f) pianifica la tutela della vegetazione. 

Il piano territoriale del parco è costituito: 

1) dalle rappresentazioni grafiche in scala non inferiore 
al rapporto 1 : 5000 ed in numero adeguato per riprodur- 


213 


assetto territoriale previsto dal piano e per assicur. 
fficacia ed il rispetto dei suoi contenuti; 

) dalle norme di attuazione del piano comprendenti tutte 
le prescrizioni necessarie ad integrare le tavole grafiche 
ed a determinare la portata dei suoi contenuti; 

3) da una relazione illustrativa che espliciti gli obiettivi 
generali e di settore assunti, descriva i criteri program- 
matici e di metodo seguiti, illustri le scelte operate; 

4) dallo studio dei caratteri fisici, morfologici ed ambien- 
tali del territorio; 
5) da un programma di interventi prioritari determinati 
nel tempo, con l'indicazione delle risorse necessarie e 
delle possibili fonti di finanziamento. 

Tutte le previsioni del piano territoriale del parco sono 
recepite negli strumenti urbanistici comunali che do- 
vranno essere adeguati ad esse entro i termini stabiliti 
al piano medesimo. In ogni caso tutte le previsioni del 
piano territoriale sono immediatamente vincolanti anche 
nei confronti dei privati ed abrogano, sostituendole ad 
ogni conseguente effetto, eventuali difformi previsioni 
degli strumenti urbanistici vigenti. 


Art. 6 


All'interno del perimetro del parco, fino all'approvazione 
el piano territoriale e comunque non oltre il termine di 
5 anni dall'entrata in vigore della presente legge, si appli- 
cano le seguenti misure di salvaguardia: 

a) per i comuni sprovvisti di strumenti urbanistici o che 
abbiano strumenti urbanistici approvati anteriormente 
alla data di entrata in vigore del D.M. 2 aprile 1968, n 
1444, nelle zone esterne al perimetro del centro edificato 
di cui all'articolo 18 della L. 22 ottobre 1971, n. 865 sono 
consentite esclusivamente costruzioni pertinenti alla 
conduzione agricola con volumetria, riferita alla sola re- 
sidenza annessa, non superiore a 0,03 mc/mq.; 

b) per i comuni che abbiano strumenti urbanistici vigenti 
approvati posteriormente all'entrata in vigore del D.M. 2 
aprile 1968, n. 1444, nelle zone per le quali siano previste 
destinazioni insediative residenziali o per attività secon- 
darie o terziarie il rilascio delle concessioni è assoggetta- 
to alla programmazione pluriennale prevista dalle leggi 
vigenti; 

c) nelle zone a destinazione agricola ed assimilate, in 


214 


quelle a verde e in quelle definite come nuclei o centri 
storici, non sono consentite la demolizione totale o par- 
ziale, eccetto che per motivi di pubblica incolumità, non- 
chè le trasformazioni d'uso degli edifici esistenti, per i 
quali sono unicamente consentiti interv enti di manuten- 
zione ordinaria, di restauro conservativo, di adeguamen- 
to igienico e tecnologico. ; È 
Peri soli nuclei e centri storici tali misure non si applica- 
no dal momento dell'entrata in vigore degli strumenti ur- 
banistici attuativi. 

d) Non sono consentiti: 
‘apertura di cave; Da 
a costruzione di recinzioni delle proprietà alvo quelle 
a siepe, quelle a protezione delle aree di nuove pianta 

ni nonchè quelle pertinenti gli insediamenti edilizi, per le 
quali è comunque richiesta la concessione di edificare; 
a chiusura di sentieri pubblici o di uso pubblico; 

a formazione di depositi non depurati di immondizie 
solide o liquide di qualsiasi natura o provenienza; —— 
5) la posizione all’esterno dei centri abitati di cartelli e 
manufatti pubblicitari di qualunque natura e scopo, 
esclusa la segnaletica di servizio del parco e quella viaria 
e turistica; : 
6) l'esercizio del motocross su tutta l’area del parco ed il 
transito con mezzi motorizzati fuori dalle strade, fatta ec- 
cezione per i mezzi occorrenti all'attività silvo-agricola; 
7) la caccia e la pesca; RE 

e) sono subordinati al parere favorevole dell'Ufficio co- 


mune: 4 , 
1) la costruzione di strade e infrastruttue in genere, sia 
pubbliche che private, anche se prevista dagli strumenti 
urbanistici vigenti; Lori K 
a costruzione e l'ampliamento di nuovi impianti di 
pubblico servizio, in superficie, aerei o sotterranei, e dei 
relativi manufatti; . CARIATI 
3) gli strumenti urbanistici generali e le loro varianti, gli 
strumenti urbanistici attuativi e le loro varianti, nonchè 
l'inventario dei beni culturali e l’inerentte disciplina ur- 
banistica; . La 
4) le costruzioni e gli impianti destinati alle attività pro- 
duttive agricole ed alle residenze connesse; — 

5)i livellamento dei terrazzamenti dei declivi. 

Il parere si intende favorevole nel caso in cui non venga 
espresso entro 60 giorni dalla data di ricevimento della 


215 


richesta; 

f) ferma restando l’applicaziorte di tutte le norme delle 
leggi regionali vigenti, si osservano comunque le disposi- 
zioni più restrittive stabilite in via generale da altre leggi 
o in particolare da strumenti urbanistici vigenti. 


Art. 7 


I sindaci, i presidenti delle Comunità Montane e i presi- 
denti dei Comprensori sono responsabili ai sensi dell'art. 
32 della L. 17 agosto 1942 n. 1150, del rispetto delle spe- 
ciali misure indicate nel precedente art. 6. 


Art. 8 


Coloro che violano le disposizioni del precedente art. 6 
relative alle misure di salvaguardia sono tenuti, a titolo 
di sanzione amministrativa, al pagamento di una somma 
da L. 50.000 a lire 10.000.000, salvo che si tratti di viola- 
zioni per cui siano già previste specifiche sanzioni ammi- 
nistrative e indipendemente da eventuali responsabilità 
di natura penale. 

La sanzione amministrativa di cui sopra verrà erogata 
con decreto del Presidente della Giunta Regione 
dell'Emilia-Romagna per le violazioni commesse sul ter- 
ritorio della regione medesima. 


Art.9 


Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della presente leg- 
ge, gli enti pubblici ed istituzionali interessati, le organiz- 
zazioni sindacali, le associazioni culturali e i cittadini 
possono presentare alla Giunta Regionale le osservazioni 
e proposte in merito alla delimitazione territoriale del 
parco ed alla normativa di cui ai precedenti articoli. 

Il Consiglio Regionale delibera in proposito entro i suc- 
cessivi 90 giorni provvedendo alla definitiva delimitazio- 
ne del territorio mediante planimetria in scala non infe- 
riore a 1 : 5000. 


Art. 10 


La presente legge è dichiarata urgente ai sensi della Co- 
stituzione e dello Statuto regionale. 


216 


NORME PER L'UTILIZZAZIONE 
DELL'ENERGIA 
SOLARE IN EMILIA-ROMAGNA 


RELAZIONE 


L'utilizzazione dell'energia solare, contrariamente a 
quanto danno ad intendere i sostenitori più oltranzisti 
dell’elettrogenerazione nucleare, è molto di più di una 
speranza per il futuro. Già ora l'energia solare può util- 
mente essere impegnata in molti campi. 

In uno studio, presentato al convegno indetto dal comune 
di Roma e dalla Regione Lazio svoltosi in Campidoglio il 
27-28 gennaio 1978, il prof. Francesco Reale, responsabi- 
le del progetto finalizzato «Energia solare» del CNR, di- 
mostrava che le possibilità di sostituzione — in presenza 
di una debole incentivazione — dell'energia convenziona- 
le con energia solare sono cospicue: in agricoltura 5%; 
nei servizi pubblici (trasporti esclusi) 10%; negli usi do- 
mestici 10%; nell'industria agro-alimentare 30%. 

Tale quota di sostituzione porterebbe ad un risparmio di 
energia convenzionale pari al 4,3% e ad un risparmio di 
importazioni per energia pari al 5%. 

Ove venisse fatta una incentivazione sistematica e una 
politica non sporadica ma decisa verso l'impiego di ener- 
gia solare, le possibilità di sostituzione diventerebbero 
ben più rilevanti e sarebbero: in agricoltura 50%; nei ser- 
vizi pubblici (trasporti esclusi) 20%; negli usi domestici 
30%; nell'industria agro-alimentare 60%. 

Il risparmio così ottenuto di energia prodotta con fonti 
convenzionali sarebbe del 12,8% e il risparmio di impor- 
tazioni per energia salirebbe a quasi il 15%. Nel valutare 
tali percentuali si tenga conto di quanto lo stesso prof. 
Reale sottolinea e cioè che il 10% di energia prodotta da 
fonte solare corrisponde alla produzione energetica di 
ben 16 centrali nucleari da 1000 Mw. 

Ciò può far capire perchè, mentre i governi del nostro 
Paese — e anche le regioni — sonnecchiano attardandosi 
intorno alle centrali elettronucleari concepite su licenza 
americana, negli USA le multinazionali dell’aerospaziale 
dell'informatica si sono gettate sui progetti di real 
zione di centrali solari, a torre e campi di specchi, di 


217 


grande potenza. Anche in molti paese europei e in Giap- 
pone sono stati stanziati cospicui finanziamenti per rea- 
lizzare entro i primi anni ’90 centrali solari da 100 Mw. 
All’inizio degli anni '90 l'impero USA, insieme ai suoi 
partners industriali, esporterà tecnologie solari avanzate 
nelle province che si sono attardate intorno alla scelta 
nucleare. 
In Italia i finanziamenti pubblici destinati alle ricerche 
sull'energia solare sono risibili: un primo gruppo di ri- 
cerche del CNR è stato finanziato nel 1976 con 230 milio- 
ni, un secodo gruppo è stato finanziato nel luglio 1977 
con 670 milioni. 
In relazione a tale situazione, i risultati conseguiti, an- 
corchè modesti, sono di un qualche interesse, tanto che il 
prof. Reale può notare: «Nel campo della conversione te 
modinamica dell'energia solare, una turbina da 3 KW 
con un rendimento del 7%, la quale lavora con sorgente 
termica ad appena 70°C, temperatura accessibile addirit- 
tura con collettori piani opportuni o a debole concentra- 
zione, rappresenta un risultato che ha interessato moltis- 
simo anche i responsabili scientifici del Dipartimento 
dell’enèrgia americano». 

Negli USA rilevantissimo è diventato l'impegno di ricer- 
ca e di realizzazione nel campo della trasformazione di- 
retta dell'energia solare in energia elettrica attraverso le 
celle fotovoltaiche. Così (Energy researche and develop- 
ment Administration), l'ente energetico dell’amministra- 
zione americana, prevede la competitività economica del 
kwh prodotto da centrali alimentate da energia solare tra 
il 1983-'85 (0,5 dollari/watt come costo di impianto per le 
centrali fotovoltaiche). 

Ciò avvalora quanto ha scritto B. Commoner, secondo cui 
al massimo nel 1985 le curve dei costi dell'energia nu- 
cleare e di quella solare si incrociano. Lo stesso Commo- 
ner ha fatto notare che l'Italia, con un piano quinquenna- 
le di investimenti di 2.000 miliardi — meno di 14 degli in- 
vestimenti nucleari previsti per il '77-'81 — si potrebbe 
affermare come uno dei primi paesi nel campo dell’elet- 
trogenerazione solare. 

C'è inoltre la vasta gamma di impieghi dei pannelli sola- 
ri. 

Il pannello solare potrebbe risolvere da subito (in tutto o 
in parte significativa) i problemi di fornitura di acqua 
calda alle basse temperature non solo per gli usi domesti 


218 


ci, ma anche in agricoltura (zootecnia, essiccatoi, serre, 
ecc.) nei servizi pubblici, nell’agro-industria e in tutta 
quella ampia gamma di processi industriali in cui sono 
necessarie acque di preriscaldamento. 

Dall’insieme di queste fondate ragioni nasce la proposta 
di legge che viene presentata, la quale tende anche a met- 
tere l'Emilia-Romagna al passo di altre Regioni (Sicilia, 
Lazio, Umbria, Veneto, Friuli, Lombardia, provincia di 
Trento ad esempio) dove iniziative legislative in materia 
di energia solare sono state condotte in porto o sono in 
corso. 

Le centrali elettronucleari non sono inevitabili. Questo è 
il senso della proposta di legge che viene presentata. 
L'Emilia-Romagna, con il suo potenziale industriale, con 
le risorse scientifiche delle sue Università, con l’intelli- 
genza dei suoi lavoratori e dei suoi tecnici può dare un 
grande contributo nel campo dell’utilizzazione dell’ener- 
gia solare. 


PROGETTO DI LEGGE 
Art. 1 


LA Giunta regionale, a mezzo dei servizi dipendenti 
dall'Assessorato all'industria e dall'Assessorato ai pro- 
blemi dell'ambiente e della difesa del suolo, provvede al 
censimento quantitativo annuale delle diverse qualità di 
energia prodotta e consumata in Emilia-Romagna in mo- 
do da poter pianificare, con il concorso dei Comitati 
Comprensoriali; l’uso su tutto il territorio della regione 
delle fonti energetiche più appropriate. 


L'utilizzazione dell'energia solare per impianti erogatori 


di calore a temperatura ba e media è libe 
Nell'ambito delle norme urbanistiche esistenti, l'installa- 
zione di collettori solari piani e di collettori di energia 
ssa e mobili destinati ai fini di cui al comma precedente 
non è soggetta ad alcuna autorizzazione nè ad alcun one- 
re. 
La produzione di energia elettrica, per uso civile e agrico- 
lo, da fonte solare è libera. 


219 


Art. 3 


Per incentivare la produzioe di collettori solari e per fa- 
vorire il risparmio nella produzione, la Giunta regionale 
stimola la formazione di: 

a) cooperative di produzione, favorendo specialmente 
quelle che intendono specializzare la produzione di siste- 
mi sperimentali; 

b) cooperative di progettisti, impiantisti, installatori, ag- 
giustatori. 

Alle aziende emiliano-romagnole, che inizino o riconver- 
tano la produzione per i fini di cui al precedente comma, 
la Giunta regionale, d'intesa con la competente Commis- 
sione consiliare, può concedere finanziamenti subordina- 
ti alla assunzione di giovani disoccupati da parte di dette 
aziende. Il controllo sulla qualità della produzione è affi- 
dato ai servizi dipendenti dall'Assessorato all'industria. 


Art. 4 


Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente legge 
la Giunta regionale fissa i criteri per la utilizzazione ne- 
gli edifici a destinazione pubblica di impianti solari per 
le acque calde nonchè i tempi per la loro realizzazione. 


Art. 5 


Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente leg- 
ge, i servizi dipendenti dall'Assessorato all'industria, ai 
lavori pubblici, all'ambiente e difesa del suolo elaborano 
progetti-tipo per la coibentazione termica degli edifici e 
per il riscaldamento solare dei medesimi in via sperimen- 
tale. 

I progetti sono inviati agli Enti locali affinchè ne diffon- 
dano la conoscenza tra le popolazioni. 


Art. 6 


Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della presente leg- 
ge, il Consiglio regionale su proposta della Giunta istitui- 
sce un Ente regionale con il compito di installare, su ri- 
chiesta, pannelli solari per riscaldamento; l'Ente, che 
mantiene la proprietà dei pannelli, fa pagare all'utente 
l'acqua riscaldata con energia solare ad un prezzo con- 


220 


venientemente inferiore (almeno del 20%) al costo 
dell’acqua riscaldata con gasolio. 

L'Ente regionale può dotarsi degli impianti di cui al com- 
ma precedente mediante trattativa privata con le struttu- 
re produttive a base cooperativa a condizione che queste 
assumano giovani ai sensi della legge 1 giugno 1977 n. 
285. 
L'Ente regionale è tenuto ad assumere giovani disoccu- 
pati nonchè nell’ampliamento e rinnovamento degli im- 
pianti solari. 


Ar 


Ai proprietari di edifici a edilizia sovvenzionata e conven- 
zionata è fatto obbligo di utilizzare acqua per il riscalda- 
mento ricorrendo all'Ente regionale di cui al precedente 
articolo 6 o installando impianti propri. 
La Giunta regionale, d'intesa con la competente Commis- 
sione consiliare, può erogare ai proprietari di immobili 
che installano in proprietà collettori piani per il riscaldz 
mento un contributo una tantum fino al 40% dell’investi- 
mento complessivo sostenuto per l'acquisto e l’installa- 
zione dell'impianto. 


Art. 8 


Allo scopo di incrementare l’uso dell'energia solare nella 
zootecnia e nell'agricoltura, la Giunta regionale, d'intesa 
con la competente Commissione consiliare, può concede- 
re un contributo fino al 40% del costo dei componenti ne- 
cessari per la realizzazione di impianti ad energia solare 
di varia natura finalizzati esplicitamente agli usi agricoli 
e zootecni 


Art. 9 


All'atto dell'entrata in vigore della presente legge la 
Giunta regionale invita l’ENEL a procedere alla solar 
zazione fotovoltaica in Emilia-Romagna là dove essa sia 
al limite della competitività economica, come nel campo 
della elettrificazione rurale. 

Nella produzione di energia elettrica da impianti solari è 
fatto obbligo del recupero dell'energia termica, altrimen- 
ti dissipata, per gli usi a questi propri. 


221 


Il Consiglio regionale, entro 60 giorni dall'entrata in vigo- 
re della presente legge, approva un'apposita normativa al 
fine di garantire adeguati interventi promozionali alle 
aziende emiliano-romagnole nel settore della componen- 
tistica elettronica che intendono specializzarsi nella pro- 
duzione fotovoltaica. 


Art. 10 


La Giunta regionale è autorizzata a stipulare convenzioni 
con le Università emiliano-romagnole e con il CNR al fine 
di: 5 ; È 
a) fornire un supporto tecnologico alle aziende, in parti- 
colare quelle medio-piccole, e alle cooperative di cui ai 
precedenti artt. 3 e 9, per ridurre alle stesse gli oneri di 
ricerca e di sviluppo; 3 3 DEI 
b) sviluppare la ricerca ai fini della produzione di dispo- 
itivi solari per la elettrogenerazione a ciclo termodina- 


mico. 


Allo scopo di formare tecnici per le finalità della presen- 
te lesse la Giunta regionale è autorizzata a stabilire una 
convenzione con le Università emiliano-romagnole e ad 
istituire corsi professionali per tecnici riparatori e aggiu- 
statori. 


Art. 12 


Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente la 
Giunta regionale, d'intesa con la Commissione consiliare 
competente, costituisce unità tecniche interdisciplinari, 
per le finalità della formazione professionale, del censi- 
mento quantitativo di cui all'art. le della valutazione sì 
to per sito, su tutto il territorio regionale, circa il migiore 
insediamento di impianti energetici. 


All'onere derivante dalla presente legge si provvede me- 
diante istituzione di appositi capitoli nei bilanci regionali 
di competenza. 


222 


ELIMINAZIONE DELLE BARRIERE 
ARCHITETTONICHE 


RELAZIONE 


Nel corso di queste prime due legislature, la Regione 
Emilia-Romagna ha fatto — bisogna ammetterlo — anco- 
ra poco per gli handicappati. Infatti il provvedimento le- 
gislativo (L.R. n. 48 del 29.12.1979) si sostanzia — e su 
questo tutti possono essere d'accordo — in una previsio- 
ne di contributi che non è certamente tale da incidere ra- 
dicalmente sul problema. E si deve aggiungere (anche se 
su questo non tutti probabilmente sono d'accordo) che es- 
so è ancora ispirato ad una visione assistenzialistica del- 
la questione dei portatori di handicaps che non appare in- 
dubbiamente condividibile alla luce non tanto di convin- 
zioni personali di chi scrive ma degli stessi moderni studi 
sull'inserimento degli handicappati nella vita sociale. 
Necessita pertanto che la Regione, sia pure in «zona Ce- 
sarini», allo scadere della seconda legislatura, adotti un 
provvedimento abbastanza organico in materia, che non 
si limiti ad una previsione di contributi (ciò per cui c'è 
già comunque la L.R. n. 48 del 29.12.1979), ma che affron- 
ti incisivamente il fenomeno per quanto possibile in radi- 
ce. 

Quando poco sopra, in apertura, si parlava dell'esigenza 
che la Regione Emilia-Romagna fac legislativament 
qualcosa di più per gli handicappati, si intendeva riferir- 
si non già ad un'istanza di tipo categoriale, sia pur parti- 
colarmente apprezzabile, ma ad un vero e proprio impe- 
rativo sociale di carattere non categoriale ma generale. 
Quello degli handicappati, infatti, è un fenomeno nel qua- 
le si sostanzia con particolare concretezza — vorremmo 
dire con emblematicità — uno degli aspetti di quella alie- 
nazione del nostro vivere sociale, che tutti ci tocca. 
Anche se non è possibile arrivare a considerare che oggi, 
nel quadro dello scontro di classe, gli operai e gli sfrutta- 
ti siano organicamente da sostituire con gli emarginati, 
sono tuttavia convinto (e su questo credo potranno conve- 
nire non soltanto quanti condividono una concezione ba- 
sata sul marxismo ma anche coloro che, guidati da diver- 
se ideologie, individuano la necessità di una spinta rinno- 
vatrice della società) che gli emarginati, e fra essi gli han- 


223 


dicappati, come portatori particolarmente qualificati 
dell’alienazione del mondo e della società contempora- 
nea, rappresentino — a qualunque categoria sociale ap- 
partengano — un risvolto di classe di importanza deter- 
minante in qualunque indagine sociale o sociologica, un 
fenomeno direttamente collegabile comunque con le clas- 
si subalterne, del quale è assolutamente necessario tener 
conto. 

Per questo noi dobbiamo essere, senza esitazione alcuna, 
dalla parte degli emarginati, oggi dalla parte degli handi- 
cappati, per i quali un primario e preliminare intervento 
deve consistere nel tentativo di eliminazione di quelle 
barriere architettoniche che impediscono loro in gran 
parte uno svolgimento normale della vita, e comunque 
una partecipazione alla vita sociale. 

La presente proposta di legge, che coglie quindi un pro- 
blema di portata generale, viene avanzata sulla base di 
elaborazioni ed indicazioni derivanti da esperienze matu- 
rate nel settore. Comunque riteniamo che debba esservi 
su di essa il confronto e l'apporto di tutte quelle associa- 
zioni che operano sui problemi degli handicappati. 
L'art. 1 definisce gli obiettivi e le finalità di legge. 
L'art. 2 — forse la norma più importante, più significati- 
va e più interessante di questo testo legislativo — stabili- 
sce alcuni standards generali in materia per le costruzio- 
ni edilizie; e definisce quali siano le «nuove costruzioni» 
ai sensi di questa legge. Inoltre l'art. 2 contiene la previ- 
sione, indubbiamente singolare, che le sue disposizioni 
diventino immediatamente precettive, e non meramente 
programmatiche, qualora la commissione dell'art. 6 e il 
Consiglio regionale non compiano quanto di loro compe- 
tenza entro i termini previsti. 

L'art. 3 prevede alcuni obblighi dei Comuni in materia, 
così come l'art. 4 fa a proposito degli Istituti Autonomi 
per le Case popolari. 

L'art. 5 contempla incentivi per i privati costruttori. 
L'art. 6 riguarda la Commissione incaricata dell’azione e, 
parte, della garanzia di applicazione della legge; va da sè 
che questa Commissione, essendo fra l’altro composta 
anche da una adeguata rappresentanza dei Gruppi consi- 
iari (v. let. b) del secondo comma), viene a rendere non 
necessario — al fine di una maggior speditezza — l’inter- 
vento delle Commissioni consiliari «Sicurezza Sociale» e 
«Territorio». 


224 


L'art. 7 si occupa dei locali adibiti ai pubblici servizi, ai 
luoghi di spettacolo, cura, o attività aperte al pubblico. 
L'art. 8, tocca il problema dei trasporti, mentre gli artt. 9, 
10 e 11 prevedono particolari sovvenzioni per l'acquisto 
di motocicli e motocarrozzette ad uso degli invalidi. 

Gli ultimi due articoli costituiscono norme — necessarie 
— di chiusura. 


PROGETTO DI LEGGE 


Art. 1 


La Regione Emilia-Romagna per migliorare le condizioni 
di fruibilità e d’uso delle strutture edilizie, urbanistiche 
e di ogni spazio aperto al pubblico per tutta la popolazio- 
ne, al fine del pieno inserimento nella vita pubblica delle 
persone che abbiano difficoltà fisiche, psichiche e senso- 
riali, persegue gli obiettivi: dell’abolizione delle barriere 
architettoniche recependo in tal senso l’art. 27 della leg- 
ge n. 118 del 30 marzo 1971 ed il D.P.R. n. 384 del 27 apri- 
le 1978; dell'integrazione della disciplina urbanistica e 
dei regolamenti edilizi a tal uopo; della costruzione di un 
complesso di alloggi pubblici a destinazione sociale onde 
favorire la permanenza e l'inserimento nella vita civile 
sul territorio di tutte le persone portatrici di handicaps. 
La Regione Emilia-Romagna, tramite la Giunta regiona- 
le, la Presidenza della Giunta stessa, il terzo Dipartimen- 
to ed in particolare l'Assessorato all'Urbanistica, il quar- 
to Dipartimento ed in particolare gli Assessorati all'Assi- 
stenza sociale e alla Sanità, opera per l'abolizione delle 
barriere architettoniche comunque intese, con riferimen- 
to sia agli edifici pubblici, sia alle costruzioni private, sia 
ai luoghi di spettacoli, ai servizi in genere e comunque a 
tutti gli edifici e locali ove si svolgano attività di pubblico 
interesse ed ove è permesso il libero accesso. 


Art. 2 


Tutte le nuove costruzioni nella Regione Emilia- 
Romagna devono essere dotate di ascensori della capien- 
za sufficiente per ospitare una sedia a rotelle, a meno che 
7 attese loro caratteristiche di edilizia economica o per 
determinate circostanze — contraria possibilità non ri- 


225 


sulti facoltizzata da specitica clausola, appositamente 
motivata, contenuta nella concessione edilizia. 

In tutte le nuove costruzioni nella Regione Emilia- 
Romagna devono essere evitati, ove è possibile, i gradini, 
eventualmente sostituiti con salite continue pianeggianti 
in muratura. 

Gli organi, comunali o comprensoriali, competenti all’ap- 
provazione dei progetti sono incaricati di garantire*l'os- 
servanza di tali disposizioni. 
Per nuove costruzioni, ai fini di questo articolo, si inten- 
dono quelle per le quali sia stata rilasciata la concessione 
edilizia dopo l’entrata in vigore della presente legge. 

La Commissione di cui all'art. 6 si è incaricata, entro 90 
giorni dalla sua nomina, di proporre al Consiglio regiona- 
le tutte le specifiche modifiche che siano necessarie irî at- 
tuazione della presente legge alla L.R. n. 18 del 1975, alla 
L.R. n. 47 del 1978 e sue modificazioni, ad altre normati- 
ve regionali in materia urbanistica o turistica e a tutte le 
altre leggi regionali che risulti necessario modificare in 
conformità a questa legge. Il Consiglio regionale discute- 
rà e delibererà in forma legislativa su tali proposte entro 
cinque mesi dall'entrata in vigore della presente legge. 
Le norme dei primi tre commi di questo articolo acqui- 
steranno valore immediatamente precettivo qualora do- 
po sette mesi dall'entrata in vigore della legge stessa la 
Commissione di cui all'art. 6 ed il Consiglio regionale non 
abbiano proposto e deliberato in ordine alla modifica del- 
la legislazione regionale. 


Art. 3 


I Comuni nell’attuazione dei piani di fabbricazione e dei 
piani regolatori e negli interventi di recupero dei centri 
storici adegueranno la localizzazione e la sistemazione 
dei pubblici uffici nonchè degli spazi di uso pubblico e 
dei fabbricati di edilizia residenziale in armonia con la 
presente legge ed in osservanza dell'art. 27 della L.R. n. 
118 del 30 marzo 1971 e del D.P.R. n. 384 del 27 aprile 
1978. 


Art. 4 


AI fine di permettere la fruizione degli alloggi ai cittadini 
portatori di handicaps gli Istituti autonomi per le case 


226 


popolari dell’Emilia-Romagna devono adibire i piani ter- 
ra degli edifici costruiti ò ristrutturati con loro concorso 
a handicappati, o ad anziani, secondo criteri idonei. 


Art. 5 


Ai privati che costruiscono alloggi in tutto rispondenti al- 
e norme e allo spirito dei primi due commi dell’art. 2, e 
alle disposizioni che saranno emanate su proposta della 
Commissione di cui all'art. 6, la Giunta regionale, sentita 
a Commissione stessa, potrà concedere le seguenti age- 
volazioni: 
a) contributi per la costruzione e l'adattamento di alloggi 
ad uso proprio da parte di handicappati o loro familiari, 
per il maggiore onere derivante dal miglioramento fun- 
zionale della tipologia; 
) agevolazioni nella misura del 15% del costo ai privati 
che intendano costruire alloggi adatti secondo quanto 
revisto dalla presente legg 
proprietari degli alloggi che usufruiscono di benefici di 
cui al presente articolo sono impegnati a non modificare 
a destinazione d'uso specifico e in caso di alienazione do- 
vranno precedentemente offrire l'immobile all'Istituto 
autonomo per le case popolari provincialmente interes- 
sato, il quale può esercitare diritto di prelazione. 


o) 


Art. 6 


Entro quindici giorni dall'entrata in vigore della presen- 
te legge il Consiglio regionale nomina la Commissione 
per la verifica ed il controllo della normativa per l’elimi- 
nazione delle barriere architettoniche, alla quale compe- 
te svolgere le attività previste dall'art. 2 e dalle altre nor- 


me della presente legge, esprimere pareri sui piani, pro- 
grammi relativi a criteri di finanziamento, nonchè sui 


provvedimenti diretti a favorire il superamento di ogni 
stato di esclusione dalla vita sociale dei cittadini portato- 
ri di handicaps ed il coordinamento delle iniziative della 
Regione Emilia-Romagna e dagli enti locali in materia. 
Tale Commissione è composta: ; 

a) dal Presidente della Regione Emilia-Romagna, che la 
presiede; i 

b) da rappresentanze proporzionali dei vari gruppi consi- 
liari della Regione Emilia-Romagna, secondo criteri nu- 


227 


merici che verranno definiti dal Consiglio regionale in oc- 
casione della nomina della Commissione stessa, nel nu- 
mero complessivo di 14; 

c) da un rappresentante della Motorizzazione Civile; 

d) da un rappresentante, tecnico, dell'Assessorato regio- 
nale ai Trasporti; 

e) da due rappresentanti, tecnici, dell'Assessorato regio- 
nale all'Urbanistica; 

f) da un rappresentante, tecnico, dell'Assessorato regio- 
nale all’Assistenza sociale; 

g) da un rappresentante, medico, dell'Assessorato regio- 
nale alla Sanità; 

h) da un rappresentante del corpo dei vigili del loco; 

i) da un funzionario della polizia amministrativa; 

1) da un rappresentante del Consorzio regionale fra gli 
Istituti autonomi delle case popolari; 

m) da tre rappresentanti (delle Associazioni degli invalidi 
e degli handicappati della regione). 


Art. 7 


A tutti i proprietari o ai gestori di pubblici servizi, luoghi 
di spettacolo, o di attività comunque aperte al pubblico è 
fatto obbligo entro dodici mesi dall'entrata in vigore del- 
la presente legge di provvedere alle opere di sistemazio- 
ne necessarie per fare rientrare i locali stessi negli stan- 
dards tipologici previsti dalla presente legge e dalle deli- 
berazioni legislative consiliari di cui all'art. 2. 

I proprietari o i gestori che ritengono tecnicamente im- 
possibile effettuare le opere di sistemazione di cui al 
comma precedente possono fare, entro quattro mesi 
dall'entrata in vigore della presente legge, domanda di 
esonero alla Commissione di cui all'art. 6. La domanda 
deve essere corredata da una relazione tecnica che dimo- 
stri l'impossibilità dell’effettuazione delle opere. Il pro- 
prietario o i gestori per procedere alle opere di sistema- 
zione di cui alla presente norma possono chiedere entro 
sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge un 
contributo fino al 60% del complessivo delle opere. La 
domanda di contributo, su appositi moduli distribuiti 
presso i competenti uffici regionali, deve essere correda- 
ta dal progetto delle opere dal preventivo di spesa. 


228 


Art. 8 


Al fine di consentire la massima mobilità possibile ad 
handicappati, traumatizzati, anziani, e a tutti coloro che 
comunque possono avere difficoltà di movimenti, la Re- 
gione Emilia-Romagna, di concerto con i Comuni e le So- 
cietà per il trasporto urbano di passeggeri, entro tre mesi 
dall entrata in vigore della presente legge, studierà e rea- 
lizzerà linee di trasporto urbano ed anche extra-urbano 
con autobus adattati in modo da consentire l’accesso a 
persone dai movimenti limitati, anche su sedia a rotelle. 


Art. 9 


Per favorire gli handicappati nell'inserimento nella vita 
sociale, e nel lavoro, la Giunta, su parere della Commis- 
sione di cui all'art. 6, concede un aiuto economico per 
l'acquisto di motocicli, motocarozzette ed autovetture 
adattati in relazione alle infermità degli interessati. Tali 
aiuti sono previsto come seguito: 

a) concorso nel pagamento degli interessi del mutuo 
sull’ammontare dell'importo di un solo veicolo con am- 
mortamento quinquennale; 

b) concessione di un contributo totale permanente a fon- 
do perduto sull'acquisto degli adattamenti da apportare 
al veicolo, come sterzo automatico, frizione automatica 
attrezzature speciali per mutilati alle braccia, alle mani e 
alle gambe, acceleratore al volante e a manopola di tipo 
motociclo, freno di servizio comandato mediante leva a 
lungo braccio, sedile appositamente adattato, sposta- 
menti di pedali, ecc., in quanto da considerarsi come pro- 
tesi ortopediche. 


Art. 10 


Le domande intese ad ottenere le agevolazioni previste 
dalla norma precedente devono essere presentate in car- 
ta semplice alla Giunta'regionale dell’Emilia-Romagna. 
= documentazione da allegare alle domande è la seguen- 
ei 

1) preventivo di spesa degli speciali adattamenti; 

2) preventivo di spesa della messa in opera degli speciali 
adattamenti qualora gli stessi siano già in possesso del 
beneficiario; n 


229 


3) preventivo di spesa dell'autovettura ivi compresi gli 
accessori; 

4) copia autentica dal Comune della dichi ione di in- 
validità rilasciata dalla Commissione sanitaria provin- 
ciale competente; 

5) copia autenticata dal Comune del certificato medico ri- 
lasciato dalla Commissione medica provinciale di cui 
all'art. 81 del D.P.R. n. 393 del 15 giugno 1959. 


Art. ll 


A coloro che abbiano ottenuto il nullaosta, ai sensi 
dell'art. 9, per la concessione del concorso nel pagamento 
di interessi o per la concessione di contributo a fondo 
perduto, ma non siano in grado di prestare sufficienti ga- 
ranzie per l'ottenimento delle agevolazioni previste dalla 
presente legge, la Giunta regionale è autorizzata a presta- 
fideiussioni, fino a concorrenza dell'importo capitale 
nplessivo. 

e fidejussione ha carattere sussidiario a norma 
'art. 1944, secondo comma, del codice civile. 

i eventuali oneri derivanti dalla garanzia di cui al 
“ecedente articolo, si provvederà con apposito capitolo 
o stato di previsione della spesa della Regione Emilia- 
Romagna. 


Art. 12 


Non possono usufruire dell’assegnazione dei benefici di 
cui alla presente legge gli invalidi che non siano residenti 
«hella Regione Emilia-Romagna da almeno un mese. 


Ar. 13 


I motocicli, le motocarrozzette e le autovetture acquistati 
o modificati secondo le norme della presente legge, sono 
vincolati all'uso proprio dell’invalido autorizzato alla 
guida. Dalla data dell'estinzione del debito il beneficiario 
tuttavia agisce della facoltà di disporre e di godere del 
veicolo in modo pieno ed esclusivo. 


Art. 14 


Il Consiglio regionale dell'Emilia-Romagna, entro otto 


mesi dall'entrata in vigore della presente legge, emanerà 
norme relative alle sanzioni da prevedersi per tutti 2018: 
ro che non rispetteranno quanto previsto dall'art. 2 della 
legge stessa o dalle deliberazioni legislative con iliari di 
cui all'art. 2 medesimo. Ù dist: 


PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE 
E LA SPERIMENTAZIONE 

DI TECNICHE AGRICOLE 
BIOLOGICHE 


RELAZIONE 


Negli ultimi anni si sono moltiplicati a tutti i Delli se 
snali di allarme contro l’uso indiscriminato di prodo 
chimici in agricoltura. r 
L'uso irrazionale d’insetticidi ha portato alla mu 
di specie utili e al conseguente ca di Per = 
iù fre ime. Si è sviluppato p - 
se, non più frenate dalle prime. P = 
meno della «resistenza» per i aaa DI 
S i iù Ss ibili a determinati pesti , 
se le specie non più sensibil ) reo 
i riusci fino a pochi anni fa (si p' 
si riuscivano a controllare fine inni fa (si 
esempio alla psilla del pero in Alto Adige, praticamente 
resistente a tutti i principi attivi in COMMELCIO);. 17% SA 
La pratica della monocoltura, accompagnata da Le 
massiccio di diserbanti, ha fatto sì che si aesenn p: 
- f infes di sostituzione, costi 
are una flora infestante di , cost i 
Crerie affini alla specie coltivata (esempio il sorgo ale 
pense nel mais), che è di difficile controllo. inni 
Inoltre queste pratiche agricole SORIA o 
ità se crescenti di concimi chimici, | L 
Li een sod li, nel i ci di ospitare 
i terreni e tempo, incapa e 
zano i terreni rendendoli, nel tei Dania 
È re più semplici (è il caso ad esempio in 
anche le colture più semplici ( ac ) 
lia Romagna della coltivazione estensiva della es 
L'opinione pubblica è ormai sensibilizzata poi a mo # 
ma dei residui tossici nei prode ira 
i i tral’ è nplicata la rilevaz 3 
dei quali tra l’altro, è molto con a rile 
Accanto a questi aspetti ultimo, ma non meno iper 
è l'inquinamento ambientale, al quale si affiancano lE 
blemi sanitari per l'operatore a n 
sci ericolosità dei prodotti Sa, 
tutto cosciente della perico dei prodi “i 
ispos i blemi l'Emilia Romagn: 
Nella risposta a questi pro! : nin 
’av iai ia, lo dimostra la recente legg 
all'avanguardia in Italia, lo c 2 SETA 
"us i pestici frutteti al fine di salvaguar- 
regola l’uso dei pesticidi nei f VEZURA 
dare l'impollinazione ad ROSA dele api e ia 
i che tendono ad un uso ; 
della «lotta guidata» che ten c i Ù 0: 
antiparassitari privilegiando quelli a debole ripercussio 
ne ecologiche. 


232 


A livello più generale la ricerca nel campo della lotta bio- 
logica e per la sintesi di insetticidi con tossicità bassissi- 
ma o nulla per gli animali a sangue caldo, (i cosiddetti in- 
setticidi di terza generazione), è un altro contributo alla 
risoluzione dei problemi elencati sopra. pi 
Accanto a queste che sono le risposte dell’agricoltura 
«convenzionale» e che comunque prevedono sempre 
l'uso, anche se più oculato, di prodotti chimici, anche in 
Italia si stanno lentamente sviluppando risposte più glo- 
bali: ci riferiamo ai metodi di agricoltura biologica, che 
escludono l’impiego di prodotti chimici e che perseguono 
la ricostituzione di un equilibrio ambientale, gravemente 
compromesso dalle pratiche agricole correnti. È appunto 
attraverso la ricostituzione di un equilibrio tra specie 
utili e dannose e attraverso una corretta alimentazione 
delle piante coltivate ad opera di un terreno ricco di hu- 
mus che è possibile risolvere i problemi degli attacchi pa- 
rassitari, sviluppando la resistenza naturale delle piante. 
Ciò si ottiene escludendo concimi chimici e facendo uso 
di materiali organici vegetali e animali compostati se- 
guendo tecniche che tendono a valorizzarne al massimo 
le funzioni di concimazione. I pesticidi sono sostituiti da 
antiparassitari di origine naturale, il cui uso per altro è 
minimo proprio grazie alla ricostituzione di un equili- 
brio ecologico, che da solo riduce in modo sensibile le in- 
festazioni (numerose esperienze hanno ad esempio dimo- 
strato che la dorifora attacca in modo massiccio le patate 
concimate con concimi chimici in quanto è attratta dagli 
aminoacidi liberi presenti nelle foglie. Le colture biologi- 
che di patata, non avendo aminoacidi liberi, sono pratica- 
mente esenti da attacchi di dorifora). 
L'arretratezza del nostro Paese in questo settore ha pro- 
vocato anche fenomeni di vera e propria speculazione ri- 
scontrabili nella diffusione sul nostro mercato di cibi 
biologici di importazione, a prezzi proibitivi. 
Ricerche condotte nella Repubblica Federale Tedesca e 
in U.S.A., confrontando i risultati economici di aziende 
biologiche e convenzionali, hanno dimostrato che, anche 
se le aziende biologiche hanno produzioni unitarie leg- 
germente più basse, il reddito netto, cioè il risultato eco- 
nomico, è equivalente. 
Per quanto riguarda i consumi energetici, la stessa ricer- 
ca condotta in U.S.A., ed altre analoghe ricerche, hanno 
rilevato che le aziende biologiche hanno costi (e quindi 


233 


consumi) energetici più di due volte inferiori a quelli 
dell'agricoltura convenzionale. Questo è un aspetto di 
grandissima importanza, considerando che il prezzo 
dell'energia è destinato in ogni caso a salire, a tal punto 
che in un futurò più o meno prossimo sarà forse necessa- 
rio massimizzare la produttività dell'unità d'energia (fat- 
tore limitante della produzione) piuttosto che l’unità di 
superficie o di lavoro! 
I dati riportati sono reperibili nella pubblicazione «Vers 
ricolture viable» dell’International Federation Or- 
ganic Agricolture Moviment (I.F.O.A.M.) Ed. Wirz, Arau 
1977 Svizzera. 
Jean Roger Mercier, nella sua opera «Energia e Agricol- 
tura», edizione Murzio & C., dopo avere analizzato i risul- 
tati di prove comparative tra aziende biologiche e con- 
venzionali, così conclude: «Risultati economici compara- 
bili..., produzione energetica senza dubbio nel medesimo 
ordine di grandezza e bisogni di energia rara molto più 
bassi (in un rapporto di uno a due): questa potrebbe ess 
re un'ipotesi ragionevole sul confronto fra agricoltura 
biologica e agricoltura convenzionale». 
Alla luce dei dati così succintamente elencati non è quin- 
di più rinviabile, dalla Regione Emilia Romagna, un 
provvedimento che tenda a promuovere sia forme di vera 
e propria sperimentazione, affinchè i dati di comparazio- 
ne per lo più provenienti dall'estero comincino a trovare 
luogo di confronto anche nella nostra situazione, sia la 
formazione di tecnici altamente specializzati in agricol- 
tura biologica, sia la conoscenza più ampia possibile dei 
metodi biologici fra gli operatori agricoli. 
Questo provvedimento rappresenta quindi l'avvio di un 
primo programma che, in base all'esperienza, potrà tro- 
vare via via forme sempre più articolate di intervento. 
Con l'art. 1 sì stabilisce il principio ispiratore che trae 
origine dalla necessità di esercitare una difesa globale 
nei confronti di sostanze chimiche (concimi, antiparassi- 
tari, diserbanti), il cui uso massiccio rappresenta un fe- 
nomeno relativamente recente e senza alcun dubbio an- 
cora insufficiente approfondito dal punto di vista degli 
effetti nocivi alla vita dell’uomo, della fauna e dell'equili- 
brio ambientale. 
L'art. 2 indica come prima possibilità di intervento sia la 
necessità di conoscere le alterazioni che gravano 
sull’equilibrio ambientale, sulla salubrità degli alimenti 


234 


ala salute degli operatori agricoli sia di espandere la 
oa Se e la pratica applicazione dell'agricoltura bio- 
gica già ampiamente conosciuta in altri paesi europei e 
negli U.S.A.. sa a 
Vengo I. è so: 
scurone so deal specifici interventi posso- 
ssere avviati al fine di dare applicazi nu 
‘are applicazione al conte 
del 1° comma. Tre i diari NE 
a. Trattandosi di un settore pr è i 
È ma. Tre settore pressochè ine- 
splorato all'attività regionale, è i ini 
I all'a à regionale, è necessario previ re ini 
ziora Ì to È ssa revedere ini- 
ziative pubbliche, quali convegni 06; a 
ve] , quali convegni e seminari, che S 
costituire luago di scambio per inf nana 
ig scambio per informazioni speri 
‘ rire luogo. : azioni ed esperien- 
Sn i ) 1 sperien 
sr CRE di dibattito per tutte le forze sociali, politiche 
ed economiche interessate ai temi dello sviluppo di une 
agricoltura naturale. 3 a 
Si evede i che le H 
purerede ai ca Regione promuova l'insegnamento 
sis a biologico in agricoltura, nei corsi di fi 
eliststema:biologi ag a, nei corsi di forma- 
oa professionali per operatori icoli Ai 
raro dell'art. 2 intende facilitare tramite il rila- 
suo i borse di studio, la formazione di tecnici specializ- 
> ti * metodi agricoli biologici, sia nel mondo universi 
o che in quello direttamente roduttivo. 
i Carta 3 infine è previsto che la Regione promuova la 
pei e pratica del sistema biologico in agricol- 
n ra al fine di determinare indici di confronto quali quan- 
i ilega, alla realtà agricola regionale ; 
dA invia "RSA peas 
n LOT un successivo provvedimento legislativo 
aree sa di prev edere forme i finanziamento e di as- 
ca à tecnica per operatori agricoli che intendano con- 
sen " See colturali convenzionali nonchè inizia- 
Re = valorizzazione della produzione così otttenuta 
; ei 5 si definisce per l'esercizio 1980 che lo stanzia- 
mento globale ammmonta a L. 100 milioni è 


PROGETTO LEGGE 


Art.l 


Con la presente legge, la Regione Emilia Romagna pr 
muove un programma teso a salvaguardare e (a <. x 
SORIRZan, con riguardo particolare agli operatori = 
pia Se e l’ambiente naturale dai danni derivanti 
Il'uso delle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura 
quali concimi, antiparassitari, diserbanti, e a difendersi 


235 


consumatori dalle alterazioni che i prodotti agricoli vege- 
tali subiscono durante il loro sviluppo a causa dell'uso 
delle predette sostanze chimiche, la cui massiccia diffu- 
sione si è avuta in tempi relativamente recenti e i cui ef- 
fetti non risultano ancora sufficientemente analizzati. 


Art. 2 


Le finalità di cui all'art. 1 vengono perseguite attraverso 
iniziative tendenti: 
a) ad analizzare la situazione esistente, il livello delle al 
terazioni ambientali e dei rischi connessi alla pressochè 
irreversibile immissione nella catena alimentare di so- 
stanze chimiche provenienti da tecniche colturali con- 
venzionali nonchè il livello di nocività a cui sono sottopo- 
sti gli operatori agricoli. 

b) a favorire la conoscenza, l’approfondimento e la prati. 
ca applicazione tra gli operatori agricoli, di tecniche col- 
turali, di allevamento e di conduzione di aziende agricole 
basate su metodi propri dell'agricoltura biologica, già 
ampiamente applicati in alcuni paesi europei quali la 
Svizzera, la Francia e la Repubblica Federale Tedesca. 
La Giunta Regionale, sentito pertanto il parere del Comi- 
tato Consultivo Regionale per la ricerca e la sperimenta- 
zione in Agricoltura Forestazione e in collaborazione con 
gli Enti e le Organizzazioni ivi rappresentati, con i Comu- 
ni e le Province e con le Associazioni che in modo qualifi- 
cato e a livello nazionale hanno già condotto, sia sul pia- 
no della ricerca che della pratica applicazione, ampia 
esperienza dei metodi dell'agricoltura biologica, pro- 
muove: 

1) Convegni e seminari di studio tesi ad approfondire 
l’analisi sui danni derivanti dall'uso di sostanze chimiche 
in agricoltura nonchè a divulgare i metodi dell’agricoltu- 
ra biologica agli operatori agricoli, 

2) l'inserimento, nei programmi dei corsi di formazione 
professionale per operatori agricoli, dell’insegnamento 
delle predette tecniche colturali e la visita ad aziende 
agricole biologiche; 

3) il rilascio di borse di studio a: 

studenti laureandi o laureati in agraria con tesi o succes- 
sive ricerche aventi per oggetti l'applicazione di tecniche 
agricole biologiche; 


236 


o 


— operatori agricoli in grado di illustrare i risultati di 
esperienze pilota nel cammpo dell'agricoltura biologica. 
Le modalità di rilascio delle citate borse di studio, che 
potranno comprendere anche esperienze di studio presso 
centri specializzati o attività teorico-pratiche presso 
indio agricole biologiche anche situati all’estero, sa- 
To Fre] Consiglio Regionale con specifico 


Art. 3 


Secondo le modalità già indicate al 2° comma dell'art. 2 
della presente legge, la Giunta Regionale, avvalendosi an: 
che delle strutture e dell'apparato tecnico dell'Ente Re- 
gionale per lo svilupo agricolo, avvia inoltre un program- 
ma di sperimentazione pratica di agricoltura biologica 
Detta sperimentazione riveste scopo di comparazione ri- 
spetto alle tecniche agricole convenzionali, con particola- 
re riferimento alla qualità, quantità e salubrità della pro- 
duzione, compresa quella lattiero-casearia e zootecnica 
agli indici biologici di fertilità del suolo, agli effetti della 
lotta ai parassiti e alla più generale necessità di preven- 
zione dai danni ecologici in agricoltura. 

La sperimentazione verifica le reali possibilità di appli- 
cazione dei vari metodi biologici in agricoltura, in rela- 
zione alle condizioni climatiche, alle tipologie dei terreni 
alle tecniche colturali tradizionali e alle vocazioni agrico- 
le esistenti nella nostra Regione e sarà condotta preferi- 


Pesante su aree o in aziende all’interno di parchi natura- 


Art. 4 


Con apposito atto legislativo saranno determinati inter- 
venti finanziari e di assistenza tecnica a favore di opera- 
tori agricoli singoli o associati che, sulla base di docu- 
mentati programmi inerenti la conduzione anche parzia- 
le dell impresa agricola, dimostrino di praticare i metodi 
dell'agricoltura biologica o di voler convertire anche par- 
zialmente la tecnica agricola convenzionale tramite fin 
troduzione di detti metodi. 

Contestualmente saranno promosse iniziative tese a valo 


237 


rizzare le produzioni agricole biologiche regionali e a in- 
formare e sensibilizzare i consumatori sulla esistenza di 
dette produzioni. 


Art. 5 


Gli oneri derivanti dall’applicazione della presente legge 
si fa fronte con gli stanziamenti di un apposito capitolo, 
da iscrivere sullo stato di previsione della spesa del Bi- 
lancio di previsione della Regione Emilia Romagna a par- 
tire dall'esercizio 1980 la cui entità è determinata an- 
nualmente dalla legge di bilancio a norma dell'Art. 11, 
primo comma della L.R. 6/7/1977 nr. 31. 

Per l'esercizio finanziario 1980 è autorizzata una spesà di 
Lire 100.000.000, = cui si fa fronte mediamente la utiliz- 
zazione per storno di quota parte dell’attuale stanzia- 
mento del fondo di riserva di cui al Cap. 85100. 


Art. 6 


Al Bilancio di Previsione per l'esercizio finanziario 1980 
sono apportate le seguenti variazioni: 

Stato di previsione della spesa 
a) Variazione in aumento 
Cap. 18120 — spese per la divulgazione e la sperimenta- 
zione di tecniche agricole biologiche. 
Programma 09 — Rubrica 1° — Settore 02 — Sezione 3° 
Stanziamento di cassa 100.000.000 
Stanziamento di competenza 100.000.000. 
b) — Variazioni in diminuzione 
Cap. 85100 — Fondo di riserva per le spese obbligatorie 
Stanziamento di cassa 100.000.000 
Stanziamento di competenza 100.000.000 


ISTITUZIONE DEL COLLEGIO 
PER LA DIFESA CIVICA 
DELL’EMILIA-ROMAGNA 


RELAZIONE 


Quello del Difensore civico rappresenta, in linea di prin- 
cipio, un istituto tipico delle strutture politiche della so- 
cietà borghese. L'organizzazione capitalistica matura, 
sempre più gravemente in crisi, cerca estreme difese al 
proprio interno, e tipica fra esse è quella del Difensore ci- 
vico. Emblematica e dimostrativa di ciò, d'altra parte, è 
a circostanza della diffusione della figura dell'Ombud- 
sam nei paesi dell'Europa occidentale: e così si ricordino 
a Danimarca, la Finlandia, L'Austria, la Francia, la Ger- 
mania, la Gran Bretagna e l'Irlanda del Nord, oltre 
all'Australia, al Canada, ad Israele o ad alcuni Stati 
dell'India. 
Le considerazioni di prima erano svolte «in apicibus» e in 
inea di principio. Nelle strutture politiche della società 
orghese noi come forze di sinistra viviamo ed operiamo, 
tendendo a rinnovare e a trasformare anche con un'azio- 
ne istituzionale. Appunto per questo l'istituto del Difen- 
ivico ha un ruolo piuttosto importante, del quale 
non si devono dimenticare le forze di sinistra, come quel- 
e che in Toscana (con la L.R. n. 8 del 1974) hanno dato vi- 
ta a tale struttura istituzionale, accompagnando in ciò 
‘iniziativa di altre regioni d'Italia (Liguria: L.R. n. 17 del 
1974 o Campania: L.R. n. 23 del 1979). 

È quindi giusto che le forze di sinistra non regalando la 
figura dello Ombudsman alle nostalgie degli schieramen- 
ti politici di stampo individualistico, propongano una sua 
configurazione in senso «collegiale» anzichè individuale, 
e ne favo. ano il collegamento con quelle forme di de- 
mocrazia diretta che, come il referendum popolare di cui 
alla legge adottata dal nostro Consiglio regionale in que- 
sti giorni, favoriscono in modo abbastanza preciso, con la 
tutela del cittadino, una funzione non di puntellamen- 
to e di garanzia passiva, ma di critica e di rinnovamento 
delle strutture politiche della società borghese da parte 
delle masse popolari. 


239 


Questa proposta di legge vuol dunque collocarsi in 
un’area che saldi l'interessamento e l'iniziativa delle 
componenti borghesi più avanzate con le forze della sini- 
stra tradizionale. E 
Ben consapevole che questo progetto di legge non potrà 
essere preso in esame dalla commissione competente in 
questo scorcio finale della seconda legislatura, il propo- 
nente, dal momento che ai sensi di una espressa norma 
dello Statuto regionale i progetti di legge non decadono 
con la fine della legislatura stessa, lascia questa proposta 
all'attenzione della terza legislatura con la convinzione 
che essa, unitamente ad analoghi precedenti disegni (Ar- 
telli, Fiorini), verrà presa in esame dal Consiglio e forme- 
rà impegno diretto della Giunta regionale. Ci auguriamo 
cioè che per l'’Ombudsman succeda ciò che è accaduto 
per il referendum: che questo nostro sia un altro «sasso 
in piccionaia» che possa smuovere le troppo spesso sta- 
gnanti acque della nostra attività legislativa regionale. 
L'art. 1 e l'art. 2 prevedono la figura del Collegio per la di- 
fesa civica. L'art. 3 si occupa dei poteri di indagine del 
Collegio stesso. . È 
La successiva norma concerne la sua elezione, così come 
gli artt. 5, 6 e 7 riguardano i requisiti, le ineleggibilità, in- 
compatibilità, decadenze e la durata in carica del Colle- 
io. 
L'art. 8 torna a concernere l'attività dell'Ombudsman, 
mentre l'art. 9 contiene radicali proposte per quanto ri- 
guarda le indennità di funzione e di trasferta dei membri 
del collegio e il loro solo diritto al rimborso delle spese 
vive. - È 
Gli artt. 10 e 11 riguardano la dotazione organica dell’Uf- 
ficio del collegio, e le previsioni normative di spesa. 


PROGETTO DI LEGGE 


Art. 1 


È istituito il Collegio per la difesa civica dell’Emilia- 
Romagna. Le modalità di nomina del Collegio stesso e 
l'esercizio delle relative funzioni sono regolate da questa 
legge. 


240 


Art. 2 


Il Collegio per la difesa civica dell’Emilia-Romagna cura, 
a richiesta di privati cittadini, di associazioni o su pro- 
pria iniziativa il regolare svolgimento di atti o pratiche 
interessanti direttamente gli stessi presso l’Amministra- 
zione regionale, gli Enti e le Aziende dipendenti, gli Enti 
delegati dalla Regione all'esercizio di funzioni ammini- 
strative e gli Enti soggetti a controllo regionale. 

Se nel corso di svolgimento di tale attività il Co legio ri- 
scontra che atti e pratiche di altri cittadini si trovino in 
identica posizione, opera anche per queste ultime. 
In ogni caso esso segnala agli organi statutari della Re- 
gione e alla Commissione «Bilancio e Affari Generali» del 
Consiglio regionale, cui spetta il potere di vigilanza ai 
sensi del quinto comma dell’art. 20 dello Statuto, i ritar- 
di, le irregolarità e le disfunzioni riscontrate e ne solleci- 
ta il superamento. 
Fra le modalità di conferimento della delega di funzioni 
amministrative previste dall'art. 57 dello Statuto dovrà 
essere prevista l'applicazione delle norme prevedute dal- 
la presente legge. 


Art. 3 


Il Collegio ha tutti i poteri di indagine necessari all’esple- 
tamento delle funzioni in relazioni alle pratiche al suo 
esame, ivi compreso il libero accesso ai documenti d’uffi- 
cio. Ha quindi anche facoltà di sentire gli Amministratori 
e di convocare i dipendenti delle varie Amministrazioni, 
nonchè di consultare tutti gli atti e i documenti relativi 
alle pratiche oggetto del suo interessamento. 

Le persone interpellate a norma del presente articolo 
hanno l'obbligo di rispondere esaurientemente alle do- 
mande che sono loro rivolte dal Collegio e di esibire ad 
esso i documenti relativi alle pratiche in esame, essendo 
in tali limiti esse sciolte dall'obbligo del segreto d'ufficio. 
Il Collegio ha i poteri e i doveri propri della Presidenza 
del Consiglio regionale, e chiunque impedisca o ritardi lo 


» svolgimento delle funzioni dello stesso è soggetto ai prov- 


vedimenti disciplinari dalle norme vigenti. 
Art. 4 
Il Collegio per la difesa civica dell’Emilia-Romagna è 


241 


composto di nove persone, elette una per cenzune peo 
vincia della Regione, ed una per il circondario n) dA SÈ 
con un referendum popolare a carattere regionale da 3 
nersi entro sei mesi dalle elezioni amministrative, € ca 
si svolgerà — per quanto applicabile — con 5 gina 
viste per il referendum popolare dalla relativa legg 
dell’Emilia-Romagna promulgata nel 1980. 


Art. 5 


I membri del Collegio che debbono possedere RT 
per l'elezione al Consiglio regionale de mili ; 
Romagna, saranno scelti fra persone che per passa aio; 
ne, età, precedenti esperienze, diano II oa a 
di indipendenza, obiettività, serenità di giudizio e comp 
tenza giuridico-amministrativa. 


Art. 6 


I componenti del Collegio devono essere elettori in un Co- 
mune della Regione. sr sl ontere 

Non sono eleggibili all'Ufficio della difesa civica: Rs 
1) I membri del Parlamento, i consiglieri regionali, pro 
vinciali e comunali; | eV SA 
2) I membri del Comitato regionale di controllo delle so 
zioni decentrate, gli amministratori di enti, istituti e 
azi iche, i dipendenti; 

aziende pubbliche, i dipendenti; a PRETORIO: 
3) Gli amministratori di enti e imprese a palesi pazione 
pubblica nonchè i titolari, amministratori e dirigenti di 
enti e imprese vincolati con la Regione da ERI 
opere o di somministrazioni, ovvero:che ricevono a q 
siasi titolo sovvenzioni della Regione. EI ina sl 
Quando per un componente del Collegio esista 0 si tal 
chi alcuna delle cause di ineleggibilità o;di incompali i i 
tà stabilite dal presente articolo, il Consiglio regionale ne 
dichiara la decadenza. 


Art. 7 


Il Collegio dura in carica cinque anni o comunque Quero 
il Consiglio, ed i suoi componenti pi cage Bei Di 
per una sola volta. Esercita le sue funzioni anc he nea 
riodi di vacanza o di scioglimento regionale e rimane 
carica anche dopo la scadenza del mandato. 


242 


Art. 8 


Il Collegio invia, oltre alle dirette comunicazioni ai citta- 
dini, che ne‘abbiano provocato l’adozione e ai competenti 
organi statali della Regione di cui al precedente articolo 
2° Ù 


a) Relazioni dettagliate al Presidente della Giunta regio- 
nale per le opportune determinazioni; à 

b) Relazioni dettagliate al Presidente del Consiglio regio- 
nale perchè ne dia comunicazione al Consiglio nei casi in 
cui ritenga di riscontrare gravi o ripetute irregolarità o 
negligenze da parte degli uffici; E 

c) Relazione annuale dettagliata sull'attività svolta, cor- 
redata da osservazioni e suggerimenti, inviàta al Presi- 
dente del Consiglio regionale per la trasmissione ai Con- 
siglieri al fine dell'esame da parte del Consiglio. 


Art. 9 


Ai componenti del Collegio spetta una indennità di fun- 
zione pari al 50% di quella percepita dai consiglieri re- 
gionali, oltre al rimborso spese vive che, dietro presenta- 
zione di apposite liste è a carico del bilancio del Consiglio 
regionale. 


Art. 10 


Il Collegio ha sede presso gli uffici del Consiglio regiona- 
le. Spetta all'ufficio di Presidenza del Consiglio provvede 
re nel quadro della dotazione di personale assegnato ai 
servizi del Consiglio regionale alla organizzazione della 
segreteria dell'Ufficio del Collegio di difesa civica, senti- 
to il parere del Collegio stesso. 
I mezzi materiali, come i locali, l'arredamento, i mobili e 
le attrezzature sono assegnati all'Ufficio del Collegio se- 
condo le determinazioni dell'Ufficio di Presidenza, senti- 
to il Collegio stesso. I mobili, le attrezzature e i beni dure- 
voli assegnati al Collegio sono dati in carico al Collegio 
che ne diviene consegnatario responsabile. 

Tutte le spese occorrenti per il funzionamento dell'Uffi- 
cio collegiale sono impegnate e liquidate dall'Ufficio di 
Presidenza del Consiglio regionale, a richiesta del Colle- 
gio, con le norme e le procedure previste per la contabili- 
tà e la finanza del Consiglio regionale. 


243 


Art. ll 


Gli oneri relativi alla pubblicazione della presse legge 
sono a carico del bilancio del Consiglio i tenia È 
Le spese derivanti dall'art. 9 fanno carico veri De, 
per i successivi esercizi al bilancio del Consiglio vira È 
dante «Compensi e onorari e rimborsi per consu SZ 
prestata da Enti privati a favore del Consiglio regionale. 


vegni, i ine conoscitive, studi e ricerche». 5 
Co Ser i dall te legge fanno carico 
Le altre spese derivanti dalla presente legg; 
per il 1980 e per i successivi esercizi al rispe 
del Consiglio regionale. 


ttivi capitoli 


PROPOSTA DI LEGGE STATUTARIA IN 
TEMA DI «DISCIPLINA DEL 
REFERENDUM CONSULTIVO» 


RELAZIONE 


Nel marzo scorso il Governo della Repubblica ha rinviato 
la legge regionale sulla Disciplina del referendum, in ba- 
se all’'argomentazione secondo cui la parte concernente il 
referendum consultivo non aveva una base nelle norme 
statutarie, mentre il referendum — ai sensi del primo 
comma dell'art. 123 della costituzione — costituisce per 
quanto riguarda la sua disciplina di principio una riser 
di legge statutaria. 

Ritenendo necessaria ed urgente l'adozione di una disci- 
plina regionale riguardante il referendum abrogativo, il 
Consiglio regionale ha nei giorni scorsi riapprovato la 
legge rinviata accantonando le norme concernenti il refe- 
rendum consultivo, e non entrando cioè a discutere l’as- 
sunto del rinvio governativo, fondato su una giurispru- 
denza dei supremi collegi pur probabilmente condivisibi- 
le ma anche su un’interpretazione dello Statuto regionale 
dell’Emilia-Romagna del tutto ed eccessivamente lettera- 
le. 

Bene d'altro canto ha fatto il Consiglio operando in quel 
modo, al fine di dare l'avvio all'emanazione di una legi- 
slazione regionale sul referendum abrogativo che non po- 
teva essere ritardata. Con questa proposta di legge, tutta- 
via, si intende colmare la lacuna della tesi governativa 
concernente la riserva di legge statutaria relativamente 
al referendum, ma proponendo una lettura e una inter- 
pretazione dello Statuto regionale che, nello spirito dei 
principi fondamentali della carta costituzionale 
emiliano-romagnola, vada al di là della «lettera» delle 
norme, che pur non parlano espressamente di referen- 
dum consultivo. 

Tutte le disposizioni statutarie infatti sono pervase da 
una preoccupazione, quasi ossessiva, di favorire al mas- 
simo la partecipazione popolare ed è quindi logico inten- 
dere che quando l'art. 50 parla di referendum abrogativo 
si riferisca anche a quello consultivo. «Se questo — dice- 
va il consigliere proponente nel progetto di legge del 12 


245 


luglio 1979 sulla disciplina del referendum abroge 

consultivo — non trova riscentro espresso nella lettera 
delle disposizioni dello Statuto, esso è chiaramente volu- 
to dalle disposizioni di tutto il suo Titolo IV, oltrechè in- 
dubbiamente postulato dai moderni svolgimenti delle so- 


cietà regionali». 

Per tutto con questa legge non si propone una modifica 0 
una aggiunta alle norme dello Statuto, che non ne hanno 
bisogno, ma — interessante e rilevante — una legge di 
«interpretazione autentica» dello Statuto regionale: una 


e cioè deliberata dal Consiglio regionale con la stessa 

gioranza (assoluta dei componenti) richiesta dal se- 
condo comma dell'art. 123 della Costituzione per lo Sta- 
tuto regionale, ma senza che essa debba essere «approva- 
ta con legge della repubblica», come per lo Statuto stes- 
so. Si tratta cioè di una «legge statutaria» con una certa 
similitudine con le leggi costituzionali, con cui il Parla- 
mento interpreta autenticamente e integra la Costituzio- 
ne 
Per quanto concerne il commento ai singoli articoli della 
proposta di legge, non sembra necessario dilungarsi, li- 
mitandosi a rilevare quanto già indicato in proposito nel- 
la relazione al progetto di legge del 12 luglio 1979 curato 
dal sottoscritto, e a sottolineare tuttavia particolarmente 
che non si è voluta limitare l'iniziativa del referendum 
consultivo al Consiglio regionale nel corso dell'emanazio- 
ne di provvedimenti di spettanza, ma si è ritenuto demo- 
cratico estenderla anche alle popolazioni dell'Emilia- 
Romagna. 


PROGETTO LEGGE 


Art. 1 


Il referendum consultivo, quale implicitamente conside- 
rato dallo Statuto regionale, è disciplinato dalla presente 
legge. 

Il Consiglio regionale, prima di procedere all'emanazione 
di provvedimenti di spettanza sua o della Giunta, può de- 
liberare l’indizione di referendum consultivi delle. popo- 
lazioni interessate ai provvedimenti stessi. 


246 


La deliberazione del Consiglio regionale che indice il re 
erendum consultivo deve indicare il quesito e le popola- 
zioni interessate. 

Sono sempre sottoposte a referendum consultivo delle 
popolazioni interessate le proposte concernenti l'istitu- 
zione di nuovi Comuni e i mutamenti delle circoscrizioni 
comunali. i 

| Presidente della Giunta regionale indice con decreto il 
referendum consultivo, in seguito alla trasmissione della 
deliberazione consiliare da parte dell'Ufficio di presiden- 
za del Consiglio regionale. 


“a data di effettuazione è fissata a norma delle relative 
disposizioni contenute nella lesse regionale sul «Re 


rendum abrogativo» della regione Emilia-Romagna ema 
nata nel 1980. der 


Art. 2 


Prima che il Consiglio regionale proceda all'emanazione 
di provvedimenti di spettanza sua della Giunta, in pen- 
denza dell'esame di atti — legislativi o amministi ativi — 
da parte del Consiglio stesso, il referendum consultivo 
può altresi essere richiesto dalla popolazione a norma 
del primo comma dell'art. 1 della legge resionale di cui 
all'articolo precedente. = 

Perla richiesta del referendum consultivo popolare e per 
tutta la l'ase delle operazioni precedenti lo svolgimento 
del referendum stesso valgono in quanto applicabili le 
norme degli articoli da 2 a 9 della legge regionale di cui 
sopra i 


Art. 


Lo svolgimento del referendum consultivo ha luoso a 
norma degli articoli da 10 a 12 e da 14 a 18 della leese re- 
gionale predetta in quanto applicabile. È altresì applica- 
bile la norma di cui all'art. 20 della lecce medesima. — 


Art. 4 


AI referendum consultivo partecipano gli elettori iseritti 
nelle liste per le elezioni del Consiglio regionale. 

Per le operazioni preelettorali e pel quelle inerenti alla 
votazione e alo serutinio, si osservano in quanto applica- 


247 


bili le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16 mag- 
gio 1960 e successive modificazioni. 

Le schede per i referendum consultivi sono fornite dalla 
Giunta regionale. In esse è formulato il quesito da sotto- 
porre alla consultazione elettorale ed è riportato inte- 
gralmente il testo del provvedimento della proposta di 
legge sottoposta a referendum. 

L'elettore vota tracciando con la matita un segno sulla ri- 
sposta da lui prescelta o comunque nello spazio in cui es- 
sa è contenuta. 

Qualora nello stesso giorno devano svolgersi più referen- 
dum all'elettore vengono consegnate più schede di colori 
diversi. 

Nel caso previsto dal precedente comma l'Ufficio di se- 
zione dei referendum osserva pr gli scrutini l'ordine che 
indice il referendum. 


Art. 5 


Il Presidente della Corte d'appello di Bologna, entro 20 
rni dalla data del decreto che indice il referendum, de- 
signa una Sezione della corte che assume le funzioni di 
Ufficio centrale per il referendum popolare consultivo. 
I verbali di scrutinio e i relativi allegati sono trasmessi 
direttamente all'Ufficio centrale per il referendum dagli 
Uff i sezione dei Comuni interessati. 
L'Ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i 
bali di cui al comma precedente, si riunisce in pubbli- 
ca adunanza, facendosi assistere per l'esecuzione mate- 
riale dei calcoli da esperti nominati dal Presidente della 
Corte d'appello. 
Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie- 
re della Corte d'appello. 
Di tutte le operazioni viene redatto verbale in tre esem- 
plari, uno dei quali è depositato presso la cancelleria del- 
la Corte d'appello, unitamente ai ve bali e agli atti tra- 
smessi dagli Uffici di sezione rispettivamente al Presi 
dente della Giunta regionale e al Presidente del Consiglio 
regionale. 


Art. 6 


Sulla base dei verbali di scrutinio ad esso trasme i, l'Uf- 
ficio centrale del referendum consultivo, dopo aver prov 


248 


veduto al riesame dei voti contestati e provvisoriamente 
non assegnati, procede all'accertamento del numer 

complessivo degli elettori aventi diritto, del numero Sa 
plessivo dei votanti e alla somma dei voti favorevoli e di 
quelli contrari alla proposta sottoposta a referendum i 
L'Ufficio centrale conclude le operazioni con la pr sl 

mazione dei risultati del referendum. ti 


Art. 7 


2aya > sui reclami relativi alla operazione di vo- 
lo e Si scrutinio, eventualmente presentati all'Ufficio 
anbale perdi ina consultivo, decide quest’ulti 

o, prima di procedere alle operazioni i N 1 
no, E ( a perazioni previste dagli ar- 
ticoli precedenti. eta 


Art. 8 
Ù Po adene della Giunta regionale non appena ricevuto 
il verbale di cui all'ultimo comma dell'art. 27, ordina la 


pubblicazione dei risultati del refer 
bbl sulta referendum etti 
ufficiale della Regione. ui 


Art. 9 


Per tutto ciò che non è disciplinato dalla presente legge si 
Sesso in quanto applicabili le disposizioni previste 
egli artt. 51 e 52 della legge n. 352 del 25 maggio 1970 
contenente norme sui referendum previsti dalla Costitu- 
zione e sull'iniziativa del popolo. i SEO 
Le spese per lo svolgimento delle operazioni attinenti ai 
referendum popolari, fanno carico alla Regione SERE 
Le spese relative agli adempimenti spettanti ai Comuni 
nonchè quelle per le competenze dovute ai compon sa 
dei seggi elettorali, sono anticipate dai Comuni e s b ; 
sate alla Regione. paga 
Agli oneri derivanti dallo svolgimento dei referendum i 
dipendenza della presente legge si provvede con sta De 
menti da imputarsi ad apposito capitolo di bilancio. si 


Art. 10 


La presente legge, adottata in via di interpretazione au- 
tentica dello Statuto, è approvata a maggioranza assol Ù ta 
dei componenti del Consiglio regionale a norma d sla " 
condo comma dell'art. 123 della Costituzione ur 


249 


MMI CORPRENDE QUESTO 
RIFLUSSO “MODERATO 
MI DEVO ESSER PER- 

SO IL FLUSSO PRo- 

GRESSISTA. 


FINITO DI STAMPARE 
DALLA 


COOPERATIVA GRAFICA « GUALDI GERMANO » - CARPI